ROMA, 15 novembre 2007 - Pubblichiamo, con vero piacere, una avvincente storia costruita
sui ricordi che ci ha fatto pervenire Gloria Mariani - figlia di Enrico
e nipote di Teodoro, ambedue indimenticati campioni europei di singolo
-, che ripercorre con dovizia di particolari, molti dei quali inediti,
un arco di tempo che spazia su tre generazioni.
Molto interessante – e ne consigliamo vivamente la lettura – anche la
‘fotografia’ dei difficili esordi del canottaggio femminile in Italia
(ma anche in altri Paesi, oggi all’avanguardia nel settore), che ha
visto proprio in Gloria Mariani e in sua sorella Itala – grazie anche
alla loro madre Elsa Milligan, svizzera, ‘gran fanatica’ del remo – due
fra le prime artefici del lancio di questa disciplina, quasi del tutto
sconosciuta e fortemente avversata, dalla stessa Federazione, perché
ritenuta non compatibile con le grazie del 'gentil sesso'.
Ringraziamo sentitamente la signora Mariani per il prezioso contributo e
preghiamo - nel caso in cui i personaggi menzionati nel testo dei quali
non viene ricordato il nome si riconoscessero attraverso le circostanze,
i luoghi e le date citati - di volerci contattare all’indirizzo e-mail
info@canottaggio.org
“La
famiglia Mariani e il canottaggio! Un binomio che ha interessato tre
generazioni. Non mi è dato sapere come, quando e perché mio nonno
Teodoro si fosse avvicinato al canottaggio. Certo è che in quegli anni
questo sport era un’attività di élite, praticata per lo più da persone
piuttosto facoltose (e Teodoro, figlio di banchiere certamente lo era).
Questa ignoranza è anche dovuta alla morte precoce di Teodoro nel 1916,
sull’altopiano di Asiago, nel corso della prima guerra mondiale.
Lasciava un figlio, mio padre Enrico, allora undicenne. Da quanto diceva
mio padre (era un tipo di poche parole, non raccontava spontaneamente)
lui non era coinvolto più di tanto nell’attività remiera del padre, per
cui il suo approccio al canottaggio deve essere stato piuttosto
autonomo; anche perché la madre, Ada, se ricordo bene, mi dicevano non
vedesse di buon occhio che il figlio (figlio unico di vedova di guerra)
si creasse delle occasioni per allontanarsi da lei.
La venerazione per Teodoro, campione e morto giovane in guerra (aveva 33
anni) era comunque molto sentita nella mia famiglia e ricordo
perfettamente una fotografia a grandezza naturale, che ha seguito a
lungo la famiglia Mariani nei suoi peregrinaggi.
Comunque il giovane Enrico trova la strada del remo e, per quanto mi
possa ricordare, lo fa da solo, una specie di autodidatta, e non viene
particolarmente incoraggiato dalla Società (la Lario di Como).
Non so se il suo primo skiff sia stato ereditato dal padre, concesso
dalla società o acquistato da lui.
Certo
è che Enrico ne avrebbe poi acquistati più di uno. La sua professione
era quella di impiegato di banca e mi raccontavano che per allenarsi
approfittava della pausa pranzo. Mio padre era un atleta molto grintoso
e gli piaceva considerare i suoi avversari sportivi come dei “nemici” da
battere. Non ricordo le sue molte vittorie, anche perché tutto il
materiale raccolto, in particolare tanti ritagli di giornale, rilegati,
sono stati dati all’Associazione Nazionale Glorie e Fedeli del Remo e
molti trofei e medaglie di valore sono stati offerti a suo tempo alla
patria. Naturalmente il momento più prestigioso è stata la vittoria al
Campionato europeo di Belgrado, nel 1932. Enrico ricordava poi sempre
con rammarico quel che era accaduto nel 1931 a Parigi, quando lo
svizzero Candeveau vinse per un soffio, solo perché al traguardo era “in
tiro” e lui invece in finale di palata. L’arrivo combattuto è
documentato da una serie di fotografie, visibili presso la succitata
Associazione.
Nel 1933 Enrico non è più in forma; si reca anche da un noto professore
svizzero del quale al momento mi sfugge il nome che arriva alla
conclusione che l’atleta è in “sovrallenamento”.
