CARLO MONTU’ FRA CONI e CANNONI

Era una domenica (il giorno degli sportivi) quel 10 gennaio 1869 nella Torino dei Savoia, con Vittorio Emanuele Il che scalpitava come i destrieri dei suoi Dragoni e sbuffava sotto il barbone sale e pepe per quell'Italia fatta da otto anni ma cui ancora mancava una Capitale. Anche in casa Montù ‑ una famiglia originaria di Livorno Vercellese, un modesto centro industriale che diverrà poi Livorno Ferraris perché vi nacque l'illustre fisico Galileo Ferraris che pure in questa nostra piccola storia ha un ruolo importante ‑ quel dì di festa ci fu molta agitazione, almeno finché non venne al mondo il figlio tanto atteso da papà Ernesto, Carlo; la mamma era Ida Bosco. Ad entrambi i genitori il futuro uomo d'arme (l’Esercito Italiano era stato creato appena otto anni prima, il 4 maggio 1861) e di sport resterà sempre legato, tanto da dedicare poi loro uno dei più eleganti ed imponenti dei trofei del canottaggio italiano.

L’INIZIO DELLA CARRIERA MILITARE
A diciassette anni, l'1 ottobre 1886, Carlo Montù entra nella Regia Accademia Militare di Torino che ‑ fondata nel 1669 dal duca Carlo Emanuele di Savoia ‑ fu il primo centro di istruzione militare al mondo. Aperta da Vittorio Emanuele I ai giovani cittadini di ogni estrazione sociale, l'Accademia sabauda era specializzata in artiglieria (nel 1928 assunse proprio il nome di Regia Accademia Militare di Artiglieria e Genio), la materia bellica in cui poi Carlo eccelse. Ed infatti il 7 marzo 1889 corona gli studi accademici con la nomina a sottotenente dell'Arma dei cannoni e viene assegnato prima alla Scuola di Applicazione Artiglieria e Genio di Torino e quindi, l'anno successivo, all'11° Reggimento Artiglieria di stanza ad Alessandria.
Quell'ultimo scampolo del Secolo XIX fu in Italia ‑ dopo tanto sangue versato nelle guerre, rivoluzioni e spedizioni dell'800 ‑ un periodo di tranquillità bellica, Contemporaneamente alla pace ci fu uno sviluppo industriale che notevolmente si avvantaggiò da una scoperta ‑ quella del campo magnetico rotante, con l'invenzione del motore elettrico asincrono ‑ che porta il nome di Galileo Ferraris, il concittadino del vecchio ceppo Montù. Il trentottenne ingegnere (ed assistente di fisica tecnica al Regio Museo Industriale di Torino, il futuro Politecnico) aveva sperimentato pubblicamente fin dal 1885 il risultato dei suoi studi sul campo magnetico rotante ma dovette attendere fino al 1893 per avere riconosciuta internazionalmente ‑ nel Convegno sull'Elettricità di Chicago ‑ la paternità della scoperta che rivoluzionò il mondo dell'energia.

