“Generazione Canottaggio” – Al CUS Torino lo Sport come strumento reale di crescita, integrazione e cittadinanza attiva
“Generazione Canottaggio” – Al CUS Torino lo Sport come strumento reale di crescita, integrazione e cittadinanza attiva

Il Cus Torino è, sempre più, orientato ad aprire le proprie porte alle scuole e, parallelamente, ad allargare le proprie attività al settore della disabilità. La «Sezione Canoa e Canottaggio» del Centro Universitario Sportivo Torino è nata nel 2004 ed ha avuto una crescita costante sia a livello numerico sia per risultati sportivi. Di questi due progetti, ai quali il Cus Torino tiene in maniera particolare, ne abbiamo parlato con Francesca Grilli, che per la sezione canottaggio è referente Sport Special Olympics e FISDIR, i due enti che si occupano della programmazione degli sport per persone con disabilità intelligente e disturbi spettro autistico.

L’attività nelle scuole e con i disabili è molto datata. E’ così?
“Il CUS Torino porta avanti progetti sportivi con le scuole e con ragazzi con disabilità dal 2008, in modo strutturato e continuativo. Negli ultimi 4–5 anni queste attività si sono rafforzate in maniera significativa, soprattutto grazie allo sviluppo dei programmi legati a Special Olympics, al canottaggio e all’indoor rowing, arrivando a coinvolgere un numero sempre più ampio di istituti scolastici, associazioni e famiglie. Tutto questo è possibile grazie a un lavoro di staff: sotto la direzione di Mauro Tontodonati, operiamo come un team di referenti, ciascuno responsabile di un gruppo e di un settore specifico. Roberta Piantanida è referente di tutta l’attività giovanile CAS e scuole, Matteo Tontodonati invece è referente per l’attività pararowing fisico, Francesca Grilli è referente per l’attività Special Olympics e Fisdir. Il valore aggiunto sta proprio nell’integrazione complessiva delle attività: agonismo, para-rowing, Special Olympics, canoa, canottaggio e progetti scuola procedono insieme, in un disegno unico e coerente”.

Quale strategia avete individuato e condotto per lo sviluppo di questi progetti?
“Nascono dall’osservazione diretta dei bisogni del territorio e dei ragazzi. Molti giovani, soprattutto quelli in situazioni di fragilità – che si tratti di disagio sociale o di disabilità – faticano a trovare contesti strutturati, inclusivi e continuativi dopo la scuola o al termine di percorsi educativi protetti.
Lo sport, e in particolare il canottaggio, si è rivelato uno strumento straordinario perché è:
• educativo
• inclusivo
• altamente formativo
• capace di creare gruppo e senso di appartenenzaDa qui l’idea di non limitarsi alla singola esperienza sportiva, ma di costruire percorsi continuativi di crescita personale, sociale e relazionale, capaci di accompagnare i ragazzi nel tempo”.

Canottaggio e integrazione: come fare per render sempre più inclusiva la disciplina remiera?
“È estremamente importante. Il canottaggio è uno sport che educa al rispetto delle regole, alla collaborazione, alla disciplina e al senso di responsabilità individuale all’interno di un gruppo. Ogni atleta è parte di un sistema: se uno sbaglia, la barca lo sente; se tutti lavorano insieme, il risultato arriva.
Il tema dell’integrazione è centrale e assume un valore ancora più profondo grazie al rispecchiamento: utilizzando le stesse barche, gli stessi spazi e le stesse regole, atleti normodotati e atleti con disabilità possono riconoscersi gli uni negli altri. Non esistono barche “diverse” per persone diverse: esiste un unico contesto condiviso.
Questo permette ai ragazzi di vedersi prima come atleti e come persone, e solo dopo nelle loro specificità. Il rispecchiamento favorisce empatia, riduce le distanze e costruisce una cultura autentica dell’inclusione, dove le differenze non dividono ma arricchiscono il gruppo”.

