“Generazione Canottaggio” – Alla Canottieri Flora disabilità fa rima con opportunità
“Generazione Canottaggio” – Alla Canottieri Flora disabilità fa rima con opportunità

“Generazione Canottaggio” fa tappa alla Canottieri Flora, dove il progetto legato alla disabilità rappresenta, di fatto, il comun denominatore di un pensiero che non ha barriere, che non le ha mai avute, ma semmai sinonimo di dialogo, di lavoro quotidiano per fare in modo che il mondo del remo sia molto più che un semplice sport da praticare. Compagno di viaggio in questo percorso, Pierangelo Ariberti, responsabile tecnico del settore canottaggio per il Flora e nel progetto “Atleticamente” uno dei fondatori e poi consigliere, oggi allenatore di riferimento per il canottaggio.

Da quanti anni portate avanti il vostro progetto?
“Il progetto vero e proprio è partito nel 2004. È nato da un’esigenza condivisa da varie associazioni, tra cui l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, con il sostegno del Comune di Cremona e della Canottieri Flora. In realtà avevamo iniziato già nel 2002 con alcune idee e prime prove, ma è nel 2004 che il progetto si è concretizzato con la fondazione dell’associazione “Atleticamente”. Fin dall’inizio sono venute a provare a remare diverse persone e, proprio grazie alla collaborazione con l’Unione Ciechi, è nato un rapporto che continua ancora oggi. I ragazzi venivano a sperimentare: chi si trovava bene proseguiva nel canottaggio, chi invece non si sentiva a proprio agio poteva orientarsi verso altre discipline. L’associazione, infatti, ha poi ampliato la propria offerta includendo anche nuoto, bocce e molte altre attività sportive, con l’obiettivo di offrire opportunità diverse e aiutare i partecipanti a uscire da un contesto spesso piuttosto chiuso. L’idea era quella di metterli nelle condizioni di allenarsi e crescere insieme ad altri ragazzi che già praticano il canottaggio, favorendo integrazione, autonomia e condivisione”.

I risultati agonistici non sono mancati…
“La partecipazione di questi ragazzi, con l’andare del tempo, è diventata assidua, entrando a far parte direttamente della squadra di canottaggio con risultati, devo dire, molto importanti. Nel 2008 Daniele Signore ha vinto la medaglia d’oro nel quattro con alle Paralimpiadi di Pechino a bordo del quattro con timoniere. A lui si sono aggiunti altri atleti. Daniele Signore è un ipovedente grave, così come Michele Ferrari, che ha fatto parte della Nazionale in quel periodo. Poi c’era anche Morelli, atleta proveniente dal nuoto, medaglia d’argento, che è venuto a provare il Canottaggio e nel giro di due o tre anni ha partecipato a gare di Coppa del Mondo, classificandosi sesto nel 2000 e poi dodicesimo dal 2012 in avanti. Abbiamo avuto anche Romina Modena, che ha partecipato a diverse gare internazionali, però non è riuscita a qualificarsi per le Olimpiadi di Rio. In quel periodo facevo parte della nazionale, quindi era anche più facile portare atleti di un certo livello a fare queste gare, considerando poi che, grazie a vari progetti federali, siamo riusciti a portare qualche volta la nazionale ad allenarsi a Cremona. Questo ha contribuito a incrementare il numero di atleti e a dare maggiore visibilità a questa realtà!”.

Quanto è stata grande la soddisfazione per aver offerto questa preziosa opportunità a ragazzi con disabilità?
“Non abbiamo mai perseguito i risultati sportivi come obiettivo principale, anche se posso dire che sono arrivati e ne siamo certamente contenti. Il nostro intento è sempre stato quello di portare allo sport persone che non lo avevano mai praticato, per migliorare la loro condizione fisica e il loro benessere generale. Ho ragazzi e ragazze che sono in carrozzina e il fatto di allenarsi costantemente dà loro la possibilità di rendersi più indipendenti nei movimenti e di rinforzare quelle parti del corpo che, purtroppo, per evidenti ragioni non possono essere utilizzate nella vita quotidiana. Per quanto riguarda invece il gruppo delle persone con disabilità intellettiva, abbiamo collaborato per diverso tempo con un istituto dove erano impegnati ragazzi minorenni. Con loro abbiamo lavorato per cinque o sei anni. Poi, per problemi di orari, non siamo più riusciti a portare avanti questa attività in modo strutturato. Tuttavia, i ragazzi che venivano a provare il canottaggio nelle ore dedicate all’istituto, se lo desideravano, hanno avuto la possibilità di continuare come tutti gli altri atleti, accompagnati dai loro genitori”.