IL MATRIMONIO E LA LAUREA IN INGEGNERIA ELETTROTECNICA
Proprio in quel periodo ‑ nel quale tra l'altro Torino dà i natali a due importanti istituzioni sportive, il Rowing Club Italiano (1888) poi Federazione Italiana Canottaggio, e la Fedérazione Internationale des Sociétés d'Aviron (1892) ‑ Carlo Montù effettua alcune scelte decisive per il suo futuro. Nel 1891 sposa Letizia Calani e due anni più tardi chiede al Regio Esercito di essere congedato, passando nei ruoli di ufficiale di complemento; quindi, forte anche degli studi compiuti in Accademia, si laurea a Torino in Ingegneria Elettrotecnica come uno degli ultimi allievi (ed assistenti, anzi in seguito Montù fu pure titolare della cattedra di Elettrotecnica a Napoli) di Galileo Ferraris, che ‑ appena cinquantenne ‑ moriva infatti, nella città sabauda, nel 1897. Quello stesso anno ‑ dopo aver praticato il ciclismo agonistico in pista a Torino al Motovelodromo e sull'anello in legno del Ciclisti Club ‑ indossò la maglia dell'International Football Club torinese (fondato nel 1891 e presieduto da Luigi di Savoia duca degli Abruzzi), giocando accanto a pionieri del calcio come Edoardo Bosio ed Alfonso Ferrero di Ventimiglia (che nel 1899 fondò la FIAT insieme a Giovanni Agnelli). L'inizio del XX Secolo vide Montù affascinato da quello che sarà il settore che più si svilupperà in quel periodo, i trasporti, in particolare le ferrovie e l'aeronautica. Nel 1907, all'Esposizione di Milano, presenta una sua realizzazione inerente "gli accoppiatori automatici per veicoli ferroviari", ma lavora anche come progettista di stazioni; così come si dedica alla costituzione della Società Aviazione Torino, poi divenuta Aeroclub Torino.

L’AVVENTURA POLITICA E IL RICHIAMO ALLE ARMI
Alla soglia dei 40 anni l'eclettico Carlo ‑ che aveva aderito al Partito Liberale ‑ ha ormai le carte (ed i titoli) in regola per tentare una nuova avventura, quella politica. Il suo collegio elettorale è Crescentino ‑ uno dei tre di allora, con Santhià e Vercelli, di quella zona inumidita dal Po - cittadina di nemmeno 8 mila abitanti a forte vocazione contadina, una decina di chilometri da Livorno Ferraris e 30 da Vercelli. Ottiene la fiducia dei votanti e per quattro anni, durante la ventitreesima legislatura dal 24.3.1909 al 29.9.1913, Montù siede alla Camera dei Deputati; ma la Patria, impegnata militarmente oltremare, lo rivuole anche in divisa e lo richiama alle armi. Nel 1911, il quarantaduenne ex‑tenentino d'Accademia viene reintegrato stabilmente nell'Esercito Italiano con il grado di capitano d'Artiglieria ed assegnato (durante la guerra con la Turchia) al Regio Corpo di Spedizione in Libia, nel reparto speciale ‑ dati suoi precedenti ‑ degli Osservatori Aerei e Lanciagranate. Mercoledì 31 gennaio 1912 ‑ decollato da Tobruk a bordo di un biplano Farman per una missione sia ricognitiva che offensiva sulle truppe ottomane di stanza ad Emme Dolner ‑ l'aviatore‑artigliere Montù viene fatto segno da cinque fucilate nemiche sparate da circa 800 metri di distanza: quattro pallottole trapassano elica ed ali, mentre la quinta fora il sedile in alluminio e lo ferisce non gravemente. E' un record al contrario: è infatti la prima volta che da terra qualcuno riesce a colpire con successo un bersaglio aereo in guerra. La fortunosa schioppettata turca mette momentanea fine (per la seconda volta) alla carriera militare dell'ingegnere torinese; rientrato dopo un mese in Italia, gli viene conferita la Medaglia d'Argento al Valore Militare, promosso maggiore e, il 4 giugno 1912, congedato. Alcune fonti riportano comunque che Montù continuò la carriera in Aviazione fino alla Prima Guerra Mondiale, comandando il 1° Raggruppamento Bombardieri, per poi passare in Artiglieria.

