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Matteo Castaldo, Non pongo limiti alla mia perseveranza

lunedì 23 Maggio 2011

Matteo Castaldo, Non pongo limiti alla mia perseveranza

Matteo Castaldo, Non pongo limiti alla mia perseveranza

di Stefano Lo Cicero Vaina

ROMA, 23 maggio 2011 Matteo Castaldo, napoletano doc, ha 25 anni e le idee chiare. “Andare ai Mondiali con l’otto” con un solo obiettivo: la qualificazione per Londra 2012. Lui lo sa, la strada è dura, ma nello sport chi si pone limiti ha già perso. Per questo, negli ultimi tempi, passo dopo passo, sta cercando di costruire il sogno olimpico con allenamenti estenuanti e la consapevolezza che il canottaggio non sarà per sempre. E che nella vita bisogna porsi anche altri obiettivi.

Sei un atleta completo, passi dalla punta alla coppia senza problemi: un valore aggiunto per chi sta in Nazionale.
“Sì, diciamo che, a parte l’esperienza da allievo e cadetto, quando vogavo solo in singolo e doppio, le mie esperienze più importanti le ho sempre fatte di punta: ho disputato i mondiali junior (4° nel 2003 con il due senza, ndr) e under 23 (2° nel 2004 con il quattro senza e ancora 2° nel 2007 con il due senza, ndr) di punta. L’anno scorso, però, ho gareggiato alla mia prima nazionale in singolo e poi anche il campionato italiano, dove sono arrivato sesto, che non è male. Quest’anno sono passato dalla Canottieri Napoli al Savoia e sto continuando a remare di coppia, insieme ad altri buoni atleti che, come me, hanno scelto di allenarsi con Andrea Coppola”.

A Napoli c’è una bella lotta tra società, anche per il passaggio di atleti da un club all’altro…
“E’ vero, però non si fa per cattiveria, ma solo perché ci sono società che investono. Quando fai tante ore di allenamento al giorno, non puoi perdere tempo e ti poni degli obiettivi importanti da raggiungere, per cui scegli la società che ti permette di raggiungerli. Ho parlato con Andrea Coppola, lui mi ha spiegato qual era il suo intento e, così, ho deciso di seguirlo insieme ad altri. Allo stato attuale era l’unica società, a Napoli, che ci poteva garantire quello che nessun’altra ci poteva andare. E non parlo di soldi, perché non ne percepiamo, ma di progetti. Alla Canottieri Napoli, la situazione era delicata, è un momento di transizione. Per me comunque è come se fosse casa mia, la mia società sarà sempre quella, sono socio e devo molto a loro”.

Hai trovato Andrea Coppola, che non ha bisogno di presentazioni. Quanto conta l’allenatore nel canottaggio?
“Ti deve coinvolgere in ogni momento, sia quando stai bene, ma soprattutto quando hai difficoltà: lui capisce quando è il momento di starti vicino, quando dopo ore di allenamento sei spompato e pensi che non vai più… Andrea è riuscito a creare un bel gruppo, in cui, tra una battuta e una risata, il tempo passa e la fatica pure”.

Certo, il sogno olimpico sarebbe il massimo per te, ma già in famiglia c’è qualcuno che l’ha esaudito…
“Sì, mio nonno (Carlo Rolandi presidente onorario FIV n.d.r.) ha partecipato cinque Olimpiadi, ma nella vela, purtroppo senza vincerne una. Il suo grande rammarico è il bronzo perso a Roma, quando gareggiava in casa a Napoli. Resta comunque un’istituzione alla Canottieri Napoli e nella vela. E per me è un grande punto di riferimento”.

Ma allora questo nipote canottiere ha disonorato la tradizione velistica della famiglia?
“No, è un mio grande tifoso e, tra l’altro, pur essendo stato presidente della Canottieri Napoli, è da anni socio al Savoia e ha visto con immensa gioia il mio passaggio di società”

Ti ha mai spinto a fare vela?
“No, perché l’ha fatta mia sorella, anche se poi ha smesso per dedicarsi allo studio. Diciamo che lei gli dà soddisfazioni in altri ambiti e io nello sport”.

A proposito di studio, che cosa fai?
“Mi mancano due esami per laurearmi in Scienze Politiche. Devo dire che comincio a pensare al futuro, dopo questo quadriennio cercherò di capire che cosa fare: se l’otto non dovesse funzionare, vedrò cosa decidere. Certo, per ora l’obiettivo è l’Olimpiade, ma so che è difficile, visto che stare in Nazionale è dura. Resta comunque la mia ambizione massima. So che se non ci riuscirò, dovrò iniziare a lavorare, e vedo questo passo come una tragedia… (ride, ndr): anche allenarsi duramente è difficile, ma è una fatica divertente. Quindi, quando finirà il canottaggio, inizieranno le responsabilità”.
Che cosa farai dopo?
“Credo che seguirò le orme di mio padre che è un broker assicurativo piuttosto affermato. Ha uno studio avviato e credo che lo seguirò. Lui mi ha sempre spinto a fare canottaggio, è il mio primo tifoso, ma è normale che prima o poi, quando lo affiancherò, dovrò dedicarmi al lavoro”.

Matteo, tu, insieme agli altri ragazzi napoletani con cui vinci e stai in azzurro, rappresenti l’eccellenza di una città che, invece, è ancora coperta di spazzatura…
“E’ una tragedia, quando noi ce ne scappiamo in occasione delle gare è un bene. Io vivo al centro di Napoli e vi posso garantire che anche nei peggiori momenti del 2010 non siamo arrivati a tanto. Napoli è una bellissima città, ma ci meritiamo questa brutta pubblicità”.

Hai mai pensato di andartene?
“Ti dico che la mia ragazza, Vittoria, ha vinto un dottorato in biologia marina alle Hawaii. E ho pensato che potrebbe essere un presupposto per stare fuori in futuro. Magari, se lei lavorasse ancora all’estero, tra qualche anno potremmo stare insieme da qualche parte. Io poi con il lavoro che farò, potrei fare esperienze fuori, magari a Londra. La voglia di andarmene quindi c’è”.

E ti piacerebbe poi tornare?
“Sono molto legato a Napoli, ma purtroppo non c’è futuro, a meno che non hai un negozio, un ristorante. Per il resto, la prospettiva è molto ristretta. Per fortuna, però, nel mondo assicurativo non c’è molta crisi. Vedremo…”.

Concludiamo con l’amore: ti alleni 13 volte alla settimana: Vittoria ha molta pazienza…
“Diciamo che è una santa: stiamo insieme da 5 anni, mi segue ovunque e ha una grande pazienza. Per questo, la ringrazio!”.