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Un allenatore, un’avaria, una vogalonga salvata

sabato 30 Maggio 2026

Un allenatore, un’avaria, una vogalonga salvata

C’è un momento, nelle regate, in cui tutto può crollare prima ancora di cominciare. L’equipaggio è pronto, la motivazione è alta, e poi, la maledizione. Un’avaria, in questo caso la rottura in più punti dell’imbarcazione accaduta durante il varo. Il silenzio che prende il posto dell’entusiasmo.

È quello che è successo a uno degli equipaggi del Circolo Canottieri 3 Ponti, affiliato alla FIC-Federazione Italiana Canottaggio, alla partenza della cinquantesima Vogalonga di Venezia, lo scorso fine settimana, la manifestazione non competitiva più grande al mondo, quest’anno più carica di significato che mai. La loro jole otto con era ferma al Tronchetto, tra sconforto e rassegnazione con tutto che sembrava ormai compromesso. La barca già calata in acqua, impossibile riportarla in secca e ripararla con tranquillità e con i mezzi migliori.  A bordo, con al timone Monica Magini, Livia Sanzini, Barbara Del Vecchio, Valentina Gangai, Luca Molinari, Mary Ann Mendoza, Alessandra Fragale, Raffaella Ricci, Roberta Baiocchi. Con la partenza ormai imminente e la speranza di partecipare che si assottigliava di minuto in minuto.

Poi è arrivato Riccardo Dezi.

Senza proclami, senza clamori. Concentrato, con la naturalezza silenziosa di chi sa esattamente cosa fare e lo fa. Nessuna esitazione, si è calato in acqua, ha valutato il problema, ha riparato l’imbarcazione con ciò che aveva a disposizione lì e in quel momento: cinghie. E quando ha visto che poteva andare, ha detto soltanto: “Salite. Così dovrebbe andare. Fate attenzione… ma andate. E godetevi la vostra Vogalonga.”

L’equipaggio, compatto e fiducioso, è salito sullo scafo cinghiato. Uno scafo che portava con sé molte incognite che si sarebbero potute verificare solo durante la navigazione, tra onde, manovre e contatti con altre imbarcazioni, nel caos della Vogalonga. Un grande impegno quindi anche per chi si è assunto la responsabilità di portare quella barca per tutti i 32 chilometri, l’allenatrice al timone, Monica Magini, e l’intero equipaggio. Non è stato semplice trasmettere e conservare serenità e sicurezza lungo il percorso, ma alla fine si era in nove su quello scafo, a remare con coraggio e compostezza.  Il risultato di un lavoro che viene da lontano: un gruppo costruito sull’unione, sulla forza fisica e mentale. Un gruppo inossidabile, proprio come il suo allenatore Riccardo Dezi. A quel punto, la regata era salva.

Le competenze non stanno in un manuale

Chi frequenta il mondo del canottaggio sa che il ruolo dell’allenatore va molto oltre la gestione dell’allenamento in acqua. Ma la scena al Tronchetto racconta qualcosa di più specifico e prezioso: quella che in pedagogia sportiva viene chiamata competenza composita, la capacità, cioè, di integrare saperi tecnici, decisionali e relazionali in un unico gesto, sotto pressione, in tempo reale.

Riccardo Dezi, Allenatore FIC di 4° livello, infatti, ha fatto tre cose contemporaneamente.

Ha letto la situazione senza lasciarsi sopraffare dall’urgenza. Una diagnosi rapida su un’imbarcazione da competizione – gli otto con jole sono scafi complessi, con sistemi di scalmi, puntapiedi, abbinamenti meccanici delicati – richiede una conoscenza tecnica profonda, che si acquisisce solo con anni di pratica diretta, dentro e fuori dall’acqua.

Ha gestito l’emotività del gruppo. Un equipaggio bloccato a pochi minuti dalla partenza è un equipaggio che rischia di implodere psicologicamente. La calma operativa di Dezi – scendere in acqua al Tronchetto in un momento di caos come quello dell’imbarco di numerosi equipaggi contemporaneamente come se fosse la cosa più normale del mondo – ha trasferito certezza all’equipaggio senza bisogno di una sola parola di incoraggiamento. È leadership situazionale nella sua forma più pura.

Ha preso una decisione responsabile. Non ha detto “va tutto bene”, per rassicurare. Ha detto “così dovrebbe andare” e “fate attenzione”. Una distinzione sottile, ma fondamentale: la comunicazione onesta di chi sa che la responsabilità finale è dell’equipaggio, e non la vuole coprire con false certezze.

Un piccolo aneddoto di cultura sportiva

C’è anche un’altra lettura di questa piccola storia, forse la più importante.

Dezi non è sceso in acqua per obbligo. È sceso in acqua perché un allenatore che si sente parte della sua comunità sportiva non distingue tra “il mio compito” e “il compito di qualcun altro” quando c’è bisogno. Quella disponibilità – che è fisica, tecnica ed emotiva ad un tempo – è la cifra di una cultura sportiva che il canottaggio italiano, nelle sue realtà di club, custodisce forse meglio di molti altri sport.

La Vogalonga non è una gara. È un rito collettivo, una celebrazione della voga e della laguna. E forse proprio per questo il gesto di Dezi ne incarna lo spirito meglio di qualsiasi arrivo trionfale: non importa chi vince, importa che tutti riescano a partire.

Cinquanta edizioni. E chissà quante storie come questa, oltre il risultato sportivo.

di Diana Daneluz

ph Gulia Benigni / Monica Magini