L’ELEZIONE ALLA PRESIDENZA DEL REGIO ROWING CLUB ITALIANO
L'anno successivo, alla scadenza del mandato elettorale, Carlo Montù si ripresenta candidato ma a Crescentino trova, come forte antagonista, il medico condotto Fabrizio Maffi, socialista ed anti‑interventista (allora l'Italia aveva dichiarato guerra a Tripolitania e Cirenaica), già in corsa per la poltrona di deputato nel 1904, quando però venne battuto dal marchese Fracassi poi divenuto senatore del Regno. Il Maffi ‑ la cui professione gli aveva creato molte simpatie tra i braccianti ‑ cavalca il malcontento popolare dovuto all'indifferenza dei grandi proprietari terrieri locali verso operai e salariati, ed acquisisce ‑ nella tornata elettorale del 26 ottobre 1913 ‑ un numero enorme di voti (quasi 6 mila), superando il quasi coetaneo Montù, il quale in quello stesso anno viene eletto per la prima volta alla presidenza (che manterrà fino al 1927) del Regio Rowing Club Italiano succedendo allo scomparso concittadino Luigi Cappuccio, che era stato uno dei fondatori sia della Federazione Italiana che di quella Internazionale del Canottaggio, e che l’anno precedente aveva dovuto annullare la partecipazione dei canottieri italiani ai Giochi Olimpici di Stoccolma per il caos avvenuto durante le selezioni. Montù non solo assume la guida de turbolento canottaggio ma – siccome lo sport è evidentemente presente in modo massiccio nel DNA dell'eclettico piemontese – anche (nel 1914, per referendum) la presidenza della Federazione Italiana Giuoco Calcio. Non va dimenticato che in quegli anni il campionato di calcio vede l'affermazione di squadre piemontesi - la Pro Vercelli dal 1911 al 1913  e nel 1914 del Casale – e la nazionale del pallone da un triennio adotta la maglia azzurra, in onore del colore dei Savoia.

ARTEFICE DELLA CREAZIONE DEL CONI
Con la presidenza Montù fu confermata la sede federale a Torino, dove lui risiedeva. In quello stesso anno Carlo dà la scossa a tutta l’Italia che suda sui campi di gara, proponendo la creazione di un Comitato Olimpico nazionale che diverrà poi nientemeno che il CONI. Il 9 e 10 giugno 1914 – in un periodo particolarmente agitato politicamente, con innumerevoli manifestazioni di piazza ‑ si ebbe, in un ufficio della Camera dei Deputati e su iniziativa di Montù (che nel 1913 era stato nominato membro del CIO, carica che manterrà fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel 1939) la prima riunione del nascente Comitato Olimpico che pose le basi per una unificazione dello sport nazionale e la rappresentanza italiana presso lo stesso CIO (Comitato Olimpico Internazionale, presieduto dal suo fondatore ‑ nel 1894 ‑ Pierre de Coubertin ed in procinto di spostarsi da Parigi a Losanna) ad iniziare dal Congresso Olimpico in programma pochi giorni dopo (14-20 giugno 1914) a Parigi. Nella riunione romana (particolarmente affollata ed inizialmente indetta proprio per designare i dieci delegati italiani all’imminente Congresso) Montù era anche presente come presidente di ben tre Federazioni Sportive ‑ Calcio, Canottaggio (della quale c'era pure Alberto Mario Rossi, futuro segretario del R.R.C.I.) e Aereo ‑ nonché in rappresentanza dell'Automobilismo. Da quel consesso in cui nacque il CONI, Montù uscì con la carica di vicepresidente del nuovo organismo olimpico ed ovviamente (essendo già membro del CIO) come uno dei delegati al Congresso di Parigi; ma anche quale ospitante la prima sede del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (che nel 1915 venne riconosciuto dal CIO), stabilita a Roma in Via della Colonna Antonina 52, nei locali dell'Aero Club presieduto appunto dal quarantacinquenne piemontese.

