Un campione ai remi, il canottaggio riparte
Un campione ai remi, il canottaggio riparte
Un campione ai remi, il canottaggio riparte
Progetti e speranze di Enrico Gandola, nuovo presidente federale:
“Il nostro sport vuole tornare vincente, puntiamo sui giovani”
Quella lacrima sul viso, mentre lo incoronavano con la medaglia di bronzo, non la dimenticherà mai. Il podio, gli applausi, la bandiera italiana che sventola, i brividi. Era il 1984, mondiali di canottaggio, Jonkoping, Svezia. Enrico Gandola aveva 17 anni. Quel giorno si sentiva un re, dominava il mondo, sognava nuovi trionfi: eppure mai avrebbe immaginato di diventare presidente. Lo è diventato 25 anni più tardi, il 14 dicembre 2008. Lo hanno eletto a grande maggioranza numero uno del canottaggio, ma nessuno ha visto scendere nuove lacrime sul suo viso. Non ha pianto, ma l’emozione è stata forte, davvero. Presidente di uno sport in cerca di rilancio, grandi responsabilità . Campione lo è stato, ora tenterà di lasciare il segno come dirigente: dai remi alla scrivania, compiti molto diversi e ugualmente impegnativi. Ci sarà da sudare per rimettere in sesto una barca che ultimamente cominciava un po’ a fare acqua, ma lui ha promesso all’Italia intera che suderà come quando remava da campione.
“Il canottaggio merita di più” è stato il suo slogan elettorale. E Gandola sa bene che dopo tante belle parole da candidato ora tutti si aspettano fatti concreti da presidente. Solo i successi degli atleti azzurri saranno il suo successo, la sua nuova medaglia, quella per aver ridato lustro a uno degli sport olimpici per eccellenza, capace di regalare in passato tanta gloria al tricolore. E non solo quella firmata Abbagnale.
Quarantuno anni, nato a Udine e cresciuto a Bellagio, in quel paese abbarbicato sul lembo di terra che divide i due rami del lago di Como, Gandola è abituato alle grandi sfide. Quella volta, 25 anni fa ai mondiali junior, nel doppio con Marco Beria, superò colossi di due metri d’altezza. Lui pesava appena 62 chili, gracilino, e proprio per questo aveva cominciato a vogare: la mamma voleva che si irrobustisse, il medico consigliò canottaggio. E si irrobustì, e di mondiali ne vinse due (Copenaghen 1987 e Milano 1988). E la mamma, origini austro-ungariche, sorrise: aveva un figlio che sapeva farsi rispettare.
“Il carattere duro ma sensibile di mia madre ha forgiato la mia identità . Da mio padre ho imparato l’importanza dei valori sociali. E così sono andato avanti nella vita, cercando sempre di raggiungere i miei traguardi, con determinazione, equilibrio e costanza. Cominciai a sognare di poter migliorare la federazione dodici anni fa, e adesso posso dire di aver raggiunto anche questo obiettivo”.
Sì presidente, il sogno è realtà . Ma adesso l’aspetta un bel lavoro
“Ne sono consapevole, sarà impegnativo. Molto impegnativo ma stimolante. Troveremo la strada per migliorare la federazione, rilanciare l’immagine del canottaggio e rendere di nuovo vincente il nostro mondo”
Quale sarà la prima mossa?
“L’abbiamo già fatta, con la ristrutturazione del settore tecnico. E per farlo, per individuare e scegliere il direttore e i commissari tecnici abbiamo indetto via internet un bando pubblico invitando gli interessati a spedire il curriculum. Questa procedura garantisce la totale indipendenza politica in un ruolo chiave e fondamentale della nostra organizzazione. Ora abbiamo un nuovo direttore tecnico, il professor Antonio Alfine, e nuovi commissari per i vari settori, dai senior agli junior, dagli under 23 alle donne. Ognuno avrà la sua specifica competenza. L’obiettivo è quello di realizzare un team di tecnici compatto, in modo che il risultato del gruppo sia realmente superiore alla somma dei singoli.”
Ma non c’è il rischio che il direttore tecnico finisca per essere il capro espiatorio, il parafulmine per gli eventuali mancati successi?