Enrico termina la sua carriera agonistica e nel 1934 sposa Elsa Milligan,
mia madre. Mia madre era una gran “fanatica” del canottaggio. I primi
approcci con il mondo del canottaggio li aveva avuti nella sua città
natale, Zurigo. Nel 1925 le sorelle Milligan con la loro madre si
trasferiscono nel Canton Ticino, a Melide, dove costruiscono una casa
sulle rive del lago di Lugano. Tra i motivi di questo trasferimento vi è
certamente anche la vicinanza a Como e quindi la possibilità di
frequentare la Canottieri Lario. Le sorelle Milligan acquistano da
Staempfli un doppio (trasformabile anche in 2 senza), che trova il suo
posto nel giardino della Villa Zazà, appeso sotto il terrazzo.
Purtroppo, a quanto mi raccontava mia madre, la “messa in acqua”, per
questioni di spazio, era un’impresa non da poco. Comunque le sorelle
Milligan solcano le acque del Ceresio, sia in doppio che in fuoribordo e
ospitano spesso alcuni canottieri della Lario.
Le sorelle si recano anche spesso a Como, dove la Lario mette in piedi
un equipaggio femminile, formato da loro, da Elena Monza e dalla signora
Bazzi.
Negli
annali della Canottieri Lario si dovrebbe trovare traccia di una regata
che ha visto protagoniste le “lariane”, vittoriose, e un equipaggio
venuto dal Belgio (vedasi foto che vede da sinistra verso destra Elena
Monza, Elsa Milligan, Dorothea Milligan e la signora Bazzi).
Negli anni precedenti la guerra mio padre allena alcuni equipaggi
della Lario e mette in piedi anche un equipaggio femminile. Enrico ed
Elsa erano appassionati del lago; avevano acquistato una barca tipo
Renzo & Lucia, quella con gli archi, e con quella barca tutta la
famiglia si avventurava molto spesso sul lago; i due adulti remavano
(niente motore, solo raramente una vela) e si arrivava anche fino a
Lecco e Colico.
Purtroppo questo idillio lacustre/sportivo è stato bruscamente
interrotto dagli eventi della guerra. Per la famiglia Mariani inizia un
periodo difficile. Il filo interrotto con il canottaggio riprende nel
1948, quando Enrico è chiamato ad allenare la società Barion di Bari.
Inizia così la sua vera e propria carriera di allenatore, prima al
Barion e poi al CUS Bari. Di soddisfazioni come allenatore ne ha avute
molte ma ben più grandi sarebbero state se vi fosse già allora stata la
categoria “pesi leggeri”. Un esempio emblematico: Giuseppe Capruzzi, una
settantina di chili di peso, è stato per un certo tempo il miglior
singolista italiano.
Mio padre era anche uno “studioso” del canottaggio e mi ricordo come si
dedicasse alla lettura di testi in inglese e tedesco, traducendo con
l’aiuto del vocabolario.
La vogata di Enrico era apprezzata principalmente per il suo stile e
di questo, delle sue vittorie, del passato remiero famigliare si parlava
spesso in famiglia: veniva naturale quindi cercare di dimostrare di
essere all’altezza della tradizione. Avevamo un “vogatore” e su questo
ben presto ho cercato di dimostrare ai miei genitori di avere la stoffa
per emergere in campo remiero, ma ero... “solo” una femmina. Mio padre
rimase molto deluso al momento della mia nascita; già il primo figlio
non era un maschio, ma che anche il secondo figlio non lo fosse lo
deluse veramente molto. Passano decenni prima di ammettere di essere
molto soddisfatto delle sue figlie. Quindi mentre da una parte era
disposto ad insegnarci le tecniche del canottaggio, dall’altra non ci
incoraggiava all’agonismo; tant’è vero che alla prima regata, di cui
parlerò in seguito, non ci aveva di proposito insegnato la tecnica della
partenza.
