Silvia De Maria: “Mai stata così forte, tutto merito del canottaggio”
giovedì 23 Febbraio 2012
Silvia De Maria: “Mai stata così forte, tutto merito del canottaggio”
Silvia De Maria: “Mai stata così forte, tutto merito del canottaggio”
di Alessandro Polato
TORINO, 24 febbraio 2012 – Il 29 agosto 2012, a 17 giorni dalla conclusione dei XXX Giochi Olimpici, Londra ospiterà anche la XIV edizione dei Giochi Paralimpici.
A poco più di 6 mesi dal loro inizio, e fresca di rientro dai primi raduni del 2012, siamo andati a fare due chiacchiere con Silvia De Maria, atleta della Società Canottieri Caprera di Torino, che lo scorso agosto 2011, a Bled (Slovenia), ha conquistato una storica qualificazione paralimpica nella specialità del 2XTAMix, assieme al compagno di barca Daniele Stefanoni (C.C. Aniene).
Silvia, aiutaci a inquadrare meglio la tua storia raccontandoci delle tue passioni, sportive e non. “Sono nata a Torino il 14 aprile del 1973 e sono la terza di quattro figli. Ho tre fratelli, Paolo, Claudio, Giorgio, e sono cresciuta coltivando sin da piccola l’amore per lo sport e la montagna, trasmessami da papà Gigi (grande amante del ciclismo) e sostenuta da mamma Lidia. Sono appassionata d’arte (mi reco spesso a mostre di varia natura) e cinematografia, amo la musica (che vivo in prima persona, recandomi ai concerti dei miei cantanti preferiti), l’opera lirica e la filosofia, in particolare quella orientale.Ho studiato ragioneria al liceo e scienze dell’educazione all’università , laureandomi nel ‘97. Una volta completati gli studi ho cominciato a lavorare, dapprima affrontando il tema del disagio minorile presso il carcere Ferrante Aporti di Torino, e successivamente il tema della disabilità in una comunità alloggio per pazienti psichiatrici.”
Come sappiamo, la tua disabilità è conseguenza di un incidente… “Sì, una mattina del ‘97, quando avevo 24 anni, recandomi a lavoro ho avuto un brutto incidente in macchina; la vettura che guidavo si è ribaltata, ed io ho riportato un forte trauma cranico con ematoma subdurale. Sono stata immediatamente operata alla testa ed ho trascorso qualche giorno in coma; dopo aver scongiurato il rischio di danni cerebrali, circa 20 giorni dopo sono stata operata alla schiena, dove avevo riportato una lesione della prima vertebra lombare (L1) ed una parziale lesione mielica, che mi ha reso paraplegica. Sebbene non riesca più a camminare, riesco a fare dei movimenti parziali delle gambe: non muovo più le caviglie ed i piedi, ma riesco ancora a muovere i quadricipiti, che sono rimasti tonici. Da allora, oltre al compleanno, l’8 giugno festeggio quello che ho ironicamente definito il “Compli-Danno…”
E dopo quanto dall’incidente hai cominciato a ripensare di avvicinarti allo sport? “In realtà ho ricominciato a praticare sport quasi da subito. In Germania lo sport viene ampliamente consigliato nell’ambito delle terapie riabilitative, cosa che oggigiorno fanno anche qui; lì ho avuto modo di provare a giocare a basket, sciare e ballare. Quando sono tornata in Italia non sapevo a chi rivolgermi, ma un amico che lavorava a Sestiere nell’ambito dello sport per disabili mi ha messo in contatto con Tiziana Nasi (Presidente Regionale del CIP, il Comitato Italiano Paralimpico), grazie alla quale ho iniziato a praticare sci già dal 1999.”