“Assolutamente no. Negli ultimi vent’anni, Alfine ha lavorato nel centro federale di Piediluco e ha dimostrato di conoscere molto bene il cuore del canottaggio italiano. Sa perfettamente quali sono i compiti di un dt e ha il carattere giusto per rapportarsi con i commissari. Ognuno di loro sarà il vero e unico responsabile del proprio lavoro e dei risultati ottenuti dagli atleti che gestisce. Il modello di organizzazione tecnica della federazione aveva trent’anni e ormai non era più adeguato ai tempi. In un mondo nel quale per vincere la concorrenza internazionale occorre specializzarsi, ci siamo chiesti: è opportuno che il dt si occupi di tutti i settori, che sia al tempo stesso un capace manager, un bravo allenatore, un esperto fisiologo, un valido biomeccanico? Riteniamo invece che il direttore tecnico debba essere un ottimo coordinatore, l’armonizzatore dei vari settori. Ecco, il nostro nuovo modello è orizzontale: prevale il lavoro di squadra”.
E nella squadra arriva anche lo straniero: tra i nuovi commissari c’è l’olandese Josy Verdonkschot
“Vogliamo rilanciare il settore femminile. Altri paesi sono molto più avanti di noi e Verdonkschot può aiutarci a compiere il salto di qualità . Cercheremo di puntare alle medaglie olimpiche e mondiali seguendo quei modelli da lui già sperimentati con grande successo. Come a Pechino 2008, dove il doppio femminile olandese conquistò l’oro. Lo allenava lui”.
Quale sarà la parola chiave del suo mandato?
“Visibilità , sicuramente. Serve una federazione che sappia conquistare una grande visibilità , il nostro sport ne ha bisogno. La visibilità è fondamentale per poter veicolare la nuova immagine di un canottaggio giovane e moderno, rivolto al futuro; determinante per attrarre i giovani, le loro famiglie, i media e di conseguenza anche gli sponsor, elevando quindi, come tutti ci auguriamo, il livello economico del nostro mondo. Punteremo sulla spettacolarizzazione, ogni gara deve trasformarsi in un grande evento, uno show che richiami interesse, pubblico, sponsor, soldi. Se le regate diventeranno più appetibili dal punto di vista televisivo, con riprese spettacolari, con commentatori che trasmettono emozioni, allora avremo raggiunto il nostro obiettivo”
Puntate sui giovani, ma molti sono i giovani che si perdono per strada: tra i 16 e i 18 anni circa la metà degli atleti tesserati abbandonano. Un grosso danno per federazione e società : cosa si può fare per arginare questa emorragia di potenziali campioni del futuro?
“Da una parte il fenomeno dell’abbandono è fisiologico, ma dall’altra è anche causa della scarsa attenzione da parte della federazione. Gli atleti, soprattutto i giovani, vanno seguiti, coccolati, stimolati, allenati nel modo giusto. Allora dovremo investire nella preparazione dei tecnici, magari creando una convenzione con lo IUSM, l’università dello sport, cosicché gli studenti possano ottenere l’abilitazione per insegnare canottaggio. Un progetto sul quale lavoriamo”.
Roma, un immenso serbatoio di giovani, eppure basso è il numero di coloro che praticano canottaggio. Cosa si può fare per richiamare più praticanti?
“I circoli canottieri sono quasi tutti concentrati nella stessa area, tra Flaminio e Acquacetosa, e non sono facilmente raggiungibili da tutto il resto della città . Occorrerebbe creare delle sedi in zone più decentrate, così si riuscirebbe ad ampliare il numero di praticanti. Comunque, noi adesso portiamo avanti l’idea di un nuovo bacino remiero a Roma, e se riusciremo a realizzarlo, il canottaggio e la Capitale diventeranno un binomio straordinario”
Faccia uno spot al canottaggio, spieghi a un ragazzino perché è bello andare in barca e convinca i suoi genitori ad accompagnarlo…
“Uno sport straordinario, completo, che fa bene al corpo e all’anima. Quando io cominciai, era il 1981, non sapevo nemmeno cosa fosse il canottaggio: mi appassionai subito, perché uscendo in barca provavo sensazioni incredibili. Così mi sono innamorato del canottaggio e non l’ho mai più tradito. Quando si ha passione anche la fatica degli allenamenti viene assorbita facilmente. Emozioni e stimoli non mancano. C’è il contatto con la natura, e l’ebbrezza del rumore dell’acqua che scorre sotto la barca; c’è lo spirito di gruppo, perché lo stare insieme in barca unisce e rafforza la capacità di relazionarsi; c’è l’ambiente sano in cui i ragazzi vivono, senza le esasperazioni presenti in altri sport. Il canottaggio coniuga fattori importanti per un ragazzo, aiuta a crescere, è una sfida dura ma educativa nella quale non si può lasciare nulla al caso. Così ci si prepara al meglio per affrontare la vita”.