Nei primi anni 50 ci troviamo quindi a Bari; mio padre allena in quel
periodo il CUS Bari. Devo riconoscere al CUS Bari il merito di averci
messo a disposizione quasi sempre le sue barche per gli allenamenti. Mia
sorella Itala, nata nel 1935 (io 18 mesi dopo, nel 1936) non è che
avesse molta voglia di remare ma praticamente la inducevo, con le buone
o con le cattive, ad allenarsi con me e devo ammettere che se dal punto
di vista della tecnica remiera mi era inferiore, dal punto di vista
atletico e fisiologico era migliore di me. Certo, il fisico da
“canottiere” non ci mancava (Itala alta 1.81 e 70 Kg, io alta 1.78 e 76
Kg ); quello che mancava totalmente, drammaticamente, era il canottaggio
femminile in Italia. La maggior parte dei dirigenti federali era
decisamente contraria, primo fra tutti il Vicepresidente De Gregori,
napoletano. Le società, di conseguenza, ma anche per principio, non
incoraggiavano l’attività femminile (mi ricordo di rifiuti decisi da
parte ad esempio di Moto Guzzi di Mandello, Falck di Dongo, Canottieri
Varese). Sono situazioni scoraggianti, tant’è vero che me ne ricordo
dopo più di 50 anni. Devo invece segnalare che la Canottieri Lario ci ha
sempre accolto bene e messo a disposizione le imbarcazioni per gli
allenamenti (vedasi foto); mi ricordo anche di una bella accoglienza
alla Canottieri Milano.
Ci tengo anche a ricordare che i miei genitori acquistarono per me da
Staempfli, a modico prezzo, uno skiff usatissimo, che arrivò da Zurigo
fino a Bari in una cassa di legno e si chiamava “Bumi”.
Fu soprattutto merito di mia madre, donna dalle vedute molto larghe
(mio padre, da buon provinciale dell’epoca, non concepiva che due
ragazze sole girassero per l’Europa), che si decise - visto che in
Italia di gare femminili non ce n’erano - di andare a gareggiare in
Germania. Mia sorella ed io nel 1955 partimmo in treno da Bari per
andare a gareggiare a Giessen, non lontano da Francoforte. In doppio
battemmo le avversarie tedesche ed in singolo fui seconda su tre
concorrenti. Il ghiaccio era rotto. Il CUS Bari ci festeggiò. Fu
organizzata una gara di doppio a Pallanza (ma senza altri equipaggi) e
la Federazione mi iscrisse all’Internazionale di Bled. Fu il primo segno
concreto di presa di coscienza da parte della Federazione dell’esistenza
del canottaggio femminile. Per me fu un’esperienza importante, che mi
fece toccare con mano quanto fossi ancora distante da un buon livello
europeo. In occasione dei Campionati del mare a Sorrento, fine anni 50,
la
Federazione introdusse anche una gara femminile di 500 metri in canoino.
Eravamo tre concorrenti. Ai primi due posti le sorelle Mariani, terza
una ragazza di San Remo.
Un segnale di risveglio? Non proprio: la situazione era quella del gatto
che si mangia la coda. Non si organizzano gare perché non ci sono gli
atleti; le società non mettono a disposizione le imbarcazioni perché non
ci sono le gare.
Nel 1958 , dopo aver frequentato il biennio della facoltà di chimica
all’Università di Bari, decisi di iscrivermi a Chimica Industriale e
quindi si prospettava la necessità di cambiare sede di studi. Ho
resistito alle lusinghe materne, che mi promettevano l’acquisto di una
Lambretta se fossi rimasta a Bari, e optai per Padova; uno dei motivi
della mia scelta era la possibilità di praticare lo sport del remo.
La Canottieri Padova inizialmente si dimostra favorevole alla mia
attività sportiva e mi mette a disposizione il suo materiale. Dai
contatti con altre attività sportive universitarie, in particolare
tramite un allenatore di atletica di cui mi sfugge il nome, vengo a
conoscere per la prima volta le tecniche di “interval training”.
Purtroppo le mie ambizioni sportive si scontrano ancora una volta con la
realtà: la Canottieri ad un certo punto decide che, dato che l’unica
gara femminile in Italia era quella di canoino, avrei potuto allenarmi
solo con quel tipo di imbarcazione. Ma io aspiravo a ben altro e per
qualche tempo, presa anche dagli impegni per la laurea, lasciai da parte
il canottaggio.
La mia prima esperienza lavorativa mi porta in Svizzera.
Paradossalmente un altro paese in cui il canottaggio femminile era
decisamente non praticato, se non osteggiato. Nelle Società remiere
comunque le donne praticavano una specialità denominata “Stilrudern”
(vogata di stile), per cui qualche uscita al Seeclub Luzern avevo modo
di farla. Ma, appena ottenuta una certa disponibilità finanziaria,
acquistai da Staempfli il mio primo skiff, che trovò ospitalità presso
l’altra società remiera di Lucerna, la “Reuss”.
