PIEDILUCO,
22
aprile 2010 - A 24 ore
dal via della 24° edizione del Memorial D’Aloja, il Presidente di Giuria
trova venti minuti per ripercorrere la sua vita a contatto con il
canottaggio.
Com’è iniziata
la sua carriera? Ha iniziato da
subito come arbitro o prima ha
vogato?
Ho vogato per un breve periodo
della mia vita quando ero in Marina
Militare a Sabaudia. Poi però ho
smesso di allenarmi e per cercare di
rimanere in contatto con questo
bellissimo sport ho deciso di
intraprendere l’iter per diventare
arbitro.
Negli anni
1990 ero stato nominato dirigente
del centro remiero di Sabaudia, in
qualità di Ufficiale di Marina, e in
quel periodo mi sono davvero
appassionato a questo sport e alla
canoa. Siccome rischiavo di essere
trasferito dopo un determinato
numero di anni, come prevede la
Marina, temevo di trovarmi dall’oggi
al domani fuori dall’ambiente. Così
la Commissione Arbitrale è stata la
mia ancora di salvezza che mi ha
permesso di rimanere nel campo. Tra
il 1993 e il 1994 ho conseguito la
licenza nazionale e poi nel 2005
quella internazionale.
Questa è la
sua prima esperienza come Presidente
di una Giuria Internazionale: come
si sente?
Sono molto contento di
ricoprire un ruolo così importante.
E sono pronto a coordinare questo
team di giudici internazionali.
Come è
organizzato per questo Memorial il
team arbitrale?
Allora, il team è composto da 19
arbitri di cui 8 con licenza
internazionale. Solo due però sono
stranieri e sono il collega sloveno
Mladen Kostic e l’arbitro olandese
Freek Meijers. Le postazioni più
importanti saranno ovviamente
occupate dai giudici con licenza
internazionale e poi a seguire ci
saranno gli altri arbitri,
fondamentali nella loro funzione
Che cosa ci
può dire a proposito dei giudici
arbitri italiani?
Il gruppo è nutrito, ma
ovviamente sarebbe meglio se ci
fossero più persone a disposizione.
Il calendario remiero è sempre più
ampio e mentre in passato le gare
erano quasi esclusivamente estive,
oggi il numero degli eventi si è
moltiplicato con l’organizzazione di
gare in ogni periodo dell’anno.
Sarebbe quindi necessario avere a
disposizione più personale, se così
possiamo chiamarloci. Ritengo sia
necessario questo periodo di
apprendistato per garantire una
maggiore conoscenza e
consapevolezza, due elementi che
migliorano solo con l’esperienza
diretta sul campo.
E per quelli che magari hanno
già qualche esperienza, poiché ex
atleti o tecnici, non si possono
abbreviare i tempi?
È un progetto che stiamo già
avviando. Da qualche hanno ormai
durante i corsi di Tecnici di primo
livello è previsto l’insegnamento
delle nozioni di base. Il Presidente
del Collegio Arbitrale ha già messo
in conto di facilitare, diciamo
così, il percorso per i soggetti che
hanno già avuto esperienza nel
campo.
Relazionarsi con gli atleti in
acqua è difficile e stressante
oppure…?
Premettiamo che i giudici
lavorano in tutte le condizioni, con
la pioggia e con il sole, e che lo
fanno per pura passione poiché il
compenso è simbolico.
Detto questo penso che la
capacità di relazionarsi con gli
atleti sia strettamente collegata
alla maturità della persona stessa.
Il bravo arbitro deve passare
inosservato, deve essere un po’
artista. La sua presenza è
fondamentale, ma deve essere
silenzioso. Quindi bisogna essere
sempre rigorosi nei confronti degli
atleti, ma bisogna anche affidarsi
un po’ al proprio buon senso.
L’atleta in fin dei conti è la
figura da salvaguardare. Quindi
direi, buon senso prima di tutto.
In conclusione, riassumiamo le
capacità necessarie per diventare un
buon arbitro.
- L’arbitro deve essere
artista
- Empatia, è alla base del
rapporto arbitro-atleta. È
necessario essere capaci di
relazionarsi in modo cordiale
con tutti, i colleghi e gli
atleti.
- Preparazione tecnica.
Fondamentale per salvaguardare
gli atleti.
- Rapidità nel prendere una
decisione. In situazioni di
emergenza il giudice deve essere
in grado di prendere decisioni
rapidamente e assumersene
serenamente le responsabilità.
Nelle immagini: Danilo Gattoni;
Gattoni con i giudici Lananna e
Meijers.