La storia di Carlo Sisto Vigentini
La storia di Carlo Sisto Vigentini
La storia di Carlo Sisto Vigentini
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L’occasione migliore per avvicinarsi il più possibile a quel “mondo” che tanto lo affascinava, a stretto contatto con la natura, l’acqua, il silenzio delle barche e dei remi che sfioravano l’acqua, fu quella di incoraggiare i figli a provare il canottaggio, sport per lui sconosciuto fino ad allora, ma che da subito ha capito essere sport tanto di fatica e sacrificio quanto di formazione ed educazione. Nella primavera del 1996 si presentò l’occasione con il figlio più grande, seguito a distanza di qualche anno dal figlio più piccolo, avendo così la scusa per poter pedalare lungo l’Adda in ogni momento libero. Da lunedì a venerdì svolgeva con altrettanta passione il lavoro che fin da adolescente lo aveva appassionato, l’avvolgitore di motori elettrici. Sembrava dovesse realizzare una scultura con tutto quel rame tanta era la cura e la passione che metteva nel suo lavoro. Invece era solo il cuore di un macchinario elettrico. Ma per lui era la stessa cosa. E appena finito di “scolpire” via lungo le rive dell’Adda, con la sua inseparabile bicicletta. Non aspettava altro che il fine settimana per poter scendere lungo le rive dell’Adda e seguire le fatiche di quei giovani che, invece di studiare, preferivano passare ore ed ore a remare, divisi tra freddo e neve d’inverno, tra sole e vento d’estate. Ma il meglio di se lo esprimeva durante le gare, soprattutto se distanti da casa e divise in più giorni. Partiva al mattino di buon’ora per poter vedere la prima gara, non importava chi gareggiasse e che categoria fosse. Lui doveva essere li per vedere l’arrivo della gara e fare il tifo. Così fino all’ultima gara della giornata. A fargli compagnia, oltre alla moglie ed agli amici, l’inseparabile binocolo, indispensabile per vedere le prime palate di gara e seguire fin dal pontile i “suoi” atleti. Sono seguiti mesi molto difficili in cui tutto sembrava ormai impossibile, ma poco alla volta è riuscito, grazie al carattere e all’ingegno che lo distinguevano, a trovare il modo per poter continuare a vivere “normalmente”, a fare tutto ciò che più gli piaceva. Tra queste cose, però, mancava il modo per continuare con la sua passione per il canottaggio. Alla soluzione di questo problema pensò Paola Grizzetti, allenatrice della Canottieri Gavirate che, durante una gara, appreso della malattia che lo aveva colpito, gli propose di provare a diventare un atleta adaptive. Sulle prime, Carlo rimase un po’ spiazzato e perplesso di fronte a quella proposta, ma quella era la sua grande occasione per diventare un “canottiere”. Decise così di raccogliere l’invito di Paola e due settimane dopo si presentò a Gavirate con body e maglietta, pronto per iniziare la sua nuova avventura. Avventura che gli permise di dare un calcio alla malattia e di trovare una rivalsa su di essa. Ormai la passione che lo distingueva non bastava più, doveva anche allenarsi come ogni atleta che voglia ottenere dei risultati. Così, grazie ai mezzi messi a disposizione dalla sua allenatrice e alla collaborazione dei suoi colleghi, alla sera, finito di lavorare, saliva sul remo-ergometro, attrezzo tanto “caro” ai canottieri, ed iniziava a faticare a suon di remate. Dopo qualche settimana, l’amico Andrea Scotti riuscì, tramite la sua azienda, ad ottenere una sponsorizzazione che permise a Carlo di comprarsi la “sua” barca, con cui si allenava e si presentava alla partenza delle gare. Barca che gli ha dato grosse soddisfazioni, riuscendo ad ottenere ottimi risultati, culminati nell’argento ottenuto ai Campionati Italiani di Fondo disputati a Varese. Ma non erano i risultati che lo interessavano, quando usciva per iniziare ad allenarsi iniziava una nuova “vita” per lui: si sapeva l’ora in cui usciva ma non si sapeva mai l’ora in cui avrebbe deciso di rientrare. Andava e tornava, saliva e scendeva lungo l’Adda tra cigni e papere che rischiavano sempre le penne restando nella sua scia. Nonostante fosse molto riservato nel mostrare i propri sentimenti, quando saliva in barca gli si leggeva tutto in volto, diventava un libro aperto. Sola la sua barca riusciva a farlo sentire libero dai “vincoli” che ogni giorno la SLA gli imponeva. Ha continuato a remare e a lavorare fino a luglio 2008, affrontando le nuove difficoltà con ingegno e fantasia, fin quando gli è diventato impossibile continuare con l’attività agonistica e con il lavoro: le sue passioni. A fine dicembre decise, a malincuore, di vendere la barca che tanto aveva desiderato e che tante gioie gli aveva dato e pochi giorni dopo, ormai stanco dopo 3 anni di lotta contro la SLA, decise di andarsene. Non prima di essersi sincerato che a casa tutto fosse al suo posto, bollette comprese. Lui era così, prima pensava agli altri e poi a se stesso. E lo ha fatto fino alla fine. “Carlo, padre, marito, figlio e suocero non c’è più fisicamente, ma noi lo avvertiamo sempre vicino a noi. Un grazie di cuore a Paola e alla Canottieri Gavirate, per aver fatto pesare meno la malattia a Carlo e per quello che fanno tutti i giorni per gli atleti adaptive” è il pensiero di tutta la famiglia.
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GAVIRATE, 29 aprile 2010 – 
















