La mia Olimpiade: Ivo Stefanoni


ROMA, 05 aprile 2016 - “Il 27 novembre sono 60 anni da quella vittoria! Eravamo un grande gruppo, 10 operai della Guzzi, tutti a Melbourne: noi del quattro con, che vincemmo, il quattro senza e il nostro grande allenatore, Angelo Alippi. Non viene mai ricordato abbastanza, ma è stato un grandissimo tecnico, tant’è che di Olimpiadi ne vinse due, nel ’48 con il quattro senza e poi con noi nel ‘56”. All’alba degli 80 anni – li compirà il prossimo 6 giugno – la voce è squillante, vispa come può esserlo solo quella di un timoniere "scafato" e capace di vincere, in carriera, oltre al già citato oro olimpico di Melbourne sul quattro con, anche il bronzo a Roma nel 1960, sempre sul quattro con, e poi tre ori (tutti sull’ammiraglia) e un bronzo (ancora quattro con) agli Europei. E il primo, immediato pensiero all’inizio della chiacchierata, è per quell’Angelo Alippi al quale deve le sue principali vittorie. Il protagonista di questo nuovo appuntamento con La mia Olimpiade è Ivo Stefanoni, da Mandello del Lario, scuola Moto Guzzi. Uno che, con un oro e un bronzo olimpici, è secondo al solo Peppiniello Di Capua nella storia dei timonieri italiani più vincenti a cinque cerchi.

Una storia, quella olimpica di Stefanoni, che inizia a Melbourne. “Fummo fortunati. Appena usciti per il riscaldamento, ci rendemmo conto che il secondo remo affondava. Allora rientrammo, impresa non facile perché ovviamente c’era un verso per scendere e salire dall’acqua, ma comunque ce la facemmo e cambiammo il remo al volo. Messo un remo di riserva, con grande premura volammo in partenza, avevamo paura di far tardi e che non ci aspettassero. E poi vincemmo. Sul pontile dopo la gara, ripreso il remo sostituito, ci accorgemmo che era stato come schiacciato in una morsa… Se lo avessimo usato, dopo pochi colpi si sarebbe rotto sicuramente! Comunque sapevamo di essere forti, eravamo arrivati terzi agli Europei a Bled poco prima, con tutti gli equipaggi sulla stessa linea e in finale a Melbourne eravamo le stesse nazioni che si erano affrontate in Slovenia più l’Australia. Per quella finale modificammo anche la nostra tattica: a Bled arrivammo terzi con il nostro solito incedere, ovvero partenza a 36 colpi, tenuti per tutto il primo minuto di gara, e passo a 28. Lì invece sapevamo di dover dare di più, e così feci battere 41 colpi in partenza per il solito minuto, e passo a 31”.

Quattro anni dopo Melbourne è il turno di Roma, l’Olimpiade in casa dove Stefanoni, assieme a Romano Sgheiz e Franco Trincavelli (Fulvio Balatti e Giovanni Zucchi sostituirono invece Alberto Winkler e Angelo Vanzin), era chiamato a difendere l’oro olimpico: “Eravamo i favoriti, però il campo di gara era davvero brutto, c’era uno strano ricircolo del vento, e così noi facemmo la finale tutta contro, mentre tedeschi e francesi gareggiarono col favore. Vincemmo il bronzo, ma diciamo che a Roma con questa storia del vento ripagammo la fortuna avuta a Melbourne con l’episodio del remo”. Dopo Roma poi, a coronamento di una carriera straordinaria, arrivò anche la terza partecipazione olimpica, a Tokyo nel 1964 come timoniere, stavolta, dell’otto: “Era un’ammiraglia formata da atleti della Guzzi, della Falck di Dongo e della Marina Militare (l'otto formato da Sereno Brunello. Dario Giani - papà di Andrea ex pallavolista e ora allenatore. In carriera ha vinto, oltre ai mondiali, anche l'argento ai Giochi di Atlanta 1996 e Atene 2004 e il bronzo a Sydney 2000 -, Giampietro Gilardi, Francesco Glorioso, Pietro Polti, Orlando Savarin, Giuseppe Schiavon, Sergio Tagliapietra, Ivo Stefanoni al timone. 6° in 6.42"78, ndr). Ricordo che ci fecero gareggiare di notte, illuminavano il campo di regata con razzi e altre luci… Non arrivò la medaglia, ma dopotutto sapevamo di non essere un equipaggio da podio”.

Avendo gareggiato a Roma, pur ormai 56 anni fa, Stefanoni è uno dei pochi che può dirci qualcosa sul campo di regata dell’Olimpiade capitolina, oggi che la candidatura per Roma 2024 appare più forte che mai: “Spero che non programmino nuovamente il campo di gara a Castelgandolfo, perché il lago Albano non è proprio adatto. Ho vissuto una vita a Roma per lavoro, aree dove fare un campo di regata ce ne sono!”. Oggi Ivo Stefanoni continua a seguire il canottaggio italiano, e da buon appassionato attende i Giochi di Rio: “Abbiamo un quattro senza favoloso, quattro ragazzi fantastici che possono fare grandi cose. In generale mi sembra che il gruppo sia buono, guidato da allenatori all’altezza. Ho fiducia per quanto riguarda gli impegni futuri della Nazionale”. L’ultimo pensiero di Stefanoni è per quel ruolo, tanto guascone quanto talvolta ingrato, da capro espiatorio, del timoniere: “Io avevo esperienza, ma facevo fatica a tirare il peso. All’epoca il limite era 50 chili, non i 55 di oggi, e io, alto un metro e 68, di base ne pesavo 62, quindi arrivare al peso era una faticaccia. Poi a quei tempi noi, da operai, avevamo un mese di ferie, e senza allenarmi aumentavo, quindi al rientro era sempre più dura, toccava mangiar poco, andavo avanti a patate. Oggi invece praticamente non si fermano mai, forse è più facile. Ho fatto il timoniere per 20 anni, timonando i più grandi equipaggi azzurri dell’epoca, posso dire che ciò che conta per fare questo ruolo qui è avere la fiducia dell’equipaggio. Io riuscivo ad averla. Insomma, prima che arrivasse Peppiniello Di Capua, c’ero io…”


Nelle foto: Ivo Stefanoni; il 4 con della Moto Guzzi oro olimpico a Melbourne 1956; l'armo azzurro precede in gara l'euipaggio della Svezia; un'altra foto del 4 con della Guzzi oro olimpico a Melbourne 1956; Faggi, Moioli, Sgheiz, Stefanoni; una foto autografata d'epoca di Ivo Stefanoni.

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