
Sono
trascorsi sessant’anni dal primo grande successo
internazionale che consacrò il mitico «4 senza» mandellese
della Moto Guzzi uno dei più gloriosi equipaggi del mondo. È
successo nell’estate del 1947 quando sulle acque del Rootsee
di Lucerna, Giuseppe Moioli, Elio Morille, Giovanni
Invernizzi e Franco Faggi vinsero, anzi stravinsero il primo
titolo europeo che di fatto era un campionato mondiale in
quanto era aperto anche a nazioni extra europee come Stati
Uniti, Sud Africa ed altre. Con Franco Faggi e Giuseppe
Moioli, unici superstiti di quella mitica formazione,
abbiamo cercato di rivivere quei momenti che in quegli anni
dell’immediato dopoguerra significavano molto di più di una
vittoria sportiva trasformandosi nel riscatto di una nazione
piegata alla ricerca di un prestigio che passava anche
attraverso il successo sportivo.
«Il viaggio fu fatto in treno in classe economica in quanto
l’auto sarebbe costata troppo e le barche vennero stivate
dentro un vecchio carro merci, residuato di guerra. Non
avevamo alcuna esperienza internazionale e tutte le speranze
italiane erano concentrate sul due con della Libertas di
Capodistria e sull’otto della Canottieri Varese. Io e
Giovanni avevamo 21 anni e Moioli e Morille solo 20 ancora
da compiere. Quattro tipici ragazzi di paese che per la
prima volta uscivano dal guscio famigliare per sfidare il
mondo. Anche nell’ambito della squadra azzurra tutte le
attenzioni erano per la Capodistria e l’ammiraglia varesina.
Fummo sicuramente i precursori del doping anche se la nostra
“epo” era abbastanza particolare in quanto era costituta da
un paio di fiaschi di vino nostrano di Olcio, prodotto nella
vigna del Moioli che aveva messo in valigia anche il
rinforzo costituito da un paio di salami e un cospicuo cuneo
di formaggio. Contrariamente a quanto succede oggi con gli
atleti che a malapena portano la barca dal carrello agli
alaggi, a noi toccò il compito di scaricare le barche dal
vagone per poi trasportarle con un carretto trainato da un
cavallo dalla stazione sino al Rootsee che a Lucerna non si
trova dietro l’angolo. Ricordo che anche il segretario
federale Rossi si rimboccò le maniche e ci aiutò nel
trasporto. C’era un grande spirito di squadra e ci
consideravamo già dei privilegiati ad essere in un paese
straniero per difendere l’Italia sportiva» ricorda Franco
Faggi, il più ciarliero della formazione che i compagni
chiamavano scherzosamente l’avucat anche se in realtà
lavorava in officina alla Moto Guzzi, come gli altri tre
componenti l’equipaggio.
Moioli che del quartetto era l’atleta di riferimento non
solo per il prestigio che gli derivava dal ruolo di capovoga
ma per il fatto di essere di esempio per i compagni, il
ricordo è più tecnico e rispecchia esattamente il suo
carattere vincente: «Eravamo emozionatissimi e il nostro
allenatore Angelo Alippi che aveva il compito di tenerci ben
concentrati era visibilmente più emozionato di noi. Non
eravamo conosciuti a livello internazionale e quindi durante
le uscite di allenamento venivamo guardati con curiosità per
il nostro stile di voga, ma senza destare apprensioni ai
nostri rivali. La grande favorita era la Svizzera che
disponeva di un grande del canottaggio come Smidt, una
specie di armadio che era favorito sia nel quattro senza che
nel quattro con. In batteria capitammo con la
Cecoslovacchia, una delle nazioni favorite che impose subito
un ritmo indiavolato alla gara. Una sfida che accettai
volentieri tanto che a tre quarti di gara avevamo staccato
nettamente tutti gli altri. Erano qualificati per la finale
i primi due della batteria e quindi potevamo prendercela
comoda, ma a me non è mai piaciuta l’idea di arrivare
secondo e quindi nella parte finale imposi un ritmo
velocissimo mentre i miei compagni mi chiedevano di
rallentare. Battemmo nettamente i ceki mettendo a segno il
miglior tempo delle batterie e da qual momento le nostre
quotazioni salirono e qualche cronista cominciò a parlare
del quattro senza italiano come possibile sorpresa».
«In finale restammo con il gruppo per i primi 500 metri, poi
– ricorda Franco Faggi – Moioli innestò il turbo e sui
nostri avversari scese la notte. Dominammo la gara
stabilendo anche il primato del Rootsee. Agli alaggi
incontrammo lo svizzero Smidt che aveva mal digerito la
sconfitta subita da quattro ragazzini italiani che si erano
presi la licenza di batterlo in casa sua.
Giurò che la prossima volta avrebbe vinto lui, cosa che non
avvenne mai in quanto sino alla vigilia delle Olimpiadi di
Helsinki 1952 non fummo mai battuti nemmeno in batteria.
Probabilmente avremmo vinto anche le Olimpiadi del 1952 se
fossero state disputate su un campo di regata regolamentare
e non in un fiordo».
Come fu il ritorno a Mandello? «Fummo molto festeggiati in
canottieri e dal direttore della Moto Guzzi, Bonelli, che
aveva per noi una grande ammirazione: Era la prima volta che
la Moto Guzzi si fregiava del massimo riconoscimento
sportivo che non fosse una gara di moto. In seguito vincemmo
ancora il titolo europeo-mondiale nel 1949 e 1950, oltre
alle olimpiadi del 1948, ma quell’estate del 1947 la ricordo
come fosse ieri».
Nella foto: Il quattro senza al momento della
premiazione: da sinistra Giuseppe Moioli, Elio Morille,
Giovanni Invernizzi e Franco Faggi.