C’è stata interazione tra disabili e normodotati?
“Devo dire che ho trovato anche negli atleti normodotati una grande disponibilità: si è creata una squadra unita che ha lavorato insieme, e questo ha dato un impulso ulteriore al benessere di questi ragazzi. Attualmente collaboriamo con istituti dove le persone sono impegnate sia nel campo lavorativo sia in quello sportivo, per dare loro la possibilità durante la settimana di praticare attività fisica e di imparare qualcosa di nuovo. Il fatto poi di riuscire a portarli in barca, grazie alle attrezzature che nel tempo siamo riusciti, tra l’associazione Canottieri Flora, a costruire e ad acquistare, è fondamentale”.

Quale valore ha la possibilità di disporre di strutture idonee alla pratica del Canottaggio per disabili?
“Noi abbiamo di proprietà due singoli para con seggiolini completi e una barca da allenamento molto sicura. Ricordiamoci che la Canottieri Flora è sul fiume Po: una palestra bellissima, ma non è un lago dove l’acqua è ferma. C’è corrente, ci sono varie problematiche che però, grazie a queste attrezzature, riusciamo a gestire e a utilizzare in sicurezza. Grazie alla federazione abbiamo inoltre in comodato d’uso un “quattro con”, che viene utilizzato per partecipare alle gare sia a livello regionale sia a livello nazionale”.

Che tipo di rapporto instaurate con le famiglie?
“Per quanto riguarda il mondo dei giovani, per noi non fa differenza che siano normodotati o con disabilità. Non è difficile proporre il nostro sport; la difficoltà, nel caso delle persone con disabilità, spesso riguarda le famiglie. Se la famiglia è aperta, crede nel valore dello sport e vuole bene al proprio ragazzo, lo accompagna volentieri e si crea un bellissimo rapporto. Se invece il ragazzo non viene sostenuto dalla famiglia, o ci sono problematiche interne, difficilmente riesce ad arrivare da noi. Questo è quello che ho riscontrato in questo mondo, fatto di sport, inclusione e crescita personale”.

Ci sono momenti che vanno ricordati?
“Una delle cose più belle che abbiamo fatto nel 2016, grazie a un progetto finanziato dalla Compagnia delle Griglie sempre per l’associazione Atleticamente, con il supporto della Canottieri Flora e del Comune di Cremona, è stata la discesa del Po con una barca a otto da Cremona a Venezia. Abbiamo coinvolto 12 ragazzi con diverse disabilità, provenienti dalla Flora, dalla Canottieri Gavirate e dalla Canottieri Monate. Ci abbiamo messo una settimana ed è stata un’esperienza magnifica che i ragazzi non dimenticheranno mai, e tante volte mi dico: quand’è che rifacciamo ancora questa cosa? Per rendere più sicura e organizzata la discesa, e anche più agevole per loro, facevamo i cambi con i vari ragazzi: quattro remavano più il timoniere. Erano presenti anche le due medaglie d’oro di Pechino, Daniele Sottile e Luca Agamennoni, che hanno contribuito non solo a rendere divertente, ma soprattutto non pesante, questa discesa. Eravamo seguiti da un houseboat dove i ragazzi, una volta effettuato il loro turno di voga, si mettevano su una barca di appoggio a seguire gli altri, all’ombra con le bibite varie, incitandoli a remare”.

Gli istituti scolastici e le Associazioni con le quali collaborate in sinergia in che maniera rispondono?
“Per quanto riguarda gli istituti scolastici e le associazioni, tanti non conoscono questa realtà, nonostante anche i giornali parlino di chi comunque lavora in questi ambiti e porti avanti con impegno quello che noi facciamo. Si potrebbe fare qualcosa di più, però i numeri che possiamo accogliere non sono così alti. Io lavoro normalmente con dieci ragazzi che fanno agonismo; per quanto riguarda le associazioni parliamo di una decina di ragazzi anche qui, che possono alternarsi per fare questo tipo di lavoro sportivo”.

Pierangelo, quali sono i prossimi obiettivi?
“Gli obiettivi sono quelli di portare e far conoscere il canottaggio a più persone possibili, cercando di insegnare quella che è la cultura della natura e la consapevolezza e il rispetto del proprio corpo. Il fatto di avere questi ragazzi all’interno della società dà stimolo anche agli altri, alla squadra agonistica, perché si rendono conto che, nonostante tante difficoltà, basta la volontà per riuscire comunque a dare il meglio di se stessi. Io sono per lo sport perché fa bene. Non mi interessa lo sport portato all’estremo, anche se devo dire che i risultati danno piacere, ma non sono l’obiettivo di tutta l’organizzazione che abbiamo creato all’interno della canottieri. La Canottieri e tutto il direttivo, fino ad arrivare agli operatori che lavorano all’interno della società, lavorano perché ci sia un benessere dovuto proprio allo sport, non tanto a quello che può essere il risultato finale di un allenamento o di una stagione”.
Gianluca Atlante

















