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di Enrico Tonali
In
punta di piedi, come il suo maestro, ha tirato il sipario.
Manfred Rullfs, “stoneface” (faccia di pietra) aveva il
sorriso gelido del killer ma il cuore del grande canottiere,
anche se sotto i suoi colpi stramazzò nel 1960 l’idolo degli
Stati Uniti, quell’ammiraglia imbattuta da quarant’anni e
che per ben otto Olimpiadi era stata una medaglia d’oro
sicura del remo yankee.
Nato a Ratzeburg il 6 marzo 1935, Rullfs ha lasciato questo
mondo – nella sua città - il 15 gennaio scorso, anticipando
di una palata i suoi compagni della lunga barca germanica
che ai Giochi di Roma stupì amici, nemici e profani per il
nuovo modo di vogare e di vincere. Lo ha seguito esattamente
un mese più tardi un altro componente di quell’otto
rivoluzionario, Karl-Heinz Hopp, che era nato a Lubecca il
20 novembre 1936 e nella stessa città anseatica è scomparso
il 15 febbraio, dopo una lunga malattia come l’amico Manfred.
L’avventura olimpica di Rullfs e compagni ebbe inizio in un
afoso pomeriggio di 47 anni fa, sui Castelli Romani: alle
16’20 venne dato il via alla seconda eliminatoria dell’otto
nei Giochi Olimpici di Canottaggio di Roma 1960, sul nuovo
campo di gara del Lago Albano, realizzato dall’architetto
Maurizio Clerici e dall’ingegner Mario Peccia. Quest’ultimo
aveva ideato per l’occasione un sistema di tracciamento
delle corsie con boette galleggianti e cavi sommersi – oggi
conosciuto come Sistema Albano – che mise fine ad una
micidiale segnatura del campo di gara fino ad allora
realizzata con funi metalliche a fior d’acqua che ad ogni
regata mandavano in riparazione qualche barca.
Il lungo scafo tedesco recava a bordo una formazione
assiemata in una piccola cittadina, Ratzeburg, situata – fra
Amburgo e Lubecca - nella regione Schleswig-Holstein (a
Nord-Ovest della Germania) nota anche per aver dato i natali
(ed il nome) ad una celebre razza di cavalli – gli Holstein
– che è tra le migliori “linee di sangue” negli sport
equestri. Ad allenare l’equipaggio teutonico fu Carl Adam,
un quarantottenne insegnante, ex-campione mondiale
studentesco di pugilato e da una decina d’anni trainer
autodidatta del remo; il suo metodo di preparazione partiva
da un concetto tanto lapalissiano quanto fondamentale: una
catena è forte quanto lo è il suo anello più debole. Studiò
– ed applicò – una nuova tecnica di voga che prevedeva un
alto numero di colpi (il suo otto vinse a Roma tenendo sul
passo 40 palate al minuto) ottenuto soprattutto accorciando
il “pendolo” in finale; l’estrazione del remo dall’acqua
avveniva a schiena praticamente dritta. Qualcuno disse che
quei tedeschi sembrava avessero “mangiato il manico di una
scopa”, ma ad essere divorati furono gli avversari, prima
nelle eliminatorie – che la Germania superò con il miglior
tempo – e poi nella finale dove l’armo teutonico infranse il
muro dei 6 minuti (5’57”18), battendo di oltre 4” il Canada,
seguito da Cecoslovacchia, Francia, Stati Uniti e Italia
(Marina Militare).
Con quello strepitoso successo – la Germania non aveva mai
vinto l’otto alle Olimpiadi, nemmeno nel 1936 a Berlino, in
cui mieté ben cinque medaglie d’oro nel canottaggio –
terminò la carriera di Manfred Rullfs, ma non quella di Adam
che volle “stoneface” come suo assistente nell’Università
del Remo di Ratzeburg. L’ex-boxeur (che era nato nel 1912 ad
Hagen) proseguì con il suo otto a razziare prestigiose
medaglie, conquistando il titolo mondiale del 1962 a Lucerna
(con l’Italia quarta) e nel 1966 a Bled, quando fu l’unica
medaglia d’oro conquistata dalla Germania Ovest, la quale –
da quell’anno – gareggiava divisa dalla consorella Germania
Est (e passeranno ben 23 anni prima che la Repubblica
Federale Tedesca riesca a rimettere le mani sul più
prestigioso titolo iridato remiero).
Nel 1968 Adam centra l’ultimo colpaccio a Città del Messico,
dove – fatto unico nella storia dei Giochi – le Olimpiadi si
disputano a 2.300 m sul livello del mare, creando non pochi
problemi ai concorrenti di uno sport anaerobico/aerobico
come il canottaggio. Nell’edizione precedente, nel 1964 a
Tokio, l’ammiraglia USA era riuscita a rientrare in possesso
del titolo olimpico dell’otto, superando la lunga barca
germanica di 5 secondi, al termine di una convulsa giornata
di finali che si concluse a tarda notte – sul bacino di Toda
- alla luce dei fari delle auto di servizio; tra l’altro,
per l’Olimpiade messicana di quattro anni dopo, Adam si
trovò non solo senza l’apporto dei vogatori della consorella
dell’Est, ma anche a dover affrontare l’ammiraglia che
preparò la Repubblica Democratica Tedesca, la DDR, non
ancora così prepotentemente forte e che preferì concentrarsi
su 2 senza e 4 senza. Sul bacino centroamericano di
Xocimilco l’otto di “kaiser” Carl – sul quale non c’è più
nessuno della travolgente formazione romana, nemmeno il
formidabile centro-barca Karl-Heinrich von Groddeck,
medagliato in tre Olimpiadi e passato al giornalismo – piega
l’asse “alleato” avversario (Australia, URSS, Nuova Zelanda,
Cecoslovacchia e USA): sembra essere tornati alla Seconda
Guerra Mondiale, la Germania contro tutti. Solo che stavolta
a vincere – pacificamente – è la corazzata teutone.
In quello stesso anno 1968 un nutrito gruppo di sei
allenatori e sedici aspiranti allenatori italiani seguiva –
presso l’Accademia del Remo di Ratzeburg, dal 23 novembre
all’1 dicembre – un raduno di aggiornamento tenuto da Carl
Adam in collaborazione con due suoi campioni dell’otto del
1960, Manfred Rullfs (che curò la parte tecnica in barca) e
Walter Schroeder (che tenne una lezione teorica). Quella
settimana in Germania fu l’apice di un Corso Aspiranti
Allenatori – organizzato dalla FIC (il cui segretario
generale era allora Enrico Chiaperotti), curato da Paolo d’Aloja
e seguito da Raffaele Bastoni – di ottima levatura, che in
due anni (mentre uno parallelo era organizzato per i nuovi
tecnici della canoa) portò i futuri mister anche ad
Amsterdam, Donoratico, Torino e Roma.
Nelle foto: La premiazione dell'otto tedesco
vincitore delle Olimpiadi 1960 a Castel Gandolfo; Carl Adam
(con la coppola) e Manfred Rullfs (di spalle) all'Accademia
di Ratzeburg nel dicembre 1968 |