AVIATORI E AERONAUTI DELL’ARIA, UN’ALTRA PRESIDENZA
Il futuro dell'ex‑allievo di Galileo Ferraris si sta però ancora una volta tingendo di grigioverde: il 10 dicembre 1914 è richiamato in servizio dall'Esercito ed assegnato, tre mesi dopo, al Battaglione Scuola Aviatori. Oltre alla precedente esperienza bellica in Libia, in quegli anni Carlo ha infatti assunto pure un altro incarico, che lo lega ancor più ad ali ed eliche: è nominato vicepresidente e poi presidente (dal 1914) della Società Aviatori e Aeronauti dell'Aria (fondata nel 1911, con sede a Torino e poi divenuto Aero Club d'Italia), la quale proprio con lui confermerà la devozione di chi vola alla Madonna di Loreto, ornando la bandiera della stessa Società con l'immagine della Vergine Lauretana. Diviene anche membro del Consiglio Direttivo della Lega Aerea Nazionale e del Comitato Direttivo della Fédération Aéronautique Internazionale, mentre quale presidente dell’Aereo Club d’Italia assegna al barone padovano Leonino Da Zara la coppa destinata dalla stampa sportiva all’aviatore che avesse effettuato -  entro il 31 dicembre 1910 - il maggior numero di voli (il nobile veneto ne aveva compiuti in quell’epoca pionieristica ben 26, rimanendo in aria per 5 ore e 4 minuti). Sicuramente nello stesso periodo Montù incontra un altro grande appassionato dell’aria (e poi del canottaggio, tanto da mettere in palio una stupenda coppa, conservata in un altrettanto magnifica custodia in pelle) Gabriele d’Annunzio, che di Leonino Da Zara è grande amico.

LA PRIMA GUERRA MONDIALE
Nella primavera del 1915 l’Italia si prepara a partecipare ad uno dei conflitti più tragici e sanguinosi dell’umanità: la Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra. Montù, militare e sportivo, non disgiunge la divisa grigioverde di ufficiale dal doppiopetto di alto dirigente federale: il giorno stesso che l’Italia dichiara guerra all'Austria-Ungheria - il 23 maggio 1915, una domenica – gli arbitri del pallone comunicano il rinvio delle partite, secondo una decisione presa dalla Federcalcio presieduta dall’interventista Carlo, subito seguita dalla stampa sportiva che enfatizza l’inizio delle ostilità contro “l’austriaco invasor”. All'alba del 24 maggio il Regio Esercito spara la prima salva di cannone contro le postazioni nemiche e Montù prosegue a servire la Patria e lo sport. Ma non è il solo, tanto che quel giorno La Gazzetta dello Sport esce con un titolo a tutta pagina: “Per l’Italia contro l’Austria Hip Hip Hurrà”. Persino De Coubertin si arruola volontario tra le truppe francesi, ma – cinquantaduenne – venne immediatamente congedato; il barone ne approfitta per trasferire al sicuro, nel 1915, il CIO a Losanna, nella neutrale Svizzera. Il 30 ottobre 1916, dopo essere stato promosso tenente colonnello, gli è assegnato il comando del 300° Reggimento Artiglieria da Campagna (Bombardieri) alla cui testa rimane fino al 15 gennaio 1918, quando ‑ elevato al grado di colonnello ‑ è trasferito in Francia, per tornare sul fronte italiano il 10 giugno, stavolta comandante del 45° Reggimento (sempre Artiglieria da Campagna).

