La mia Olimpiade: Rossano Galtarossa


ROMA, 13 luglio 2016 - Ha partecipato a sei edizioni dei Giochi Olimpici, 20 anni di sport ad altissimo livello da Barcellona 1992 a Londra 2012. Ma da qualche parte Rossano Galtarossa, protagonista di questa edizione de La mia Olimpiade, avrà pure iniziato… Ce lo facciamo raccontare intervistandolo in occasione del Festival dei Giovani, la manifestazione per Allievi e Cadetti dove, magari per la prima volta, avrà gareggiato un nuovo Rox. “Ho iniziato con il canottaggio a 12 anni, senza sapere niente di questo sport - esordisce l’oro olimpico di Sydney 2000 sul quattro di coppia - giocavo a basket, già allora ero molto alto però, diciamolo, un po’ imbranato. Mi mancava coordinazione, una cosa che in questi anni ho rivisto in molti ragazzi cresciuti precocemente, ai quali occorre più tempo per trovarsi in armonia con il proprio corpo. Successe che un insegnante di scuola media consiglio ai miei genitori di farmi fare uno sport che mi potesse fornire una preparazione fisica anche da un punto di vista della muscolatura, e così con mio padre andai al CUS Padova a vedere quali sport potevano fare al caso mio. Quando lessi canottaggio ricordo che mi voltai verso di lui chiedendogli cosa fosse, e decidemmo di provare”.

Il primo approccio di Rossano, per sua stessa ammissione, non fu dei più invitanti: “La situazione mi sembrava abbastanza disagiata, la sede remiera del CUS Padova era una baracca di lamiera di fatto ricavato in un retro vano tecnico di una piscina: fungeva da hangar, ci cambiavamo in fondo, barche e remi erano dei ferrivecchi e c’era persino un calciobalilla, che almeno serviva per aiutare la socializzazione. Questa baracca non era nemmeno completamente chiusa, bensì dove non c’era il muro era coperta da dei teloni cerati. Era il 1985, un anno in cui l’inverno a Padova fece scendere la temperatura anche a -18° sotto zero… Nonostante questo non mi scoraggiai, e per tre anni portai avanti entrambi gli sport insieme, canottaggio e pallacanestro. Poi, come il primo approccio, la scelta di proseguire con il primo dei due fu fortuita. La realtà cestistica padovana che vivevo era molto forte, la mia società si fuse con un’altra e così, per soli cinque posti in campo, eravamo in tanti e io spesso me ne stavo in panchina. Mi sentivo di non contribuire alla causa, e così virai sul canottaggio. Non perché mi piacesse realmente di più. Però ogni piccolo traguardo che raggiungevo, anche solo durante gli allenamenti, lo sentivo mio. Un paio di anni più tardi capii definitivamente che avevo fatto la scelta giusta”.

Assolutamente, visti l’oro, l’argento e i due bronzi olimpici e i cinque titoli mondiali vinti in carriera. Tuttavia questo è ciò che tutti conoscono. Ma la prima gara dell’uomo dalle sei Olimpiadi, non fu proprio un successone: “Esordii a Padova nel 7.20, c’era una gara regionale e il mio primo allenatore, Giorgio Bovo, fece gareggiare più o meno tutti quelli che avrebbero potuto fare la gara senza ribaltarsi… Ricordo che ci seguiva negli allenamenti in motorino, era una buona forchetta e con la barba che portava mi ricordava il compianto Bud Spencer. E poi aveva un vocione che gli permetteva di non usare megafono, tanto lo sentivamo regolarmente anche così… In quella gara sul 7.20, come durante gli allenamenti, mi seguiva in motorino dall’argine, io sentivo le sue indicazioni e pensavo mi stesse incitando perché ero a gareggiare. Beh, finì incagliato sulla riva, e la mia prima gara io non la portai a termine. Quando rientrai e parlai con Bovo, realizzai che non mi stava incitando, bensì che stava cercando di dirmi che stavo finendo sulla riva! I compagni di squadra, bonariamente, mi prendevano in giro perché non avevo nemmeno tagliato il traguardo. Fu allora che mi incaponii, e che pensai che il mio prossimo obiettivo doveva essere il tagliare il traguardo. Dico sempre che il mio esordio nel canottaggio è stato fantozziano, ma oggi penso volentieri a quei momenti, sono stati un grande insegnamento di sport. E ringrazio Bovo, per avermi permesso di assaporare poco a poco i piccoli traguardi che quotidianamente raggiungevo”.

