CATANIA,
16 agosto 2010 - “Ho
sperato di salire sul podio, ma poi sono tornato sulla terra…”.
È amaro il commento di Alessandro Di Liberti, dopo la finale
al Mondiale universitario di Szeged, in Ungheria, chiusa ai piedi
del podio col singolo “pesi leggeri”. Dopo 1500 metri con la prua
salda tra la seconda e la terza posizione, alle spalle dello
slovacco Babac (vincitore della gara) e del britannico Rowe
(secondo), l’azzurro del Telimar non è riuscito a placare il
“serrate” del polacco Mikolajczewski, valso il terzo posto.
Alessandro, dopo il prepotente
ingresso in finale, il podio non è
arrivato. È comunque un buon
risultato.
“Sono un po’ deluso, speravo di
salire sul podio dopo aver vinto
batteria e semifinale. Ma è andata
così. So che questo quarto posto è
un buon risultato, visto che è la
prima volta a un mondiale col
singolo (a parte l’esperienza
nella gara delle riserve vinta a
Brest, in Bielorussia, al Mondiale
under 23, ndr)”.
Conoscevi i tuoi avversari?
“Sì, sapevo che lo slovacco aveva
una certa esperienza internazionale.
Non conoscevo il polacco, ma credo
che abbia avuto una corsia un po’
favorita, soprattutto visto il forte
vento contrario”.
Raccontaci la tua gara.
“Sono partito forte, come sempre:
ho fatto i primi 500 metri a 36
colpi e sono stato in testa insieme
allo slovacco. Poi ho perso qualche
secondo rispetto alla prima
frazione, e la gara è stata con il
britannico fino ai 1000 metri. Ho
tenuto 34 colpi per tutta la gara e
a tre quarti di regata mi sono
ritrovato terzo a sette secondi da
Rowe. Speravo di mantenere il
distacco dal polacco, che era
quarto, ma i tre secondi di
vantaggio che avevo ai 1500 non sono
riuscito a tenerli nell’ultimo
“cinquecento”. E così mi ha superato”.
Il tuo allenatore Marco
Costantini ti ha accompagnato in
questa magnifica esperienza. Che ti
ha detto alla fine?
“Era contento. Ha seguito tutta
la gara, l’ho sentito. E quando sono
arrivato al pontile era soddisfatto.
Sembrava che sapesse come sarebbe
andata. E poi mi ha girato tutti i
messaggi di congratulazioni che gli
sono arrivati dopo la finale”.
E il resto della squadra?
“Erano tutti molto contenti.
Sapevano che la mia era una gara
molto complicata e hanno visto come
sono entrato in finale (due
primi posti e un 7’04’’ da brividi
in batteria, ndr)”.
Finora, nel 2010, due mondiali,
un argento al campionato under 23 e
una forma che migliora gara dopo
gara. Che vuol dire fare un
campionato del mondo?
“Il mondiale, in particolare
quello di Brest, è stato
un’esperienza fantastica: respirare
l'aria della nazionale italiana è
qualcosa di indescrivibile per chi
sogna di entrarci sin da piccoli. E
poi, stare vicini ad atleti che,
come me, ogni giorno dedicano gran
parte della loro giornata al
canottaggio, ti stimola ancora di
più ad andare avanti e a migliorarti”.
Il Mondiale under 23, che era
l’appuntamento più ambito, poteva
andare diversamente…
“Sì. Mentre negli anni passati
sono sempre arrivato vicino a far
parte della Nazionale, stavolta sono
riuscito a entrarci, ma la
partecipazione come riserva ai
mondiali mi è stata molto stretta.
Pensavo che vincere l’argento col
singolo al campionato italiano mi
avrebbe aiutato a farmi spazio e,
invece, è un risultato che mi si è
quasi ritorto contro. Dopo
l’infortunio alla vigilia delle gare
di Alin Zaharia, componente del
quattro di coppia pesi leggeri,
pensavo che sarei salito io. E
invece mi è stato detto che essendo
un singolista sarei stato un freno
per una barca lunga come il quattro
di coppia. Strano, visto che tra
doppio e quattro di coppia, qualche
medaglia ai campionati italiani pesi
leggeri l’ho presa…”.
È stata comunque una grande
esperienza.
“Certo, ho ricevuto stimoli
enormi, ho visto grandi campioni e
ho posto le basi per migliorare
ancora”.
Chiuso il sipario internazionale,
tocca al campionato italiano
assoluto.
“Sì, non vedo l’ora che arrivi la
fine di settembre. A Mantova vivrò
una nuova e bellissima esperienza…”.
Stefano Lo
Cicero Vaina