DE COUBERTIN E L’OLIMPIADE A ROMA
Nel frattempo, mentre i contendenti si leccano le ferite, De Coubertin pensa sempre ad un’Olimpiade a Roma, già negatagli dieci anni prima dal governo Giolitti, indaffarato in altre questioni; scrive perciò a Montù al quale il savoiardo naturalizzato torinese onorevole Carlo Compans di Brichanteau (eletto presidente nella celebre riunione costitutiva del giugno 1914 a Roma) aveva nel frattempo affidato la reggenza effettiva del CONI. Secondo il barone francese, che esprime i suoi pensieri in una lettera riservatissima all’onorevole Montù, la martoriata Anversa non gliela farà a sopportare sul suo territorio dilaniato dalla guerra i Giochi 1920: che ne dice Roma, di sostituirla? Il soldato e uomo di sport piemontese invia, negli ultimi giorni del 1918, una circolare – in qualità di vicepresidente anziano del CONI – a tutte le Federazioni Sportive per sondare evidentemente il terreno in proposito. Ma a troncare sul nascere ogni ulteriore iniziativa sui Giochi a Roma è il governo: il bilancio statale, dopo il dissanguamento della appena conclusa Grande Guerra, è in condizioni precarie, impossibile accettare perciò la pur ufficiosa proposta di De Coubertin-Montù.
Per quest’ultimo si chiude anche l’ennesima parentesi militare. Dopo la decorazione ricevuta nel 1912, Montù ‑ capelli a spazzola alla militare e baffi ben curati ‑ alla fine della Prima Guerra Mondiale avrà appuntate sul petto ben altre quattro medaglie, due d’argento ed altrettante di bronzo; quella del 1916 (argento) ha la seguente motivazione: "Comandante di un raggruppamento di bombarde, diede costanti prove di valore personale e sprezzo sotto l'intenso fuoco nemico, per imprimere all'azione delle dipendenti batterie il massimo vigore e per compiere studi e progetti per l'impianto di nuove batterie (Medio Isonzo, agosto ‑ dicembre 1916)". Insignito di altre decorazioni, terminata la Grande Guerra, Montù raggiunge il grado di generale e viene nominato commissario civile per la regione di Cividale del Friuli che - dopo la disfatta di Caporetto alla fine dell’ottobre 1917 - era stata occupata per breve tempo dalle truppe austriache. Instancabile, il militar-sportivo dai natali vercellesi appena deposta (provvisoriamente, s’intende, perché ormai il grigioverde è per lui una seconda pelle) la divisa nella cassapanca, ritorna a piste, campi di regata e pedane.