Inizia qui un periodo di allenamenti, portati avanti con caparbietà e
costanza, anche senza guida né tecnica, né atletica. Per allenarmi avevo
a disposizione il bel lago di Lucerna ma alla sera dopo il lavoro le
acque del lago non erano tranquille, dato il gran numero di battelli e
motoscafi che lo solcavano, per cui spesso mi alzavo molto presto
(intorno alle 5), mi recavo in bicicletta alla Reuss, uscivo in barca e
mi presentavo al lavoro (alle 7,30). Mi fu poi data la possibilità di
portare lo skiff al Rotsee. Per acquisire la miglior forma atletica
possibile mi dedicavo ad altre attività sportive, in particolare mi
allenavo con una squadra di basket maschile, dove era molto apprezzata
la mia precisione nel tiro.
Se la memoria non mi tradisce la mia prima gara fu una “Tete de
Rivière” a Nogent sur Marne, vicino a Parigi. Si trattava di una regata
di diversi chilometri con partenze distanziate di qualche minuto. Fui
seconda dietro ad una skiffista molto nota, la Renée Camu, francese,
nonostante un bel bagno fresco (eravamo ai primi di maggio) nelle acque
della Marne, poco prima della partenza. Avevo acquistato di seconda mano
una Simca “Plein Ciel” , una due posti sportiva e caricavo lo skiff sul
suo tetto, con l’aiuto di una struttura in legno. Segue una trasferta a
Kitzingen (Germania) e Ostenda (Belgio), dove ho modo di conoscere Verey
Vlodek, canottiere polacco che era stato anche avversario di mio padre e
campione europeo di singolo. Verey, allenatore in Belgio si prese a
cuore la mia situazione dandomi utili consigli per gli allenamenti,
anche tramite “bigliettini” dove indicava le varie sequenze di “interval
training” da eseguire . Con una sua allieva, Alice De Bou, la migliore
singolista belga di allora, abbiamo costituito un doppio gareggiando con
qualche successo in Belgio ed in Olanda con i colori della società
“Triton” di Grammont.
Negli
anni ‘65 e ‘66 ho gareggiato a Stoccolma, Amsterdam, Gand, Duisburg,
Mannheim, Klagenfurt ottenendo anche qualche prestigioso successo, in
particolare a Duisburg e Amsterdam. Posso affermare che ero tra le
migliori singoliste dell’Europa Occidentale. La Federazione finalmente
prende atto della mia esistenza e mi iscrive agli Europei del 1966, ad
Amsterdam; contribuisce anche alle spese della trasferta. Mi prendo
qualche settimana di permesso non retribuito dal lavoro. Mi piace
ricordare che la ditta presso la quale lavoravo come chimico, la Société
de la Viscose Suisse di Emmenbruecke, non solo mi concesse il permesso
ma mi pagò anche il mese di assenza.
L’impatto con il canottaggio femminile dei paesi oltrecortina fu
piuttosto duro; non raggiunsi, come speravo, la finale.
E così si conclude la storia del canottaggio nella famiglia Mariani”.
Gloria Mariani
Nelle immagini: Teodoro Mariani; Enrico Mariani; le ragazze
della Lario con un equipaggio femminile belga; Itala e Gloria Mariani;
Gloria Mariani.
A
complemento dell'articolo di Gloria Mariani pubblicato sul sito
federale, vorrei ricordare che le sorelle Mariani, alla fine degli anni
'90 chiesero al compianto Don Angelo VILLA di promuovere un Trofeo in
memoria del padre Enrico e gli fecero una consistente donazione per
l'acquisto del trofeo.
Il buon Don Angelo mi interpellò (allora ero presidente regionale FIC/Piemonte)
e mi incaricò di definire le regole per istituire il Trofeo, compreso il
suo acquisto.
Nell'Allegato "D" del Codice delle Regate sono indicate le modalità di
assegnazione del "Trofeo E. Mariani" che veniva assegnato al vincitore
del titolo nel doppio pesi leggeri ai Campionati Italiani. La prima
volta è stato assegnato ai Campionati Italiani di Ravenna nel 1999, a
cui ero presente con Don Angelo.
