Un semplice grazie a Sara Kobal per le sensazioni che ha cercato
 di trasmettere


ROMA, 23 maggio 2013 - Capita nel mondo dello sport che gli atleti vengano presentati col numero dei successi conquistati: dalle medaglie olimpiche ai campionati continentali o mondiali. Quasi come se le vittorie divenissero un’etichetta distintiva, una testimonianza del valore della persona. È giusto? È sbagliato? Non spetta certo a noi sentenziarlo. Di sicuro però si può dire che alcune volte potrebbe essere più opportuno misurare la grandezza di uno sportivo facendo riferimento a quello che, come uomo o come donna, può aiutare a comprendere. Sia chiaro, non in un’ottica didattica. Semplicemente in base a quello che riesce a trasmettere, a far arrivare con l’esempio. L’intervista che abbiamo realizzato con Sara ci ha lasciato molto. Forse è stata una delle interviste che abbiamo sentito di più. Non parlo di contenuti ma di sensazioni. Sara si avvicina allo sport sin da ragazzina, come spiega lei stessa: “Nella mia famiglia lo sport ha rivestito un ruolo abbastanza importante. Personalmente l’ho sempre praticato. Da piccola andavo frequentemente in bicicletta e, soprattutto, facevo tanto nuoto. Ho nuotato per circa undici anni”.

Per puro caso poi l’atleta azzurra si è avvicinata al canottaggio: “La mia è una storia un po’ strana – ci racconta – Frequentavo l’Associazione Piemontese degli Ipovedenti che ogni sabato organizzava delle attività pomeridiane, peraltro con cadenza regolare. Alcune di queste giornate erano interamente dedicate al canottaggio ed io ho voluto provare a farlo dal momento che non conoscevo questo sport. Inizialmente quindi sono stata spinta da semplice curiosità”. Ha voluto provare qualcosa di nuovo ma in sostanza è rimasta vicina all’acqua: “Forse perché sono del segno dei pesci!” afferma la giovane atleta sorridendo.

Oggi Sara fa parte della Nazionale italiana Para-rowing, ha partecipato all’internazionale di Gavirate ed è pienamente soddisfatta della prestazione: “Abbiamo gareggiato bene. Considerando che siamo usciti insieme soltanto da giovedì scorso e quindi non ci possiamo lamentare. Siamo arrivati al traguardo distrutti ma contenti. Ad ogni modo la mia vittoria più grande è stata semplicemente l’esserci, qui, in quest’evento internazionale. Una cosa così importante”. 

Alcune persone, come Sara, sono chiamate, da cause di forza maggiore, a doversi adattare ad una capacità sensoriale differente. Una prospettiva “altra” rispetto a quella comune ai cosiddetti normodotati. Una prospettiva che presumibilmente coglie sfumature differenti della realtà. In altre parole, quello che “arriva” a Sara probabilmente può arrivare solo a Sara. Questo è evidente quando descrive le sue sensazioni in barca: “Le primissime sensazioni non le ricordo. Ho bene in mente però quando ho iniziato a sentire la barca. Quando ho incominciato ad avvertirla scorrere sull’acqua, friggere sulla superficie.  quella bellissima sensazione di scivolare assieme a lei. In quei momenti ci siamo solo io e la mia barca e sento la mia energia che si libera, riesco a percepire che sto dando energia. È qualcosa di straordinario. Forse le mie parole potranno non essere comprese appieno. Sono sensazioni che debbono essere vissute e basta e io, grazie a questo meraviglioso sport, le sto vivendo appieno”.

  

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