ALEX BELLINI IN VISITA AGLI AZZURRI IN RADUNO A LIVIGNO
DE CAPUA: “UN PARALLELO FRA LA SUA IMPRESA E GLI ALLENAMENTI DEI CANOTTIERI”

di Franco Morabito

LIVIGNO, 10 agosto – E’ stata una serata diversa con Alex Bellini grande protagonista, applaudito da atleti e tecnici azzurri ai quali ha proiettato un suggestivo filmato che ha documentato con particolari inediti e di grande impatto la storica impresa che in 225 giorni di viaggio lo ha portato, da solo, su una barca a remi, a percorrere oltre 12 mila chilometri dallo scoglio di Quarto (“da quello stesso dal quale salpò Garibaldi, l’Eroe dei Due mondi”) a Fortaleza, in Brasile, accolto con tutti gli onori del caso dalle autorità nazionali e da una folla di migliaia di persone.“ Il mare è entrato nella mia vita e non potevo credere che certe emozioni e sentimenti mi avrebbero coinvolto in modo così forte”.

Per prepararsi all’impresa Bellini aveva ingaggiato Gianluca Farina, (nella foto sotto) oro olimpico a Seul 1988 e medaglia di bronzo a Barcellona 1992 in quattro di coppia, e attualmente componente dello staff tecnico della Nazionale di canottaggio, affinché gli insegnasse i fondamenti dello sport a remi.
L’atleta, nativo di Aprica, è partito da Genova il 18 settembre 2005 aspettandosi di giungere in Brasile dopo 150 giorni. Le condizioni atmosferiche avevano però altri piani. I calcoli fatti per sfruttare i vantaggi del vento sono andati vani. Al contrario ha dovuto affrontare forti venti avversari. “Circa l’80 per cento del tempo trascorso in mare è stato burrascoso. Mi sembrava di essere un saccone da pugile”.
Bellini aveva calcolato cibo per circa 180 giorni al massimo. Ma superato quel termine aveva ancora molta strada da fare: “Per due volte sono rimasto senza cibo: la prima sono stato aiutato da una nave di passaggio che mi ha fornito razioni per circa 50 giorni. Dopo 18 giorni, però, sono terminate. La seconda, invece, sono stato costretto a raggiungere un’isola sconosciuta che non figura neppure nelle carte nautiche ufficiali nella quale esiste solo un accampamento di ricercatori dell’Università brasiliana che mi hanno dato il necessario per proseguire il viaggio”.
“Non sono orgoglioso di ciò che ho fatto: troppe volte ho messo la mia vita a repentaglio. Ma non ho mai voluto essere raccolto perché sapevo che se lo avessi fatto non avrei più remato”, ha poi raccontato. “Non mi è mai piaciuta questa esperienza. Era come una lotta. Mi svegliavo ogni mattina, indossavo i guantoni da pugile e iniziavo a combattere. Ho rischiato molto e non mi piace pensare a questo”.
Durante gli otto mesi di solitudine le fantasie riguardo al cibo erano soprattutto per la focaccia, la pizza, la Nutella e la cioccolata. “La mente umana è sciocca, avrei dovuto immaginare cose molto più salutari”.

La sua giornata tipo in mare iniziava attorno alle 5 del mattino con due ore di voga prima di colazione (“una buona colazione, quando avevo cibo”), poi di nuovo ai remi sino alle una, poi il pranzo e di nuovo a remare fino a che non aveva più forza, di solito per circa sei ore. Poi  cenava, si riposava e si godeva la notte, le stelle e scriveva per un po’”. “Quelle erano buone giornate”.
La vera essenza dietro alla motivazione di Bellini era la consapevolezza di dover continuare a remare per giungere alla fine.”Qualche volta ero spaventato e perdevo gli stimoli, mi sentivo in pericolo e stanco, affamato e assetato. Ma in quei casi guardavo con insistenza un cartello su cui mi ero scritto: ‘Avanti, bastardo’, e questo mi dava la forza per continuare”.
Al termine della proiezione il campione aprichese si è sottoposto ad una raffica di domande alle quali ha risposto con grande entusiasmo.

“Un navigatore solitario come Alex Bellini ed un canottiere d’alto livello quali i nostri azzurri vivono entrambi in situazioni estreme e tutti due raschiano il fondo del barile dell’impegnativa attività psico-fisica intrapresa”, è l’accattivante parallelo messo in luce da Beppe De Capua, direttore tecnico federale dell’Italia che rema. Bellini, nella sua traversata oceanica verso il Brasile, è stato quotidianamente alle prese con le difficoltà di navigare in mari spesso notevolmente ostili, di nutrirsi adeguatamente e di avanzare verso la meta; il vogatore di vertice affronta ogni giorno negli allenamenti quell’”insulto fisiologico” (come lo chiama il trainer dei remi tricolori) che nasce da una preparazione spinta sempre più in là.
“Entrambi sono degli anormali (cioè persone fuori dalla norma) che si pongono di fronte a situazioni assolutamente impensabili qualche decina di anni fa”
, sottolinea De Capua: il navigatore chiede aiuto alle correnti che ora può esattamente individuare attraverso ricerche computerizzate su Internet; mentre il canottiere raggiunge limiti di performance (e di sofferenza fisica) che i fisiologi di un tempo ritenevano inavvicinabili.
Sono invece decisamente diverse le motivazioni che sostengono i due utilizzatori di quest’antichissimo strumento-motore che è il remo. La molla del navigatore solitario agisce su di lui tutto il giorno, percentualmente in modo meno stressante ma a volte facendogli mettere in gioco addirittura la sopravvivenza. La spinta motivazionale del canottiere è notevolmente più concentrata – nell’allenamento o nella gara – e non comporta rischi mortali, pur nell’ambito di un impegno fisiologico estremo.
Un’altra differenza - stavolta psicologica - fra i due, la sottolinea Gian Luca Farina, campione olimpico, allenatore federale e “consigliori” tecnico di Bellini:
“Vogare sulla barca di Alex vuol dire stare ai remi ore e ore per percorrere una manciatina di chilometri; una situazione impensabile per un canottiere che è abituato, ad ogni colpo di remo, a superare anche una decina di metri”.

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