Grande spot, il canottaggio ringrazia. Ragazzi, correte a emozionarvi e divertirvi come faceva il presidente. Remate, per credere. E se un giorno sarete così bravi da vincere, magari anche voi sentirete scendere una lacrima sul viso.
Quella lacrima sul viso, mentre lo incoronavano con la medaglia di bronzo, non la dimenticherà mai. Il podio, gli applausi, la bandiera italiana che sventola, i brividi. Era il 1984, mondiali di canottaggio, Jonkoping, Svezia. Enrico Gandola aveva 17 anni. Quel giorno si sentiva un re, dominava il mondo, sognava nuovi trionfi: eppure mai avrebbe immaginato di diventare presidente. Lo è diventato 25 anni più tardi, il 14 dicembre 2008. Lo hanno eletto a grande maggioranza numero uno del canottaggio, ma nessuno ha visto scendere nuove lacrime sul suo viso. Non ha pianto, ma l’emozione è stata forte, davvero. Presidente di uno sport in cerca di rilancio, grandi responsabilità . Campione lo è stato, ora tenterà di lasciare il segno come dirigente: dai remi alla scrivania, compiti molto diversi e ugualmente impegnativi. Ci sarà da sudare per rimettere in sesto una barca che ultimamente cominciava un po’ a fare acqua, ma lui ha promesso all’Italia intera che suderà come quando remava da campione.
“Il canottaggio merita di più” è stato il suo slogan elettorale. E Gandola sa bene che dopo tante belle parole da candidato ora tutti si aspettano fatti concreti da presidente. Solo i successi degli atleti azzurri saranno il suo successo, la sua nuova medaglia, quella per aver ridato lustro a uno degli sport olimpici per eccellenza, capace di regalare in passato tanta gloria al tricolore. E non solo quella firmata Abbagnale.
Quarantuno anni, nato a Udine e cresciuto a Bellagio, in quel paese abbarbicato sul lembo di terra che divide i due rami del lago di Como, Gandola è abituato alle grandi sfide. Quella volta, 25 anni fa ai mondiali junior, nel doppio con Marco Beria, superò colossi di due metri d’altezza. Lui pesava appena 62 chili, gracilino, e proprio per questo aveva cominciato a vogare: la mamma voleva che si irrobustisse, il medico consigliò canottaggio. E si irrobustì, e di mondiali ne vinse due (Copenaghen 1987 e Milano 1988). E la mamma, origini austro-ungariche, sorrise: aveva un figlio che sapeva farsi rispettare.
“Il carattere duro ma sensibile di mia madre ha forgiato la mia identità . Da mio padre ho imparato l’importanza dei valori sociali. E così sono andato avanti nella vita, cercando sempre di raggiungere i miei traguardi, con determinazione, equilibrio e costanza. Cominciai a sognare di poter migliorare la federazione dodici anni fa, e adesso posso dire di aver raggiunto anche questo obiettivo”.
Sì presidente, il sogno è realtà . Ma adesso l’aspetta un bel lavoro
“Ne sono consapevole, sarà impegnativo. Molto impegnativo ma stimolante. Troveremo la strada per migliorare la federazione, rilanciare l’immagine del canottaggio e rendere di nuovo vincente il nostro mondo”
Quale sarà la prima mossa?
“L’abbiamo già fatta, con la ristrutturazione del settore tecnico. E per farlo, per individuare e scegliere il direttore e i commissari tecnici abbiamo indetto via internet un bando pubblico invitando gli interessati a spedire il curriculum. Questa procedura garantisce la totale indipendenza politica in un ruolo chiave e fondamentale della nostra organizzazione. Ora abbiamo un nuovo direttore tecnico, il professor Antonio Alfine, e nuovi commissari per i vari settori, dai senior agli junior, dagli under 23 alle donne. Ognuno avrà la sua specifica competenza. L’obiettivo è quello di realizzare un team di tecnici compatto, in modo che il risultato del gruppo sia realmente superiore alla somma dei singoli.”
Ma non c’è il rischio che il direttore tecnico finisca per essere il capro espiatorio, il parafulmine per gli eventuali mancati successi?
“Assolutamente no. Negli ultimi vent’anni, Alfine ha lavorato nel centro federale di Piediluco e ha dimostrato di conoscere molto bene il cuore del canottaggio italiano. Sa perfettamente quali sono i compiti di un dt e ha il carattere giusto per rapportarsi con i commissari. Ognuno di loro sarà il vero e unico responsabile del proprio lavoro e dei risultati ottenuti dagli atleti che gestisce. Il modello di organizzazione tecnica della federazione aveva trent’anni e ormai non era più adeguato ai tempi. In un mondo nel quale per vincere la concorrenza internazionale occorre specializzarsi, ci siamo chiesti: è opportuno che il dt si occupi di tutti i settori, che sia al tempo stesso un capace manager, un bravo allenatore, un esperto fisiologo, un valido biomeccanico? Riteniamo invece che il direttore tecnico debba essere un ottimo coordinatore, l’armonizzatore dei vari settori. Ecco, il nostro nuovo modello è orizzontale: prevale il lavoro di squadra”.