E dopo il tennis, quindi, è scattato l’amore per il canottaggio? “Sì, sebbene sia stato un incontro casuale, non una mia ricerca. Mentre ero a Pechino ho conosciuto Piero Poli, medaglia d’oro a Seoul 1988 ed attuale medico della Nazionale Italiana di Canottaggio, il quale mi ha portato ad avvicinarmi a tale disciplina, mettendomi in contatto con Simona Rasini, allenatrice del settore Adaptive della Società Canottieri Caprera di Torino. Da allora, eccomi qui, ancora a remare, ancora con i colori della Caprera…”
Silvia, tu ci offri una testimonianza molto preziosa, in quanto, a differenza di molti sportivi, cresciuti dedicandosi costantemente e totalmente ad una sola disciplina, tu ne hai praticata più di una. Permettici di capire qualcosa di più, quindi, facendo dei confronti e dei parallelismi. “Beh, nel tennis ho raggiunto il 20esimo posto nel ranking mondiale, qualificatami e partecipando alle Olimpiadi; dovessi fare un confronto con il canottaggio, direi che gli ho dedicato la stessa quantità di tempo, ma la quantità di energie impiegate nel canottaggio è nettamente superiore. Il canottaggio mi carica moltissimo, ma mi sfianca totalmente, è una forma di culto della fatica e del sacrificio. Sinceramente non credevo avrei raggiunto l’obbiettivo della qualificazione a Londra… Oltre ad essere seguita da Simona, mi alleno con suo marito e mio attuale allenatore, Vittorio Altobelli. Vittorio mi stimola ad andare sempre oltre, quando sono sul punto di cedere riesce sempre a portarmi oltre il limite; mi ha insegnato a faticare e soffrire come non avevo mai fatto prima, e mi ha trasmesso il cosiddetto concetto del “buttare il cuore oltre l’ostacolo”, una capacità che non pensavo di avere, o che forse nessuno di noi pensa di avere sino a quando non la scopre, poco alla volta, giorno per giorno, dovendo andare sempre un po’ oltre, superando quel limite del tutto intimo e personale. Questa capacità non è innaturale, ma va educata ed allenata, ed ha un enorme potenziale, in quanto anche quando l’allenamento termina, sono convinta che essere entrati in questo status mentale permetta di avere un approccio più determinato verso ogni cosa. Il canottaggio è anche questo.”
Silvia, quanto ti alleni adesso? “Mi alleno 2 volte al giorno tutti i giorni, ed 1 sola volta la domenica. Oramai sono in una fase in cui sento la necessità fisiologica di farlo, non ho ancora capito bene per quale motivo, ma credo che il mio corpo sprigioni delle sostanze che mi fanno sentire bene quando mi alleno; inoltre c’è la sensazione di appagamento psicologico che mi trasmette la prospettiva di arrivare a fine giornata sapendo di essermi allenata bene. In questo momento sono molto carica, e non mi sento affatto così lontana da una medaglia a Londra. Vado là per giocarmela sino in fondo. Dal punto di vista della disabilità io sono l’unica atleta della mia categoria (TA – Trunk & Arms) costretta alla carrozzina; nelle altre nazioni tutti gli atleti appartenenti a tale categoria, sebbene disabili, camminano, perciò possono sicuramente esprimere una maggiore potenza; la cosa tuttavia non mi preoccupa, anzi, la vivo come una doppia sfida. Inoltre bisogna sottolineare che a Bled noi abbiamo qualificato la barca, non l’equipaggio, quindi il posto lo dobbiamo mantenere dimostrando il nostro valore ogni volta. È’ una forma di pressione psicologica che comprendo perfettamente, tuttavia i test continui mi stressano, sebbene mi spingano sempre a cercare di dimostrare qualcosa, scatenando la mia vena agonistica e competitiva. Sinceramente, non credevo di essere così tanto competitiva!”
Parliamo di Daniele Stefanoni, il tuo grande compagno di barca… “Daniele è una persona meravigliosa, con un grande cuore. Ricordo che ci hanno messo in barca insieme sin da subito, e con lui ho disputato la mia prima regata internazionale a Gavirate. C’era un fortissimo vento e delle onde molto alte. Giunti in partenza, ho avuto paura, e, colta da un attacco di panico, gli ho detto che volevo scendere; lui è riuscito a calmarmi, e da allora io mi fido molto di lui. Tecnicamente è molto capace nel portare la barca; agli inizi lui era a capovoga, ma, dallo scorso anno, ci siamo invertiti, e sono passata io a capovoga”.
La gara più bella che hai disputato? “Lo scorso anno, a Karapiro, in Nuova Zelanda. Siamo arrivati quinti, però ho dato tutto ciò di cui ero capace; ero in stato di grazia, sentivo che non mi avrebbe potuto batture nessuno. La qualificazione di Bled dello scorso anno è stata, invece, una sfida durissima, dal punto di vista fisico e mentale; essendo in palio i pass olimpici, il livello era ancora più alto, e tutti hanno dato il tutto per tutto. Io ero molto più allenata ed in forma, quindi più vicina al limite, ma ce l’abbiamo fatta, e questa è la cosa più importante! Ora guardiamo a Londra!”