Sul Rootsee il primo successo internazionale con Giuseppe Moioli, Elio Morille, Giovanni Invernizzi e Franco Faggi
1947: comincia la leggenda Canottieri Moto Guzzi
(da "La Provincia di Lecco" del 12/06/07)

di Bruno Carissimo

Il quattro senza al momento della premiazione: da sinistra Giuseppe Moioli, Elio Morille, Giovanni Invernizzi e Franco FaggiSono trascorsi sessant’anni dal primo grande successo internazionale che consacrò il mitico «4 senza» mandellese della Moto Guzzi uno dei più gloriosi equipaggi del mondo. È successo nell’estate del 1947 quando sulle acque del Rootsee di Lucerna, Giuseppe Moioli, Elio Morille, Giovanni Invernizzi e Franco Faggi vinsero, anzi stravinsero il primo titolo europeo che di fatto era un campionato mondiale in quanto era aperto anche a nazioni extra europee come Stati Uniti, Sud Africa ed altre. Con Franco Faggi e Giuseppe Moioli, unici superstiti di quella mitica formazione, abbiamo cercato di rivivere quei momenti che in quegli anni dell’immediato dopoguerra significavano molto di più di una vittoria sportiva trasformandosi nel riscatto di una nazione piegata alla ricerca di un prestigio che passava anche attraverso il successo sportivo.
«Il viaggio fu fatto in treno in classe economica in quanto l’auto sarebbe costata troppo e le barche vennero stivate dentro un vecchio carro merci, residuato di guerra. Non avevamo alcuna esperienza internazionale e tutte le speranze italiane erano concentrate sul due con della Libertas di Capodistria e sull’otto della Canottieri Varese. Io e Giovanni avevamo 21 anni e Moioli e Morille solo 20 ancora da compiere. Quattro tipici ragazzi di paese che per la prima volta uscivano dal guscio famigliare per sfidare il mondo. Anche nell’ambito della squadra azzurra tutte le attenzioni erano per la Capodistria e l’ammiraglia varesina.
Fummo sicuramente i precursori del doping anche se la nostra “epo” era abbastanza particolare in quanto era costituta da un paio di fiaschi di vino nostrano di Olcio, prodotto nella vigna del Moioli che aveva messo in valigia anche il rinforzo costituito da un paio di salami e un cospicuo cuneo di formaggio. Contrariamente a quanto succede oggi con gli atleti che a malapena portano la barca dal carrello agli alaggi, a noi toccò il compito di scaricare le barche dal vagone per poi trasportarle con un carretto trainato da un cavallo dalla stazione sino al Rootsee che a Lucerna non si trova dietro l’angolo. Ricordo che anche il segretario federale Rossi si rimboccò le maniche e ci aiutò nel trasporto. C’era un grande spirito di squadra e ci consideravamo già dei privilegiati ad essere in un paese straniero per difendere l’Italia sportiva» ricorda Franco Faggi, il più ciarliero della formazione che i compagni chiamavano scherzosamente l’avucat anche se in realtà lavorava in officina alla Moto Guzzi, come gli altri tre componenti l’equipaggio.
Moioli che del quartetto era l’atleta di riferimento non solo per il prestigio che gli derivava dal ruolo di capovoga ma per il fatto di essere di esempio per i compagni, il ricordo è più tecnico e rispecchia esattamente il suo carattere vincente: «Eravamo emozionatissimi e il nostro allenatore Angelo Alippi che aveva il compito di tenerci ben concentrati era visibilmente più emozionato di noi. Non eravamo conosciuti a livello internazionale e quindi durante le uscite di allenamento venivamo guardati con curiosità per il nostro stile di voga, ma senza destare apprensioni ai nostri rivali. La grande favorita era la Svizzera che disponeva di un grande del canottaggio come Smidt, una specie di armadio che era favorito sia nel quattro senza che nel quattro con. In batteria capitammo con la Cecoslovacchia, una delle nazioni favorite che impose subito un ritmo indiavolato alla gara. Una sfida che accettai volentieri tanto che a tre quarti di gara avevamo staccato nettamente tutti gli altri. Erano qualificati per la finale i primi due della batteria e quindi potevamo prendercela comoda, ma a me non è mai piaciuta l’idea di arrivare secondo e quindi nella parte finale imposi un ritmo velocissimo mentre i miei compagni mi chiedevano di rallentare. Battemmo nettamente i ceki mettendo a segno il miglior tempo delle batterie e da qual momento le nostre quotazioni salirono e qualche cronista cominciò a parlare del quattro senza italiano come possibile sorpresa».
«In finale restammo con il gruppo per i primi 500 metri, poi – ricorda Franco Faggi – Moioli innestò il turbo e sui nostri avversari scese la notte. Dominammo la gara stabilendo anche il primato del Rootsee. Agli alaggi incontrammo lo svizzero Smidt che aveva mal digerito la sconfitta subita da quattro ragazzini italiani che si erano presi la licenza di batterlo in casa sua.
Giurò che la prossima volta avrebbe vinto lui, cosa che non avvenne mai in quanto sino alla vigilia delle Olimpiadi di Helsinki 1952 non fummo mai battuti nemmeno in batteria. Probabilmente avremmo vinto anche le Olimpiadi del 1952 se fossero state disputate su un campo di regata regolamentare e non in un fiordo».
Come fu il ritorno a Mandello? «Fummo molto festeggiati in canottieri e dal direttore della Moto Guzzi, Bonelli, che aveva per noi una grande ammirazione: Era la prima volta che la Moto Guzzi si fregiava del massimo riconoscimento sportivo che non fosse una gara di moto. In seguito vincemmo ancora il titolo europeo-mondiale nel 1949 e 1950, oltre alle olimpiadi del 1948, ma quell’estate del 1947 la ricordo come fosse ieri».

Nella foto
: Il quattro senza al momento della premiazione: da sinistra Giuseppe Moioli, Elio Morille, Giovanni Invernizzi e Franco Faggi.

Torna indietro