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DAI MARIO…ULTIME 10!

martedì 22 Settembre 2026

DAI MARIO…ULTIME 10!

Una visita come quella di un parente che non si vedeva da tanto tempo. Dopo esserci sentiti al telefono, finalmente è arrivato il giorno tanto atteso. Appuntamento in Sacchetta di fronte alle Canottiere, domenica 20 settembre alle 10:00, con Mario Petri che non vedevo da quando avevo 5 anni, come a dire 66 anni fa. Sì quel Petri che in coppia con Paolo Mosetti allenati da Mario Ustolin, furono i dominatori della specialità del 2 senza a cavallo tra gli anni ’50 ed i ’60, i più giovani olimpionici ai Giochi di Roma nel 1960, 21 anni, Campioni d’Europa nel 1963. Mentre parcheggiavo l’auto nel piazzale Straulino e Rode, a ricordare altri due olimpionici, ma nella vela, mi chiedevo se lo avessi riconosciuto, perchè le ultime volte che lo avevo incontrato era alla celebrazione che la Ginnastica Triestina aveva organizzato nella sede di via della Ginnastica in onore dei partecipanti biancocelesti alle Olimpiadi di Roma, e la foto del loro 2 senza sul poster della Federazione che tenevo appeso sopra il letto. Una domenica di settembre con temperature più accettabili era l’ideale per incontrare Mario che da Brescia dove abitava, era venuto, accompagnato dai due figli, a Trieste a trovare i parenti e ad incontrarmi. L’ora dell’appuntamento stava per scoccare quando sul percorso per arrivare in Canottiera mi si parò innanzi una coppia che immaginai fosse quella che dovevo vedere. Mi avvicinai e chiesi: “Sto cercando Mario Petri…” Lui si girò …”Maurizio?” Sì e ci abbracciammo. Nel frattempo furono dei nostri Valentina Mosetti, la figlia di Paolo e un altro Paolo, quel Grabar presidente della SGT Nautica, anche lui ex atleta di Ustolin. E Petri, rivolto alla “Vale”: “Io con tuo padre mi arrabbiavo solo per un motivo, abitavo in piazza dei Foraggi e dovevo prendere due bus per venire alla mattina presto ad allenarmi, lui abitava invece qui vicino, ma agli allenamenti era sempre in ritardo…”

Appoggiato al bastone Mario Petri raccontò che finalmente dopo un lungo periodo di riabilitazione ora stava meglio e prova ne era che aveva sopportato il viaggio in auto fino a Trieste. “Voglio salire al piano di sopra a vedere se c’è ancora qualche coppa di quelle che ho vinto…Perchè almeno una volta, succedeva che a noi atleti dessero la medaglietta, alla società …la coppa.” Camminando lentamente, tenendo il suo passo, ci avvicinammo alla base del Pontile Istria. “Per me è una grande emozione…” E lo era anche per noi. “Dobbiamo tutti i nostri risultati a Mario Ustolin!” E questa sua frase si ripetè come un mantra nel corso del nostro incontro. Gli fece eco il Presidente della Ginnastica:”Mario faceva di noi dei bravi atleti ma soprattutto delle brave persone!” Epoi, rivolto a Valentina, “Sai che questo è un birichino?”guardando me, e sorridendo continuò: “Quando ci furono le pemiazioni per gli olimpionici di Roma alla Ginnastica, e la società ci consegnò una medaglia d’oro, lui prima se la fece mostrare e poi non volle più restituirla. Meno male che sua madre con un trucchetto riuscì a portargliela via ed a tornarmela…”

Ci raccontò del suo stato di salute, di quello che aveva fatto per rimettersi in sesto. “Alle volte il fisioterapista mi raccomanda di muovermi, di andare a camminare, ma io non sempre trovo la voglia, poi mi ricordo degli allenamenti con Mario Ustolin, quando arrivati al faro della vecchia diga confidavamo nel fatto che le tirate fossero finite. Via adesso, ci incitava, ultime 10, e noi a riprendere a tirare, solo che le ultime 10 arrivavano una dopo l’altra, e andavano avanti fino a quando non arrivavamo al pontile di sbarco. Ed allora quando non ho voglia di muovermi, mi ricordo le parole di Ustolin e mi dico…dai via ultime 10…!”

