La famiglia Abbagnale domenica matina su Raidue
La famiglia Abbagnale domenica matina su Raidue
ROMA, 20 gennaio 2010 – Domenica prossima, alle 9.15, Raidue Mattina in Famiglia trasmetterà un servizio dedicato alla famiglia Abbagnale.
Giuseppe, Carmine, Agostino e Vincenzo da Monaco 1981 a Brive La Gaillarde 2009 la scia vincente continua perché dopo i tre uomini capaci di regalare grandissime emozioni al canottaggio italiano (tre ori olimpici per Agostino, due ori e un argento per Giuseppe e Carmine) anche il giovane Vincenzo è stato contagiato dalla ‘passionaccia’ per remi e barche con quella sveglia sempre puntata alle 5.22. Come in principio per papà e zii…
A tal proposito, vi proponiamo un articolo a firma Massimo Gramellini (La Stampa) realizzato dopo il successo di Agostino Abbagnale nel quattro di coppia a Sydney.
La storia iniziò con «zio Giuseppe», contadino che odiava l’acqua
Remo & family Spa
Chi nasce maschio ha la certezza che prima o poi verrà portato a remare
La mamma prepara torte ai nipoti ed è sicura: avrò sempre uno di noi in gara
di MASSIMO GRAMELLINI
Zio Giuseppe, da cui come nella Bibbia tutto cominciò, era figlio di Carmine La Mura, un contadino che detestava l’acqua e non sapeva nuotare. Carmine generò sette figli a cui impose i nomi di Virginia, Carmela, Giuseppe, Rosa, Pasquale, Enrico e Filomena. Quando Giuseppe gli disse che voleva iscriversi al circolo del canottaggio, Carmine rispose: «Se entri in quel posto piene di barche, io ci butto una bomba dentro». Non lo fece e Giuseppe La Mura divenne il più bravo vogatore di Castellammare, in coppia con Abbatangelo, futuro gerarchetto missino.
Si autodefinì «pessimista positivo». Si laureò in medicina, fu democristiano e «medico generalista», cioè della mutua, e poi allenatore della nazionale di canottaggio, il più giustamente nepotista della storia. Mise tutti i parenti di sesso maschile ai remi. La sua era una famiglia tradizionale: le ragazze restavano a casa, a figliare altri canottieri.
La tecnica di adescamento fu sempre la stessa. Giuseppe li avvicinava quando avevano dieci anni e tastava loro le spalle: «Tesoro mio, ma tu sei nato per il canottaggio!», diceva, ed era fatta.
Giuseppe sposò Rina Dall’Aquila, da cui ebbe due figli. Il primo lo chiamò Carmine Robert: Carmine in onore del padre e Robert come contentino esotico per la moglie. Carmine Robert partecipò a due Olimpiadi. Ora fa il commercialista. Carmela, sorella di Giuseppe, ebbe un figlio, Aniello, medaglia di bronzo ai mondiali juniores del 1985 nel «quattro senza».
Rosa, un’altra sorella, sposò il fratello di sua cognata Rina e generò Armando, medaglia di bronzo ai campionati italiani, dove lo zio Enrico, fratello di Giuseppe, conquistò un argento. Antonio, fratello di Rina e cognato di Giuseppe, arrivò quarto a un’Olimpiade. Carmine, cugino di Giuseppe, fu secondo ai campionati italiani vinti da Ferdinando, cognato di Enrico.
Filomena, la più giovane delle sorelle La Mura, non partorì nessun vogatore e in famiglia se ne parlò con un certo disagio.
Rimase Virginia, primogenita del vecchio Carmine che non voleva canottieri in famiglia. Era la sorella preferita di Giuseppe. Andò in sposa a un Vincenzo Abbagnale, coltivatore di gladioli.
Generò Giuseppe, Carmine, Agostino, Maria, Rosaria e Nunzia. Le tre sorelle non si sposarono mai. Giuseppe, un leone da ammansire, e Carmine, una pantera silenziosa (le metafore sono di zio Giuseppe) vinsero l’oro a Los Angeles e a Seul e divennero per tutto il mondo gli Abbagnale. Il padre Vincenzo dopo la prima medaglia dichiarò: «Va bene, ma adesso tornate a casa che c’è da raccogliere le patate». La madre era una La Mura e non disse niente, ma mise in forno una torta. I Fratelloni conquistarono ancora un argento a Barcellona e si ritirarono a lavori impiegatizi, nonostante Giuseppe, legato a De Mita, avesse e abbia tuttora delle mire politiche.
Agostino, un mix di leone e pantera (sempre secondo zio Giuseppe), vinse l’oro a Seul con l’amico del cuore Davide Tizzano. Poi perse un giro per una tromboflebite alla gamba, trovò una medicina miracolosa e tornò in barca in tempo per Atlanta, dove rivinse l’oro con Tizzano, l’uomo del Moro di Venezia e della pubblicità televisiva di un tonno, tanto estroso e vitale quanto lui era timido e cupo. Nonostante i due ori, Agostino rimase il Fratellino, trovò lavoro alle Fiamme Gialle per la cifra di 2 milioni scarsi al mese, sposò Romilda, la rese incinta di Alessandro e un anno prima di Sydney decise di ritirarsi per cercare uno stipendio più decente.
Zio Giuseppe lo affrontò «da uomo a uomo» e Agostino si prese due giorni per pensare. La moglie lo convinse a resistere: era una donna della tribù. Agostino entrò in barca in una fredda mattina australiana con tre ragazzi più giovani di lui e anche piuttosto seccati di portarsi a spasso quel cognome che li avrebbe oscurati tutti. Eppure rimontarono e vinsero, e Agostino conquistò un terzo oro, uno in più dei Fratelloni. Però, parlando di loro nelle interviste, continuò a chiamarli gli Abbagnale: «Io entro nella leggenda, ma
Giuseppe e Carmine sono gli Abbagnale. Spero abbiano tifato davanti alla tv.
Quanto a me, ho 34 anni: non credo che zio Giuseppe riuscirà a convincermi ad andare avanti fino al possibile quarto oro di Atene. Da appuntato, finché vogo non posso fare carriera».
A Castellammare, Giuseppe e Carmine tifarono effettivamente per il Fratellino davanti alla tv. La madre Virginia si chiuse in cucina ed estrasse dal forno una torta, poi uscì e disse: «Mio figlio non deve smettere, almeno finchè non arriveranno i miei nipoti. Non può esistere un’Olimpiade senza gli Abbagnale». E allungò una fetta di torta a Vincenzo, dieci anni, figlio di Giuseppe e nipote di Agostino… (continua).
















