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Figli di un Dio minore?

martedì 1 Settembre 2009

Figli di un Dio minore?

ROMA, 01 settembre 2009 – Incredibile la decisione degli organizzatori del mondiale di Poznan nel posizionare l’arrivo delle regate adaptive ai 1000 metri. Lontani dalle tribune gli atleti hanno vissuto la propria gara senza il sostegno del pubblico.

E’ passato molto tempo da quel 28 luglio 1948 quando si tennero i primi Giochi di Stoke Mandeville in cui parteciparono sportivi disabili ex membri delle Forze Armate Britanniche. L’iniziativa del dott. Ludwig Guttmann ebbe successo e questa manifestazione fu il preludio del movimento paraolimpico che vide nelle Olimpiadi di Roma del 1960 il primo riconoscimento internazionale. “Mind, body, spirit, mente, corpo e spirito è il motto ufficiale adottato dall’ International Paralympic Committee e sintetizza l’essenza vera di tutto questo movimento. Parallelamente, per iniziativa di Eunice Kennedy Shriver sorella di John, Robert e Ted Kennedy, nacque lo Special Olympics International con lo scopo di promuovere gli allenamenti e la pratica dello sport olimpico per individui con difficoltà mentali, dando la possibilità di continue opportunità di sviluppo fisico e psichico, dimostrando coraggio, capacità, e creando sempre nuovi motivi per gioire insieme alle proprie famiglie, ai propri amici e a tutta la comunità. Si passava con queste iniziative da una concezione che vedeva l’handicap come condizione di svantaggio, di inferiorità nei confronti degli altri, incapacità a provvedere da sé, interamente o parzialmente, alle normali necessità della vita individuale e sociale, determinata da una deficienza, congenita o acquisita, fisica o psichica e da una conseguente incapacità a livello della persona e avente conseguenze individuali, familiari e sociali (Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana, ed. 1997) ad una situazione in cui tutto veniva visto nell’ottica olimpica fatta di uguaglianza, partecipazione e confronto agonistico. Probabilmente tutto ciò non è stato opportunamente ponderato dagli organizzatori del Campionato mondiale di Poznan. La necessità della scansione delle partenze, il rispetto degli orari, in una parola la perfetta organizzazione di un grande evento agonistico in cui televisione e radio avevano uno spazio preordinato, ha impedito la collocazione delle strutture utili per organizzare il via ai 1000 metri e consentire l’abbraccio del pubblico sulla linea d’arrivo. La puntigliosità e le esigenze mediatiche hanno impedito ciò che dovrebbe essere un diritto per ogni atleta: la gioia di concludere la propria gara in un tripudio di folla. Incredibilmente questo è avvenuto proprio per le categorie adaptive sia fisici che mentali. “Avrei preferito fare 2000 metri pur di non mancare l’appuntamento con il calore degli appassionati” ha commentato amaramente un atleta. Il regolamento internazionale è chiaro: per gli adaptive solo mille metri. Come per i giovanissimi canottieri si è giustamente optato per una distanza dimezzata proprio perché lo sport è tutela ed ogni categoria ha le sue caratteristiche che il regolamento di regata codifica per offrire a tutti condizioni ottimali. Tutto giusto! Ma allora perché non prevedere una diversa linea di partenza per assicurare quell’attimo di gloria che ripaga ogni atleta delle sue fatiche? Quelle degli adaptive sono state regate dimezzate: competizioni in cui il serrate finale è rimasto senza storia e senza calore. Peccato perdere gli ultimi metri del nostro “quattro con” tutto d’argento, o la fatica del singolo approdato al brillante risultato della conquista della finale di un campionato mondiale o la tenacia di un doppio alle prese con avversari davvero molto preparati o l’esordio del “quattro con intellettivi”. Perché perdere tutto ciò? Per ossequiare la perfetta organizzazione che non ha previsto la necessità di un atleta di vivere gli ultimi metri della sua fatica in una dimensione irripetibile. Perché negare tutto ciò? Attendiamo risposte.

 
Pino Lattanzi
Addetto stampa Comitato Regionale Lazio FIC
Capo redattore www.canottaggiomagazine.it