E nella squadra arriva anche lo straniero: tra i nuovi commissari c’è l’olandese Josy Verdonkschot
“Vogliamo rilanciare il settore femminile. Altri paesi sono molto più avanti di noi e Verdonkschot può aiutarci a compiere il salto di qualità . Cercheremo di puntare alle medaglie olimpiche e mondiali seguendo quei modelli da lui già sperimentati con grande successo. Come a Pechino 2008, dove il doppio femminile olandese conquistò l’oro. Lo allenava lui”.
Quale sarà la parola chiave del suo mandato?
“Visibilità , sicuramente. Serve una federazione che sappia conquistare una grande visibilità , il nostro sport ne ha bisogno. La visibilità è fondamentale per poter veicolare la nuova immagine di un canottaggio giovane e moderno, rivolto al futuro; determinante per attrarre i giovani, le loro famiglie, i media e di conseguenza anche gli sponsor, elevando quindi, come tutti ci auguriamo, il livello economico del nostro mondo. Punteremo sulla spettacolarizzazione, ogni gara deve trasformarsi in un grande evento, uno show che richiami interesse, pubblico, sponsor, soldi. Se le regate diventeranno più appetibili dal punto di vista televisivo, con riprese spettacolari, con commentatori che trasmettono emozioni, allora avremo raggiunto il nostro obiettivo”
Puntate sui giovani, ma molti sono i giovani che si perdono per strada: tra i 16 e i 18 anni circa la metà degli atleti tesserati abbandonano. Un grosso danno per federazione e società : cosa si può fare per arginare questa emorragia di potenziali campioni del futuro?
“Da una parte il fenomeno dell’abbandono è fisiologico, ma dall’altra è anche causa della scarsa attenzione da parte della federazione. Gli atleti, soprattutto i giovani, vanno seguiti, coccolati, stimolati, allenati nel modo giusto. Allora dovremo investire nella preparazione dei tecnici, magari creando una convenzione con lo IUSM, l’università dello sport, cosicché gli studenti possano ottenere l’abilitazione per insegnare canottaggio. Un progetto sul quale lavoriamo”.
Roma, un immenso serbatoio di giovani, eppure basso è il numero di coloro che praticano canottaggio. Cosa si può fare per richiamare più praticanti?
“I circoli canottieri sono quasi tutti concentrati nella stessa area, tra Flaminio e Acquacetosa, e non sono facilmente raggiungibili da tutto il resto della città . Occorrerebbe creare delle sedi in zone più decentrate, così si riuscirebbe ad ampliare il numero di praticanti. Comunque, noi adesso portiamo avanti l’idea di un nuovo bacino remiero a Roma, e se riusciremo a realizzarlo, il canottaggio e la Capitale diventeranno un binomio straordinario”
Faccia uno spot al canottaggio, spieghi a un ragazzino perché è bello andare in barca e convinca i suoi genitori ad accompagnarlo…
“Uno sport straordinario, completo, che fa bene al corpo e all’anima. Quando io cominciai, era il 1981, non sapevo nemmeno cosa fosse il canottaggio: mi appassionai subito, perché uscendo in barca provavo sensazioni incredibili. Così mi sono innamorato del canottaggio e non l’ho mai più tradito. Quando si ha passione anche la fatica degli allenamenti viene assorbita facilmente. Emozioni e stimoli non mancano. C’è il contatto con la natura, e l’ebbrezza del rumore dell’acqua che scorre sotto la barca; c’è lo spirito di gruppo, perché lo stare insieme in barca unisce e rafforza la capacità di relazionarsi; c’è l’ambiente sano in cui i ragazzi vivono, senza le esasperazioni presenti in altri sport. Il canottaggio coniuga fattori importanti per un ragazzo, aiuta a crescere, è una sfida dura ma educativa nella quale non si può lasciare nulla al caso. Così ci si prepara al meglio per affrontare la vita”.
Grande spot, il canottaggio ringrazia. Ragazzi, correte a emozionarvi e divertirvi come faceva il presidente. Remate, per credere. E se un giorno sarete così bravi da vincere, magari anche voi sentirete scendere una lacrima sul viso.
