Dall'Annuario FIC risulta che con i Campionati 2005 la Forestale ha
ottenuto l'assegnazione definitiva del Trofeo per le vittorie ottenute
nel 2001, 2002, 2005. Penso sia doveroso verso le sorelle Mariani
ricordare dove attualmente si trova il Trofeo intitolato al padre
Enrico.
Giuseppe Barreri
Consigliere federale
Ho
letto con attenzione e piacere la lettera di Gloria Mariani, anche per
l'opportunità che ebbi in più circostanze di essere in contatto con suo
padre, di cui fui uno dei pochi estimatori a partecipare al rito
funebre. Ma ricordo anche il periodo citato da Gloria della sua
frequenza all'Università di Padova. Allora ero giovane “attivista” della
Canottieri Padova (e ne fui eletto consigliere nell'assemblea del
dicembre 1958) e appunto ne rammento le frequentazioni alla Canottieri,
società che del resto, come lei scrive l'accolse molto bene.
“Nel 1958 , dopo aver frequentato il biennio della facoltà di
chimica all’Università di Bari, decisi di iscrivermi a Chimica
Industriale e quindi si prospettava la necessità di cambiare sede di
studi. Ho resistito alle lusinghe materne, che mi promettevano
l’acquisto di una Lambretta se fossi rimasta a Bari, e optai per Padova;
uno dei motivi della mia scelta era la possibilità di praticare lo sport
del remo.
La Canottieri Padova inizialmente si dimostra favorevole alla mia
attività sportiva e mi mette a disposizione il suo materiale. Dai
contatti con altre attività sportive universitarie, in particolare
tramite un allenatore di atletica di cui mi sfugge il nome, vengo a
conoscere per la prima volta le tecniche di “interval training”.
Purtroppo le mie ambizioni sportive si scontrano ancora una volta con la
realtà: la Canottieri ad un certo punto decide che, dato che l’unica
gara femminile in Italia era quella di canoino, avrei potuto allenarmi
solo con quel tipo di imbarcazione. Ma io aspiravo a ben altro e per
qualche tempo, presa anche dagli impegni per la laurea, lasciai da parte
il canottaggio. “
E pur trascorso molto tempo, ritengo di rammentare che le scelte
tecniche cui fa riferimento non derivassero soltanto da una decisione
della Canottieri Padova, dove era frequentemente presente l'allenatore
federale Scipione Del Giudice, veneziano, che forse non avrà avuto una
assoluta apertura verso il canottaggio femminile, ma che mi pare
esprimesse abbastanza compiutamente le decisioni scaturite dalla
Commissione tecnica nazionale. Posso anche convenire – a distanza di
tanti anni non ricordo i dettagli – che la scelta di farla allenare nel
canoino anziché nel singolo non fosse forse la decisione migliore, ma
bisogna pensare anche all'economia gestionale di una società sportiva
che deve muoversi nelle pastoie delle effettive programmazioni. E per
combinazione la prima espressione di una gara ufficiale femminile in
fuori scalmo avvenne proprio a Padova, in occasione dei Campionati
italiani del 1942 e dedicata al quattro di coppia (con timoniere), vinta
da un equipaggio lombardo piemontese della Canottieri Intra, con ragazze
della Caldè (sedile fisso) e l'olimpionico Renato Petronio nella duplice
veste di allenatore e timoniere. Purtroppo la guerra tarpò quei progetti
e il canottaggio agonistico femminile tardò a decollare in Italia. E
quindi Gloria Mariani stava concretizzando i suoi progetti remieri
dovette realizzare una organizzazione remiera fai da te, ottenendo
interessanti soddisfazioni su vari campi di regata europei.
Ed è apprezzabile che la Federazione le avesse concesso, finalmente, un
aiuto per partecipare agli Europei del 1966 ed anche qui – vado a
memoria, perchè non ho sottomano i ritagli della “Gazzetta” dell'epoca,
in cui ritengo di avere scritto qualcosa sull'argomento – va detto che
purtroppo la riscoperta federale del canottaggio femminile avvenne un
po' in ritardo. Ma a Gloria Mariani rimane il vanto di essere stata la
prima azzurra del canottaggio femminile italiano.
Ferruccio Calegari |