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Carlo Molino: vivere per Amare…

domenica 10 Novembre 2013

Carlo Molino: vivere per Amare…

ROMA, 10 novembre 2013 – Chirurgo oncologo di professione, missionario al servizio delle popolazioni africane nel tempo che non dedica al lavoro e canottiere nel cuore. Questo è il Professor Carlo Molino, Dirigente dell’Unità Operativa Semplice di Chirurgia Oncologica del Pancreas e del Rettoperitoneo presso il più grande complesso ospedaliero del meridione, l’A.O.R.N. “A. Cardarelli” di Napoli. Recentemente Carlo Molino è stato nominato Vicepresidente sportivo del Circolo Reale Yacht Club Canottieri Savoia, la sua società storica: “I colori del Savoia sono nel mio cuore da molti anni e per me è stato un grande onore quando Carlo Campobasso, attuale Presidente, mi ha chiesto di rivestire la carica di Vicepresidente Sportivo – spiega Carlo Molino – La speranza da parte mia è di poter di poter offrire un contributo soprattutto a livello culturale. Oggi, infatti, i valori dominanti sono l’apparenza e l’aspetto economico. Io vorrei proporre, attraverso lo sport, un cambio di prospettiva. Vorrei portare, soprattutto i giovani, ad introiettare valori come la lealtà, l’amicizia, la cultura, la solidarietà. Sono concetti che dovrebbero essere rimessi in gioco”. 
 
Quando incomincia la sua attività remiera? “Il mio impegno nel canottaggio nasce negli anni settanta. Mi appassionai a questo sport a seguito delle Olimpiadi di Monaco e incominciai a remare presso la Canottieri Napoli. Ricordo che proprio in quegli anni si iniziava a fare in Italia il quattro di coppia. La barca al tempo era strutturata con il timoniere. Fummo noi a vincere il Campionato Italiano Ragazzi. Era il 1973. A seguire, dalla Categoria Juniores in poi, sono passato alle barche di punta, proseguendo fino ai senior e completando negli anni ottanta con la nazionale universitaria a Milano. Quindi ho abbandonato l’attività remiera per dedicarmi anima e corpo alla facoltà di Medicina. Mi sono laureato e specializzato in chirurgia. Oggi sono chirurgo oncologo, in particolare mi interesso di chirurgia del pancreas”.
 
Un arrivederci più che un addio, giusto?: “Esatto. Infatti dopo alcuni anni di assenza dal mondo remiero sono diventato Giudice Arbitro della Federazione Italiana Canottaggio. Devo dire che è un’esperienza molto bella perché è un modo di restare in contatto con lo sport che amo ed in particolar modo con i giovani”. Quali sono le gare che preferisce arbitrare?: “Le gare che mi piace arbitrare di più sono quelle dei ragazzini perché le trovo particolarmente emozionanti. La competizione che vede in acqua l’atleta affermato è bella perché consente di apprezzare la tecnica, il gesto atletico. Quella dei giovanissimi invece è estremamente stimolante dal punto di vista umano”.
 
Lei svolge anche un’importante attività umanitaria in Africa. Com’è nata questo suo impegno? “Diciamo che l’idea di recarmi in Africa per poter offrire un contributo a quelle popolazioni è sempre stata nella mia testa. Volevo fortemente fare quest’esperienza, che ritenevo importante soprattutto da un punto di vista umano. L’occasione si presentò quando un amico mi propose di andare a sostituire un collega in un ospedale in Kenya. Nel 2003 scesi per la prima volta. Lì conobbi una persona eccezionale, Giorgio Giaccaglia, ex primario anestesista di Ferrara che oggi purtroppo non c’è più e che aveva creato quest’ospedale nel mezzo della foresta. Fu un’esperienza incredibile, bella e forte, soprattutto dal punto di vista umano. Mi innamorai dell’Africa, ero entusiasta di poter fare qualcosa lì. Addirittura mi resi conto che in quel contesto probabilmente era più quello che ricevevo a livello personale rispetto a quello che ero in grado di dare. Incominciai offrendo la mia professionalità. Successivamente abbracciai l’idea che era necessario impegnarmi anche nel reperire fondi per potenziare le strutture a disposizione. Di lì a qualche tempo, col denaro che avevamo messo insieme, riuscimmo ad ampliare la struttura ospedaliera costruendo il padiglione pediatrico. Ho anche scritto un libro che testimoniava come fossero stati spesi i soldi. La nostra attività però non si è fermata. Ci siamo adoperati per costruire un altro ospedale, sempre grazie al prezioso contributo di Giorgio Giaccaglia che si era trasferito in Africa, a differenza mia che facevo avanti e indietro. Ho poi fondato una Onlus che si chiama “Vivere Per Amare – Live To Love” mediante la quale abbiamo potuto sviluppare molti altri progetti, uno dei quali è stato mettere insieme il budget necessario per poter strutturare, nell’ospedale Mbweni, il reparto maternità. A quel punto ci siamo adoperati in attività di formazione per mettere in condizione il personale locale di poter gestire autonomamente la struttura. Io ho anche offerto la possibilità ad un chirurgo africano di fare degli stage in Italia e all’estero, il tutto nell’ottica dell’interscambio culturale.
 
Come ha contribuito il mondo del canottaggio nel suo impegno umanitario?: “La Federazione Italiana Canottaggio ha sempre sostenuto i miei progetti umanitari. Mi ha aiutato sia nell’attività di divulgazione che nel reperire fondi. Per esempio in concomitanza con la Coppa Lysistrata che si tiene a Napoli, tutta l’equipe dei giudici arbitri dona alla mia associazione il contributo spese”.
 
Quindi fin ora possiamo parlare di un bilancio positivo rispetto ai suoi progetti umanitari? “Direi proprio di si. Questo rapporto con il continente africano va avanti ormai da anni. La cosa interessante è che entrambi gli ospedali ora sono autonomi, completamente gestiti da professionisti del posto. Da parte nostra ci stiamo preparando ad una terza ipotesi, ossia un ospedale itinerante su quattro ruote, che consentirebbe di raggiungere locazioni più distanti ed impervie. In Africa infatti ci sono posti completamente abbandonati, dove le popolazioni vivono in condizioni proibitive, senza risorse. L’idea è quindi di andare noi in questi posti, chiaramente con la consapevolezza di non poter rendere il servizio di una struttura ospedaliera ma di aiutare nelle situazioni meno gravi. Soprattutto nella prevenzione. L’unico problema sono i fondi. Noi siamo un’associazione che collabora con diverse altre Onlus e beneficiamo delle donazioni dei privati. Non abbiamo mai avuto fondi dalle Istituzioni, da Ministeri o dall’Europa. In questo momento di crisi la situazione è chiaramente più difficile. Poi purtroppo devo dire che tra molta generosità ci sono anche persone in cattiva fede e questo costringe noi ad una stretta selezione rispetto a chi dona il denaro. Insomma, le difficoltà sono tante però noi siamo canottieri e quindi non ci fermiamo davanti a nulla”.