Finalmente arrivammo nella sede della Ginnastica, e volle subito vedere le barche, chiedendo se di quelle vecchie ce ne fosse ancora qualcuna… Tomasi, Gottardis, Bartoli, de Curtis, Gomezel, tanti nomi che avevo conosciuto anch’io, e quando arrivò a Savino Rebek, e seppe della sua recente dipartita scese un velo di tristezza sul suo volto. Poi un gradino alla volta, salimmo al primo piano, e camminò fino alla sala delle coppe, anche se la proposta di sederci in terrazza per un caffè mise subito tutti d’accordo. Grabar arrivò con il cappellino sociale in dono, che lui indossò subito. Ed allora riprese con i ricordi, e tolti gli occhiali riconobbi il suo sguardo vigile, attento, lo stesso del poster, quello di un grande capovoga.

Non mi era mai passato per la testa di praticare il canottaggio. Un giorno, avevo 14/15 anni, in Barriera, incontrai un uomo piccoletto, che poi seppi fosse Pino Culot, che vedendomi alto (ero oltre il metro e 90), mi chiese se volessi provare a venir a remare in società da lui. Ringraziai ma declinai l’offerta. Qualche anno dopo un mio amico mi invitò ad andare in Canottiera, e più per curiosità che altro ci andai. E fu così che iniziai a remare.”

Ustolin ci faceva correre la Salita del Promontorio, poi via Besenghi, la vecchia stazione dei treni, per poi tornare in società, e quando pensavamo fosse finita, via con i “cartoni” in palestra… Quando al mattino invece che in tipo libero ci ordinava di prendere la yole, eravamo coscienti dell’ulteriore durezza dell’allenamento. Io e Paolo iniziammo in doppio con la vogata di coppia, ma non ci trovavamo. Passammo quindi al 2 senza, la specialità più tecnica, dove devi trovare il massimo assieme con il tuo compagno.”

In società in quegli anni c’era il 2 senza di Gottardis e Tommasi che era forte ed aveva vinto diversi titoli italiani di specialità e vestito la maglia azzurra ai Campionati Europei nel 1954 ad Amsterdam. Una mattina Mario Ustolin volle provare un percorso di gara noi contro loro. Partimmo dalla Marinella, dove di solito iniziavano le gare sui 2000 metri, con il traguardo a Barcola in porticciolo. Vincemmo con due barche di vantaggio. Alle volte d’estate alla fine degli allenamenti salivamo nella terrazza superiore perchè volevamo prendere il sole, ma se Ustolin ci scopriva, ci rimandava subito all’ombra, perchè in vista delle gare non dovevamo abbronzarci. Però lui lo era sempre!”

Un paio di volte la settimana andavamo ad allenarci nella palestra di via Ginnastica, ed in attesa venisse il nostro turno, curiosavamo nelle altre, soprattutto in quella dove si allenava la squadra femminile di ginnastica artistica. E fu lì che iniziai la conoscenza di quella che poi sarebbe diventata mia moglie. Era molto brava soprattutto alla trave che era la sua specialità, ma causa un infortunio, nel ’60 a Roma ci andò come riserva.”

Alle Olimpiadi a Castel Gandolfo, forse impostando la tattica in modo diverso avremmo potuto andare in finale, ma eravamo inesperti ed era una delle primissime internazionali a cui partecipavamo. Savino Rebek invece entrò in finale nel singolo. Ricordo che a pranzo ed a cena eravamo vicini ai campioni di altri sport. Un giorno sedemmo vicino a Cassius Clay…un altro vicino ad un pesista italiano con il pancione, mangiava il riso una parte del quale gli cadeva sulla pancia…”

Ad un certo punto io e Paolo decidemmo di entrare nel gruppo ausiliario dei Vigili del Fuoco a Trieste, sperando un giorno, continuando anche a remare, di entrare effettivi. Ma le nostre speranze, nonostante ci impiegassero a tutti gli effetti, si spensero, e dovemmo trovare un’altra soluzione per sbarcare il lunario, perchè non potevamo pretendere di vivere di solo canottaggio.”

