Giuseppe Vicino: "Sul podio guardi lo schermo, rivedi la tua gara e
 non capisci più niente"


ROMA, 21 agosto 2016 - E’ un po’ lo specialista della punta italiana, ad appena 23 anni, avendo conquistato un titolo mondiale prima nell’otto Junior nel 2011, poi nel due senza Under 23 nel 2014 e infine nel quattro senza Senior nel 2015. E’ arrivata la consacrazione a Rio de Janeiro, capovoga di quel quattro senza medaglia di bronzo olimpica, grazie, tra le tante cose, a quella chiusura forsennata che nessuno come lui sa imprimere. Giuseppe Vicino è stato il contapassi di Matteo Lodo, Matteo Castaldo e Domenico Montrone ai Giochi Olimpici in Brasile, arrivando a conquistare un metallo a cinque cerchi nel quale credeva da tempo: “Già dall’anno scorso, vinto il Mondiale ad Aiguebelette, si era aperto un portone sulla possibilità di vincere una medaglia a Rio. Logicamente le altre nazioni non stanno a guardare, quindi sapevamo che nell’anno seguente avremmo dovuto lavorare di più, e meglio, per ottenere ciò che poi abbiamo ottenuto. Va detto che, dopo le prove di Coppa del Mondo di Poznan e Varese, il primo obiettivo era la finale. Solo una volta entrati potevamo pensare alla medaglia, non prima, anche perché le semifinali in competizioni così sono il momento più difficile, spesso riservano brutte sorprese e anche equipaggi veloci possono purtroppo finire fuori. La medaglia era un obiettivo silenzioso, almeno per noi. Figuriamoci il colore: quello si sarebbe deciso in gara, magari fosse possibile definirlo prima…”.

Giuseppe non parla a caso della semifinale, indubbiamente il momento più duro del cammino dei quattro azzurri, forse di tutto il biennio che ha consacrato il quattro senza italiano come armo di punta del movimento. Proprio durante, e un po’ anche dopo la semifinale, Vicino ha temuto di non potercela fare: “In semifinale abbiamo trovato un lago pessimo, in questi giorni sto guardando le gare della canoa e il bacino è sempre perfetto, magari avessimo trovato noi quelle condizioni! Invece in semifinale c’era un vento contro che a noi ci sfavoriva, acqua increspata, e non ci siamo mai distesi. A un certo punto, quarti dietro al Sudafrica, c’è stato un attimo in cui ho pensato che era tutto andato in fumo, poi fortunatamente siamo stati bravi a riprenderci e a rientrare sugli Stati Uniti, centrando la finale. E’ stata però una gara molto in salita, faticosa e con tempi altissimi. Sceso di barca mi resi conto che per quel risultato avevo dato tutto, e aggiungendo il fatto che non ero stato bene per la dissenteria e pensando che anche in finale avremmo potuto trovare il Lagoa in quelle pessime condizioni, mi sono un po’ scoraggiato, ho temuto che non ce l’avremmo mai fatta”. Invece il dolce epilogo lo conosciamo tutti: serrate marchio di fabbrica del quattro senza e medaglia di bronzo conquistata.

Emozioni uniche: “Una volta superato il Sudafrica in finale, è stata una liberazione. Ce la stavamo facendo, stavamo conquistando una medaglia presa con il cuore. Addirittura visto quanto i sudafricani erano indietro, mi sono fermato mezzo colpo prima, dentro di me stavo già godendo appieno del momento. Poi sul podio non capisci niente. Guardi lo schermo, rivedi la tua gara e non capisci più niente. E’ un’emozione indescrivibile, che se non provi, è difficile da spiegare”. Come magari è difficile da spiegare l’esperienza del Villaggio Olimpico, vissuta da Giuseppe Vicino per la prima volta, come del resto è valso per tutti i suoi compagni di barca, anche loro alla prima esperienza a cinque cerchi: “Mangiare a tre tavoli di distanza da personaggi come Usain Bolt, Rafael Nadal o Novak Djokovic è un qualcosa di esagerato. Come ti giri, trovavi un campione, per non parlare del fatto che magari ho incrociato atleti che avevano già vinto chissà quante medaglie alle Olimpiadi ma che io non conoscevo per mia ignoranza. E’ una sensazione particolare, assurda. Vedi ragazzi che ti mangiano in testa, persone alte due metri e 10, anche di più. Io che sfioro i due metri, ero una persona normale… E’ allucinante, bellissimo”.


  

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