Quali i valori primari che promuovete?
“La “dottrina”, se così vogliamo chiamarla, è fatta di pochi valori chiari e condivisi: rispetto, responsabilità, collaborazione, inclusione e consapevolezza del proprio ruolo all’interno del gruppo. Nel canottaggio non esiste una distinzione tra chi “vale di più” e chi “vale di meno”: la barca funziona solo se tutti remano insieme, con lo stesso ritmo e nella stessa direzione. Questo vale per atleti normodotati e per atleti con disabilità. L’utilizzo delle stesse barche, degli stessi spazi e delle stesse regole crea un forte meccanismo di coesione e rispecchiamento, che insegna a rispettare tempi, limiti e potenzialità reciproche. Per questo è fondamentale che il progetto sportivo e quello inclusivo vadano di pari passo: lo sport fornisce struttura, metodo e obiettivi; l’inclusione dà significato, profondità e valore umano all’esperienza. Separarli vorrebbe dire perdere l’essenza del progetto. L’obiettivo educativo è far capire ai giovani che le differenze sono una risorsa, e che proprio grazie a esse il gruppo diventa più forte e consapevole”.

A proposito dei numeri, cosa puoi dirci?
“Parliamo complessivamente di:
• circa 25–30 atleti con disabilità coinvolti in modo continuativo
• circa 50 classi provenienti dalle scuole del territorio
• istruttori qualificati, tecnici federali e volontari
Accanto alle attività sportive, il CUS Torino è attivamente coinvolto anche nei percorsi PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento), offrendo agli studenti esperienze concrete legate all’organizzazione sportiva, alla gestione degli eventi, al lavoro di squadra e ai valori dell’inclusione. I PCTO rappresentano un ulteriore strumento educativo, che permette ai ragazzi di avvicinarsi allo sport non solo come pratica, ma anche come contesto formativo e professionale.
A questo si aggiungono progetti specifici come il plogging abbinato a canottaggio e canoa, e le numerose richieste da parte delle scuole per mini cicli di lezioni o giornate esperienziali con dragon boat, canoe e jole, che coinvolgono almeno 100–200 studenti all’anno.
Nel complesso, considerando eventi, open day, PCTO e attività collaterali, il bacino di persone coinvolte supera le 700 unità annue, tra partecipanti diretti e indiretti”.

Gli istituti scolastici e le ONLUS come rispondono e come collaborano?
“La risposta degli istituti scolastici è generalmente molto positiva. Le scuole riconoscono in questi progetti un’opportunità concreta di crescita per i ragazzi, non solo sul piano motorio, ma anche educativo, relazionale e valoriale. Lo sport diventa un potente complemento al percorso scolastico.
Gli Enti del Terzo Settore e le associazioni che lavorano con ragazzi con disabilità sono parte attiva del progetto: condividono obiettivi e progettualità e lavorano insieme a noi. In particolare:
• segnalano e accompagnano i partecipanti
• affiancano gli istruttori
• contribuiscono alla costruzione di percorsi personalizzati
Questo crea una rete reale e quotidiana, basata sulla fiducia e sull’esperienza sul campo, non una collaborazione solo formale”.

C’è difficoltà nell’interagire oppure riuscite a trovare terreno fertile?
“Le difficoltà esistono, soprattutto all’inizio, come in ogni progetto serio.
Ma il terreno è assolutamente fertile. Superate le diffidenze iniziali, ragazzi, famiglie e istituzioni comprendono il valore del progetto e diventano parte attiva del percorso. La chiave è la continuità e la credibilità”.

Gli obiettivi immediati e futuri quali sono?
“Nel breve periodo:
• consolidare i gruppi esistenti
• ampliare la partecipazione
• strutturare ulteriormente eventi sportivi e formativi
Nel medio-lungo periodo:
• rendere questi progetti replicabili in altri impianti
• rafforzare il collegamento con eventi nazionali e internazionali
• costruire percorsi sempre più stabili di inclusione attraverso lo sport
L’obiettivo finale è semplice ma ambizioso: fare dello sport uno strumento reale di crescita, integrazione e cittadinanza attiva”.
Gianluca Atlante

