PRESIDENTE ANCHE DELLA SCHERMA
Il 3 agosto 1919 Montù – che abitava a Torino in Via Po 39 - diviene presidente della Federazione Italiana Scherma, nelle cui file c’è un formidabile atleta, l’imbattibile D’Artagnan azzurro Nedo Nadi che l’anno dopo ad Anversa vince cinque medaglie d’oro ai Giochi Olimpici, stoppati al 1912 e ripresi solo nel 1920 a causa di un conflitto (la Prima Guerra Mondiale) che ha provocato 8 milioni e mezzo di morti e 20 milioni di feriti. Accanto a Nedo combatte – pacificamente sulle pedane olimpiche – suo fratello Aldo, il quale conquista in quell’avventura belga tre medaglie d’oro ed una d’argento. All’indomani di quell’Olimpiade così prestigiosa per le Federazioni da lui guidate – anche i canottieri italiani salgono infatti due volte sul podio, per essere premiati da re Alberto del Belgio con l’oro del 2 con e l’argento del doppio – Montù deve incassare una pesante sconfitta da dirigente, non riuscendo a trattenere in Italia Nedo Nadi, che se ne va in Argentina a fare il maestro, rinunciando allo status dilettantistico e alla maglia azzurra. In quell’anno 1920 l’instancabile torinese diventa però anche, per acclamazione, presidente del CONI (Compans di Brichanteau è nominato presidente emerito), adoperandosi subito per la migliore partecipazione della rappresentativa italiana ai Giochi Olimpici di Anversa. Montù riuscì, per quell’edizione olimpica post-bellica, a realizzare due “miracoli”: il primo che le spese della spedizione fossero totalmente ripianate grazie ad un contributo statale, una sottoscrizione lanciata da “La Gazzetta dello Sport”, una somma messa a disposizione dalla Federazione Calcio ed altre donate da enti e industriali (tra i quali Giovanni Agnelli, il fondatore della FIAT); il secondo l’adozione della maglia azzurra per tutti i nostri atleti partecipanti. Inoltre ad Anversa viene realizzata la prima Casa Italia, un’iniziativa voluta da Montù e ripresa poi stabilmente dal CONI nella seconda metà del 1900. Il neo capo del CONI svolge durante i Giochi un’intensa attività “diplomatico-sportiva” (sulla quale poi relazionerà al presidente del Consiglio Giovanni Giolitti) punteggiata da due conferenze in francese, l’8 agosto con tema “Pro Italia” ed il 24 agosto sulla “Candidatura di Roma alle Olimpiadi del 1924”; ma sarà proprio quel De Coubertin - che tanto aveva caldeggiato i Giochi nella Città Eterna nel 1909 e 1920 - a stoppare l’iniziativa di Montù, e a far ratificare, nel Congresso di Losanna 1921, l’assegnazione della competizione olimpica a Parigi, dopo aver contattato in proposito, per lettera, tutti i Comitati Olimpici Nazionali.
A seguito di tale assegnazione - come afferma, nel suo libro “Il CONI di Giulio Onesti”, lo storico sportivo Tonino De Juliis - “Montù – che sosteneva fermamente la candidatura di Roma - e la delegazione italiana abbandonarono per protesta il Congresso Olimpico di Losanna.” “Montù si dimise anche dal CONI e alla presidenza fu chiamato l'onorevole Francesco Mauro, il quale era già stato il successore di Montù nella carica di presidente della Fe­derazione Italiana Gioco Calcio. Due anni dopo l'increscioso episodio di Losanna, Montù, che non era più presidente del CONI ma sempre membro del CIO, ricevette da un collega brasiliano un si­gnificativo attestato a favore di Roma "olimpica". Nel 1923, per la prima volta, una sessione del CIO fu celebrata a Roma. Nella seduta conclusiva, svoltasi il 12 aprile nella Sala delle Bandiere al Campidoglio, un simpa­tico gesto verso il CONI e la città capitolina fu compiuto dal membro del CIO per il Brasile conte R. de Rio Branco. Discutendosi della possibilità di assegnare a Rio de Janei­ro i Giochi olimpici del 1936 ‑ essendo già previsti a Pari­gi quelli del 1924 ed assegnati ad Amsterdam e a Los An­geles rispettivamente quelli del 1928 e del 1932‑ il brasi­liano de Rio Branco, che era stato cooptato nel CIO nel 1913 come Carlo Montù, tenne a dichiarare che, prima dell'America del Sud, Roma dovesse avere l'onore dei Giochi Olimpici. Ma allora non fu presa una decisione e l'Italia in seguito rinunciò ad avanzare la candidatura per i Giochi del 1936 (a favore della Germania) e ritirò quella per i Giochi del 1940 (a favore del Giappone)”.

LE DIMISSIONI
Successivamente, come riporta ancora De Juliis nel suo libro,: “Poiché riteneva il fascismo contrario ai suoi principi liberali, nel 1927 Montù lasciò l'ultima carica sportiva dimettendosi da presidente della Federazione Italiana Ca­nottaggio, che era la Federazione prediletta. Si ritirò nella sua Bellagio e si dedicò alla elabora­zione di una ponderosa ed apprezzatissima "Storia del­l'artiglieria italiana" in quattordici volumi nella quale profuse l'eccezionale cultura e competenza tecnica. Un fatto sorprendente, che meriterebbe di essere ap­profondito, è quello che nel 1925, a seguito delle forzate dimissioni date il 18 giugno 1924 da Aldo Finzi caduto in disgrazia a causa del delitto Matteotti, si determinò una corrente favorevole alla rielezione di Montù a presiden­te del CONI. La cosa non fu poi tanto segreta se lo stes­so direttore de "La Gazzetta dello Sport", Emilio Co­lombo, ne parlava nel suo articolo pubblicato il 7 dicem­bre 1925 sulla elezione, avvenuta il giorno prima con 20 voti su 22, di Lando Ferretti, definito "un condottiero gra­dito al Capo di Governo Nazionale" (cioè a Mussolini). Comunque quel Consiglio Nazionale del CONI, che eles­se Ferretti, non mancò di inviare un telegramma di salu­to anche a Carlo Montù”.

