Comunicato Stampa
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Il comitato olimpico è stato sciolto due giorni fa, dichiarato illegittimo perché composto da soli 11 membri con il diritto di voto, gli altri 30 sono stati uccisi o rapiti in tanti anni di guerriglia, persino il capo ufficiale, Ahmed Al-Hijiya, ex giocatore di basket, risulta disperso dal 2006 e il suo successore, Bashar Mustafa è stato accusato di voler gestire in proprio «una questione nazionale come le Olimpiadi». Un portavoce del governo ha semplicemente detto che gli attuali dirigenti dello sport iracheno non hanno più carica e che verrà costituito un comitato provvisorio per gestire la squadra di Pechino 2008. Al momento sono in sette: 2 canoisti, un pesista, un lanciatore del disco, un judoka, un arciere e una sprinter, l’unica che si allena a Baghdad. Hanno fatto i miracoli per qualificarsi e forse non basterà perché il Cio proibisce le interferenze fra capi della politica e capi dello sport e ha già spedito una lettera in cui chiede chiarimenti. Esprime il desiderio che almeno fino alla fine di agosto l’attuale comitato resti in carica e minaccia il bando: da queste Olimpiadi e dalle qualificazioni per il Mondiale 2010. Si riuniscono il 4 di giugno per decidere soprattutto il futuro dei sette ragazzi che hanno retto ai massacri, ma non riescono a uscire dai bombardamenti. La devastazione vera, quella con le macerie e il tetto spappolato è arrivata nel 2003, la sede del comitato olimpico è andata in frantumi e tutti hanno festeggiato. Qualche mese dopo è morto il capo, Hudai Hussein, il figlio sadico del dittatore, l’uomo che si vantava di perseguitare gli atleti che non si impegnavano abbastanza, i falliti. Era la sua parola preferita, abbinata alla frusta; si è annesso lo sport della nazione (compresa la fascia da capitano della squadra di calcio) nel 1984 e lo ha spazzato via. Prima di lui, nel 1980, l’Iraq ha mandato alle Olimpiadi 43 atleti, nelle ultime che ha gestito, Sydney 2000, ce n’erano 4. Eppure pubblicizzava i metodi barbari come vincenti. Dal deserto che ha lasciato sono usciti sette qualificati per Atene 2004, più la squadra di calcio che si è giocata la finale del terzo e quarto posto con l’Italia. Hanno perso e sono tornati a casa come eroi, lì è finita la breve libertà. Troppo successo e il potere infinito di compattare una nazione frantumata, un controllo da mettere sotto tutela, solo che era troppo presto per occuparsene. Nel 2006 il comitato olimpico è stato decimato, persone scomparse, feriti in zone considerate sicure, zero soldi da gestire. Hanno riaperto la sede, sbilenca, con i mattoni fuori posto e sono subito comparse scritte sulla porta. Poi il delirio, la nazionale di calcio ha vinto la Asian Cup, i giocatori, quasi tutti residenti all’estero, sono diventati degli dei. Il governo ha assecondato la fanfara e oggi mette a rischio il sogno di andare ai Mondiali nel 2010. E già avevano ridimensionato molto la febbre collettiva: il tecnico brasiliano che ha messo insieme la formazione del miracolo è tornato in patria e il sostituto non è mai arrivato, oggi c’è un iracheno che fa da reggente. La decisione di sciogliere quel che non si sa come era rimasto in piedi è stata presa all’ultimo, alla fine dei tornei che potevano dare il pass olimpico ai loro campioni. Sperano sia troppo tardi per essere estromessi dai Giochi e spiegano che la decisione era indispensabile perché non c’erano più i numeri per legittimare un’istituzione realmente indipendente. Gli 11 sopravvissuti dell’antico comitato giurano che gli accordi erano «nuove elezioni a settembre». In mezzo alla disputa è rimasta Dana Razzaq, la velocista bersaglio. E’ una donna, corre in un paese islamico, è famosa perché già è andata ad Atene e tanto testarda da restare dentro l’università di Baghdad anche se un gruppo di sponsor l’aveva sistemata in Italia: «Potevo andare all’estero ma non portare il mio preparatore e io gli devo tutto, sono rimasta a casa». Perdeva tempo ad allenarsi invece di concentrarsi sulla sopravvivenza e nemmeno questa ostinata follia le garantisce i Giochi, nemmeno i tempi di qualifica nei 200 metri. E’ pronta a pagarsi la divisa, a firmare una liberatoria per viaggiare senza medico al seguito, meno a stare nell’ennesimo limbo. In attesa che il Cio decida o il governo ci ripensi come se schivare attentati non fosse già abbastanza deprimente. FONTE: LA STAMPA Nella foto: Uno scorcio della sede del Comitato olimpico iracheno |
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ROMA, 23 maggio 2008 – E’ lo sport in Iraq il centro del potere, da Saddam Hussein in poi chiunque sia stato al governo ha cercato di controllarlo. Prima con le torture, oggi con il boicottaggio: è l’evoluzione democratica, ma non porta da nessuna parte. 