Patron Giovanni Borghi nei primi anni ’60 decise di aprire a Varese delle sezioni sportive, uno dei primissimi esempi di sponsorizzazione in Italia, e così che con il marchio Ignis ci fu la squadra di basket, quella del ciclismo di calcio, pugilato e il canottaggio. Ci fu offerto il trasferimento a Comerio vicino a Varese che io e Paolo accettammo. E’ così che ci trovammo ospiti nella foresteria assieme a Antonio Maspes uno dei più forti pistard dell’epoca, Pambianco che vinse il Giro d’Italia e andò anche alle Olimpiadi, Gavagnin che giocò per diversi anni con la Ignis basket, e diversi altri, pugili di cui non ricordo i nomi.”

In palestra lavoravamo con gli allenamenti che Ustolin aveva preparato per noi a Trieste e con lui ci si sentiva ogni tanto al telefono.”

Vogavamo su un 2 senza Carlesi molto pesante, 43 kg, e allora la Ignis ci mandò a Zurigo in cantiere da Stämpfli, ci presero le misure di gambe braccia, tronco e ci costruirono una barca su misura. Uscì un 2 senza da 27 kg che volava rispetto all’altro.”

Quando vincemmo gli Europei nel 1963 Patron Borghi ci diede un premio in denaro, che i giornalisti “carogne” subito criticarono, noi e lui…Oggi sarebbe la normalità. La Ignis vendeva molti elettrodomestici all’estero, ed il fatto di avere atleti che con la scritta della società vincevano le gare o le partite era una mossa di quello che poi sarebbe stata l’attuale strategia di marketing.”

Dopo il titolo europeo che vincemmo nel 1963 a Copenhagen sulla Germania di Zumkeller e Bender, formazione favorita della vigilia in quanto erano i campioni del mondo uscenti a Lucerna ’62, i due tedeschi ci mandarono a casa le loro congratulazioni scritte alle quali noi rispondemmo. Erano fisicamente superiori, ma sul campo danese trovammo il vento a favore e vincemmo.”

Era l’anno che precedeva le Olimpiadi di Tokio, e un importante problema fisico non mi permise di parteciparvi, Paolo andò in Giappone come riserva. Fu la fine del nostro sodalizio. Mosetti rientrò a Trieste dove si sposò con Laura Florit, ed io iniziai a lavorare nell’azienda che mi aveva sostenuto fino ad allora con il canottaggio, prima a Varese e poi a Brescia. Sposai la ginnasta di cui vi ho parlato prima dalla quale ebbi due figli, loro due…” e li indicò.

Mario si alzò ed entrando nel salone si avvicinò alla parete dove un grandissimo mobile a vetri accoglie le coppe ed iniziò a leggere le targhette per vedere se qualcuna di quelle era stata vinta da Petri e Mosetti. Le tirammo fuori una alla volta, premi anche di 70 e più anni fa, che raccontano la storia sportiva di una delle società più gloriose del remo italiano.

Poi arrivò il momento dei saluti. “Mario,” gli dissi prima di accomiatarci, “tu sai che qui in società ci sono tanti ex atleti di Ustolin che avrebbero voluto conoscerti, e che mi sgrideranno quando sapranno che ci siamo incontrati.” Sorrise… E poi rivolto ai figli dissi loro:”Bisogna la prossima volta organizzare, perchè hanno sentito parlare di Mario Petri da mio padre, e non l’hanno mai conosciuto…”

Io spero ci sia una prossima volta per incontrarti,” era Mario che parlava, “anche perchè l’anno prossimo di anni ne avrò 88 e ne mancano due ad arrivare a 90. D’ora in poi ogni giorno vissuto è un giorno guadagnato.”

Papà, un passettino alla volta…” lo confortò il figlio, “E poi ricorda le ultime 10!…”

Lasciai Mario Petri davanti al Pontile Istria, che ha visto noi canottieri scrivere un pezzettino di storia sportiva di questa città, il proposito è quello di incontrarlo al più presto, per sentire ancora storie di barche e di remi, di piccoli grandi eroi del nostro tempo, che è nostro dovere non dimenticare.

Maurizio Ustolin