I CANNONI
Oltre allo sport, nel cuore dell’instancabile piemontese ci sono sempre anche i cannoni. Così diventa direttore del Comitato di Redazione (nonché coautore) di una monumentale (14 volumi) ed apprezzata “Storia dell’Artiglieria Italiana”  dal Rinascimento alla Prima Guerra Mondiale, profondendovi notevole cultura e rara competenza tecnica. In una memoria lasciata da Montù si parla anche di cavalli. La Scuola di Equitazione (creata da Carlo Felice nel 1823 alla Venaria Reale) fu trasferita - sempre in provincia di Torino - a Pinerolo nel 1849, con il nuovo nome di Scuola di Cavalleria, dall’allora ministro della Guerra Alfonso La Marmora nell’ambito della riorganizzazione dell’Esercito dopo l’abdicazione di Carlo Alberto e la salita al trono di Vittorio Emanuele II. Secondo Montù la scelta cadde su Pinerolo “per la mitezza del clima, l’abbondanza delle acque, la salubrità delle terre e al fine di aumentare la distanza da Torino che, specialmente per la gioventù, costituiva un centro di attrazione pericoloso”.   
Nel 1926 la Reale Federazione Italiana di Canottaggio istituisce un magnifico trofeo in argento massiccio (opera dello scultore Monti e tutt’ora presente nella sede della Federcanottaggio a Roma) dedicato al suo presidente – la Coppa Carlo Montù – per premiare la Società affiliata che nell’anno ha svolta la maggiore attività remiera, con la partecipazione al maggior numero di regate.

IL SECONDO CONFLITTO MONDIALE
Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, Montù ritorna ad indossare i panni grigioverdi di Generale di Divisione: dall’1 aprile 1943 è (senza assegni ma con incarichi speciali) al Ministero della Guerra di Via XX Settembre a Roma. Appena il conflitto finisce c’è un’altra chiamata, quella della Federazione mai dimenticata, il Canottaggio, che lo sollecita a riordinarne le fila; Montù ne riassume nel 1946 la presidenza ed il 27 luglio dello stesso anno partecipa a Milano alla storica seduta nella quale vengono ricostituiti gli organi del CONI, alla cui guida è designato Giulio Onesti. Finalmente l’Esercito gli concede il definitivo “rompete le righe” ed il 10 gennaio 1947 lo pone a riposo: dal suo ingresso nell’Accademia Militare sono passati 61 anni, una vita al servizio della Patria.

LA SUA MORTE
Il 20 ottobre 1949, mentre è ancora presidente della FIC, il grande dirigente piemontese scompare a Bellagio (sul Lago di Como) nella sua Villa Belmonte, probabilmente costruita da un cittadino britannico ed acquistata e ristrutturata dalla famiglia Montù nel 1881. Nel 1998 nelle soffitte della Villa – che è costeggiata da Via Montù - viene ritrovata – dall’ingegner Franco Castelli, attuale proprietario – una lettera di Pierre de Coubertin indirizzata “Al mio caro amico e collega Carlo Montù dedico queste pagine scritte per il suo bel Paese”. La missiva del barone francese è riprodotta integralmente nella rivista “Il Canottaggio” dell’anno 1999.   
Nel 1952, a suo ricordo, venne inaugurata a Torino una stele all’inizio del Parco del Valentino, sulla quale è scritto: "Carlo Montù 1896‑1949. Generale d'artiglieria e storico dell'arma. Deputato al Parlamento. Pioniere dell'aviazione. Elettrotecnico insigne. Fondatore del CONI. Animatore dello sport e del turismo italiano ‑ amici ed ammiratori PP auspice la Pro Torino – 1952”. Negli Anni Novanta viene invece dedicato “Al Generale Carlo Montù” il campo sportivo di Bellagio.

Ricerche storiche di ENRICO TONALI

NELLE FOTO: Carlo Montù (il terzo da sinistra) nel corso di una riunione che si tenne alla Canottieri Firenze nel 1948; Carlo Montù in divisa da Generale.


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