La mia Olimpiade: Lorenzo Carboncini


ROMA, 21 giugno 2016 - Sono passati quattro anni dalla sua ultima partecipazione olimpica, la quarta in carriera. Però a vederlo oggi, forgiato anche dalla grande passione per il ciclismo, alle porte dei 40 anni (li compie il 22 settembre) è in piena forma come allora. Direttore sportivo della società più antica d’Italia nonché suo club natale, la Canottieri Limite, dopo una vita passata nelle Fiamme Oro, Lorenzo Carboncini è il protagonista di questa edizione de La mia Olimpiade. Quattro Giochi Olimpici disputati in carriera, da Atlanta ’96 a Londra 2012 (saltò solo Atene 2004), Carboncini nell’immaginario generale del remo azzurro è ricordato per aver fatto parte di quello straordinario quattro senza che a Sydney, nel 2000, stava per spodestare dal trono del più grande canottiere di sempre Sir Steve Redgrave, che per soli 38 centesimi conquistò il suo quinto storico oro a cinque cerchi in altrettante Olimpiadi. L’Olimpiade di Lorenzo Carboncini non può che partire da Penrith Lake.

“Era un equipaggio rodato, eccetto me gli altri (Carlo Mornati, Riccardo Dei Rossi e Valter Molea, ndr) facevano parte dell’armo due volte campione del Mondo nel ’94 e ’95, e che era reduce dalla delusione di Atlanta. Dopo l’Olimpiade in America quella barca si smembrò, poi riprovarono a tornare insieme ma non andavano più come prima, e così in seguito a delle prove mi ci ritrovai sopra. L’avvicinamento a Sydney fu perfetto, salimmo due volte sul podio nei Mondiali precedenti, vincemmo in Coppa del Mondo a Lucerna… Filò tutto liscio e senza intoppi, quella barca regalava ottime sensazioni”. Quella barca, per soli 38 centesimi, non segnò la storia. Per chi non ha vissuto emozioni simili, difficile descrivere se dopo la gara fosse più la gioia per l’argento vinto o la delusione per l’oro perso… Lorenzo riesamina la gara, e prova a darci una risposta: “Partimmo piano, ricordo anche che la nostra corsia era lievemente svantaggiata da una leggera brezza e forse anche per questo in partenza restammo subito dietro. Fu una gara molto tosta dal punto di vista mentale, ma la testa era la nostra forza e così risalimmo fino all’argento.

Dopo l’arrivo, personalmente ricordo una grande gioia per il risultato conseguito, anche perché avevamo sì vinto a Lucerna, ma sapevamo che sul Rotsee la Gran Bretagna si era presentata sottotono e quindi immaginavamo che sarebbero cresciuti. Nel 1999 inoltre arrivammo terzi ai Mondiali ma i quarti erano molto vicini e poteva succedere di tutto, per questo dico che subito percepii la soddisfazione per aver vinto l’argento. Una gioia alimentata, nei momenti immediatamente successivi, dal turbinio dei festeggiamenti, l’incontro con la famiglia, amici e compagni di squadra, le interviste… E’ normale che dopo, a mente lucida, una volta rivista la gara, ho pensato che forse avremmo anche potuto vincerla, ma non cambia le cose. Ho sempre guardato a quell’argento come una grande vittoria, non come a una sconfitta”. Qualche anno dopo, Carboncini rientrò in un progetto che avrebbe potuto portarlo a Pechino 2008 sull’otto, dodici anni dopo l’esordio olimpico sull’ammiraglia ad Atlanta. Due Mondiali consecutivi sul podio, argento sia a Gifu nel 2005 che a Eton nel 2006; poi le cose cambiarono a livello di direzione tecnica della Nazionale e vennero fatte altre scelte, che lo proiettarono su un quattro senza che dopo l’argento iridato di Monaco 2007 chiuse i Giochi cinesi solo all’undicesimo posto.

Non sapremo mai se l’otto medagliato per due Mondiali consecutivi sarebbe andato a Pechino e, se sì, con quali risultati. A prescindere da questo, prendendo spunto dalla qualificazione dell’ammiraglia azzurra sfumata per pochissimi centesimi a Lucerna poche settimane fa, Carboncini sulla composizione di un otto competitivo dimostra di avere le idee chiare: “Un Progetto Otto viene bene quando si ha molto ricambio e di conseguenza, infortunati o atleti sottotono, possono essere sostituiti prontamente, con il risultato che magari la barca migliora anche. Noi dieci anni fa questi ricambi non li avevamo, eravamo molto motivati, come lo erano i ragazzi dell’otto di oggi, ma quelli eravamo e difficilmente avremmo potuto fare di più. Io la vedo così, per fare un grande otto ci vuole un grande bacino d’utenza, che in Italia non sempre riusciamo ad avere. Aggiungo anche che per caratteristiche fisiche non è nemmeno la barca a noi più adatta. Magari tecnicamente siamo più bravi, ma non sempre basta”. Due Olimpiadi e cinque Mondiali (con la conquista a livello iridato di un argento e tre bronzi) disputati sopra fanno sì che il quattro senza sia stata indubbiamente la barca di riferimento della storia azzurra di Carboncini, che oggi come tutti guarda interessato all’armo di Vicino, Lodo, Castaldo e Di Costanzo campione del Mondo in carica, uno dei più attesi a Rio 2016.

Dove, per esperienza diretta, può succedere di tutto, come chiosa Carboncini: “L’Olimpiade è un discorso a parte, perché viene dopo un Mondiale dove le Nazioni spalmano la squadra per qualificare più barche possibili per poi andare l’anno dopo a caccia almeno di una vittoria sicura. La Gran Bretagna fa così, almeno ai miei tempi: tasta il terreno l’anno preolimpico e poi ai Giochi punta su una specialità dove è categorico vincere. Questo per dire che bisogna capire se e come le altre squadre vogliono puntare sul quattro senza. I nostri vanno bene, io non li ho visti in azione ma mi dicono che sono forti. Non sono nomi altisonanti ma hanno lavorato duramente dimostrando di meritare il raggiungimento di questo traguardo. Il canottaggio poi è strano, si può non essere i più grossi fisicamente, i più forti, per poi trovare insieme un’alchimia che fa volare la barca. Loro evidentemente questa alchimia l’hanno trovata, e meritano di fare risultato”.

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