Conferenza Allenatori - Krisztina Mugnai: il canottaggio, uno sport
 che entra nel cuore


TERNI, 01 dicembre 2013 - Le motivazioni che muovono un allenatore di canottaggio possono essere molteplici. Al netto del fattore economico, solitamente polarizzatore delle attenzioni, il ventaglio delle possibilità si estende notevolmente. Krisztina Mugnai, allenatrice di primo livello, in forza alla Canottieri Cavallini esordisce così: “Mi piace vedere gli atleti che imparano ad andare in barca. E più loro apprendono più io sono soddisfatta, indifferentemente dai risultati che ottengono nelle competizioni. L’idea di vederli orgogliosi di quello che fanno, di quello che ho insegnato loro, mi appaga”.  Attualmente Krisztina si occupa dei giovanissimi, dalla categoria Allievi A ai Cadetti.
 
Perché hai scelto il canottaggio? “Perché ritengo sia un mondo ancora pulito. C’è solo tanta passione. Dato l’impegno fisico e mentale che richiede fanno si che sia uno sport che si pratica solo se entra nel cuore, per questo poi si porta avanti tutta la vita. Un esempio sono i master, persone di sessanta, settant’anni che ancora scendono in acqua. Io purtroppo ho incominciato solo verso i quattordici anni, in Ungheria. In estate mi recavo a Balatonfured dove avevo un’amica che praticava canottaggio. Lei mi ha coinvolto. Ho potuto remare soltanto per quell’estate perché io abitavo in una zona dove il canottaggio non era neppure considerato, quindi ho dovuto smettere. Mi sono riavvicinata solo quando mia figlia ha scelto di remare. Da lì, dato che ero avanzata con l’età, mi son voluta dedicare all’allenamento”.
 
Da cosa deriva la passione che metti nella tua attività? “Diciamo che quando ho smesso, ho sentito come se si fosse bloccato qualcosa che invece avrebbe dovuto continuare. Non sono riuscita a portare la mia passione allo sfinimento e quindi quella passione è ancora viva e ardente. Il mio obiettivo oggi è quello di trasmettere quella passione ai giovani atleti che seguo”. Quale pensi possa essere una tua caratteristica distintiva come allenatrice? “C’è da dire che non essendo stata un’atleta professionista non ho potuto acquisire in passato le sensazioni della barca. Quelle sensazioni io le ricerco ora remando e credo che questo sia per me un valore aggiunto perché le sensazioni che può avere un atleta all’inizio della sua carriera io le percepisco ora, le ho più fresche rispetto ad un allenatore che magari ha remato in passato ma che ha smesso da anni. Per questo posso intervenire con più facilità sui ragazzini che si approcciano per la prima volta a questo sport, riesco a comprenderli meglio”.
 
Qual è la caratteristica che ritieni più necessaria nel tuo lavoro? “La pazienza, ce ne vuole tanta. Soprattutto con i giovanissimi che sono in una fase dell’età in cui lo sport non è la sola priorità: c’è la scuola, la famiglia, i vari problemi adolescenziali. In questo senso l’allenatore diventa un punto di riferimento, una fonte di incoraggiamento che tende ad avvalorare l’operato del ragazzo, a dargli importanza anche se limitatamente alla sua attività sportiva. Tante volte la pacca sulla spalla da parte dell’allenatore è una cosa in più che può compensare altre mancanze. Ad esempio i genitori che lavorano e che potrebbero anche esse assenti in alcuni momenti”.

 

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