Dagli esordi alla prima Olimpiade, Barcellona 1992, bronzo conquistato sul quadruplo con Filippo Soffici, Alessandro Corona e Gianluca Farina. L’alba olimpica remiera di Galtarossa, che allora non pensava che di Olimpiadi ne avrebbe disputate altre cinque: “Nel 1990 vinsi il Mondiale Junior nel doppio dominando letteralmente assieme a Corona, e ci chiesero di entrare in prima squadra, anche perché in alcune gare e raduni noi giovanissimi avevamo battuto gli equipaggi Senior… Però il Mondiale era in Tasmania, e dunque si disputava quasi a fine stagione, e non volevo rischiare di perdere l’anno scolastico perché i primi mesi di scuola li avevo passati a preparare la gara, e così declinai. L’anno dopo feci il doppio riserva gareggiante ai Mondiali di Vienna (con Andrea Boni, ndr), e alla fine del 1991 mi dissero che avrei potuto giocarmi un posto in barca per Barcellona. Era l’anno della maturità per me, non volevo rischiare la bocciatura e così mi iscrissi a Terni, così che potevo allenarmi a Piediluco e non rischiare di perdere l’ultimo anno. Fu una scelta certo difficile, ma non un sacrificio, perché fui io a decidere di sfruttare al meglio l’opportunità che mi si presentava. Da Barcellona tornai con il bronzo, e solo a casa capii quanto valeva aver fatto un’Olimpiade, e mi dissi che se quelle erano le sensazioni, sarei andato avanti. Volevo fare Atlanta ’96 e poi smettere. Quella era l’Olimpiade che volevo vincere, anche perché venivamo dai due successi iridati consecutivi sul quattro di coppia nel ’94 e ’95. Fu la mia prima Olimpiade sotto il dottor La Mura, una rivoluzione quando arrivò, nei metodi e negli allenamenti. Atlanta andò male (quarto con il solito Corona, Alessio Sartori e Massimo Paradiso, ndr), e così puntai Sydney. Volevo vincere lì, e poi ero convinto di smettere. Addirittura quando tornai mi misi a cercare un lavoro… Però ripensavo a quegli attimi, alla medaglia d’oro, alle dieci ore successive alla vittoria, durante le quali nonostante una gara allo stremo delle forze continuavo a saltellare come un grillo, a sentire l’adrenalina per quanto vissuto. Pensai allora che se quelle erano le emozioni, io volevo continuare a viverle. Vinse il mio spirito di competizione, e non smisi nemmeno allora…”.

Galtarossa non smise nemmeno l’Olimpiade dopo e nemmeno quella dopo ancora. Smise dopo Londra 2012, dove fu riserva. Un’Olimpiade inseguita da padre, a 40 anni e con una bacheca stracolma di medaglie ai massimi livelli. E allora perché insistere, quando già aveva tutto? Solo il protagonista stesso può spiegarcelo: “Parto da quello che io chiamo un insano egoismo di voler dimostrare di esserci, di valere ancora quella competizione. Quando vivi le emozioni che io avevo già vissuto puoi reagire in due modi: o sei appagato, o vuoi riviverle ancora. Io volevo viverle ancora. Era una sfida con me, oltre che con il canottaggio stesso, volevo dimostrare di poter spostare più avanti il limite temporale dell’attività agonistica ad alto livello. A 40 anni, volevo dimostrare di essere ancora competitivo. Naturalmente, condivisi questa decisione con mia moglie naturalmente, anche perché era già nata mia figlia e, paradossalmente, se prima vivevo il canottaggio al 90%, per raggiungere Londra dovevo viverlo al 99,9%. Vivevo in funzione del canottaggio, completamente, perché a 40 anni cambiano i tempi di recupero e se prima la sera potevo permettermi una birra fuori, in quel periodo la sera era meglio riposarsi e stendere le gambe per recuperare più in fretta dato che il mio corpo giocoforza aveva altre necessità per riprendersi. Fu una sfida quella di Londra che, al di là del fatto di aver fatto la riserva, penso di aver vinto, e aver dimostrato a me stesso ciò che volevo, e che nel canottaggio si può essere competitivi anche a 40 anni. Non mi è pesato, se fai un percorso prefissato, ogni passaggio richiesto lo vivi con serenità”.

Volutamente la mia Olimpiade di Galtarossa viene pubblicata appena dopo il Festival dei Giovani, la principale kermesse nazionale per Allievi e Cadetti, poiché questo è il primo step della carriera di molti futuri campioni. Uno step da vivere con divertimento, parola di Rossano Galtarossa: “La pratica sportiva deve essere una cosa piacevole e divertente. Non è fondamentale fare sport perché uno deve diventare un campione. Per quanto mi riguarda, se qualche ragazzino nella mia società a un certo punto decide di smettere con il canottaggio, mi basta che lo faccia comunque contento per averlo conosciuto e praticato. Spesso nella cultura odierna si cerca di bruciare le tappe, ottenere tutto e subito. Invece i ragazzi, e con loro i genitori e gli allenatori, devono capire che dietro tutto si cela la passione per ciò che si fa. E la passione esiste e si mantiene se si compie il proprio percorso tappa per tappa. C’è il ragazzino più sviluppato che domina all’inizio e poi si ferma e viene battuto da chi prima gli arrivava dietro che deve avere la pazienza di continuare gli sforzi compiuti, perché fa parte del suo percorso. Così come c’è chi, come me magari, la prima gara nemmeno la finisce che deve avere la pazienza di fare il suo, e continuare a lavorare. Ma alla base di questi percorsi profondamente diversi tra loro, c’è il divertimento. Il canottaggio è bello, e deve essere un’esperienza positiva e come tale va vissuto. Poi si vedrà. Spero siano concetti che entrino nella mente non solo dei ragazzi che hanno gareggiato a Sabaudia e spero continueranno con la pratica del canottaggio, ma anche e soprattutto in quelle dei genitori e degli educatori”.

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