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TRIESTE,
21 marzo 2009 - Il mese di marzo, per i canottieri di mare è uno di
quelli un po’ speciali.
Alla fine dell’inverno, ma alle soglie della primavera, la fretta di ritornare ogni giorno in barca per la stagione delle regate oramai alle porte, deve fare i conti con l’ora legale che tarda ad arrivare. E allora sono le levatacce antelucane con l’arrivo in società e l’impossibilità alle volte di uscire causa il vento, oppure il tirar di sera fino all’ultimo barlume di luce per completare il lavoro e schivare quello in vasca o al remoergometro.
E’ di queste sere la presenza dei gabbiani sulla superficie del mare, che si radunano in gruppi numerosi: 50, 100 unità che se la raccontano all’imbrunire. Autentiche chiazze vive che occupano estese porzioni di mare, che solo il sopraggiungere di una prua distoglie il loro frequente vociare. E allora s’alzano in volo, e lanciano richiami insistenti a chi è
rimasto di sotto, volando in perpendicolo sulla testa di chi non s’è
ancora innalzato. Non è un volo tutti assieme però, come si fossero
messi d’accordo di lasciare qualcuno lì sull’acqua che avvisasse i
compagni se il pericolo era reale o potevano ridiscendere atterrando da
dov’erano partiti.
Mentre la scia della barca si consuma in tratti sempre più piccoli, fino a scomparire, ed il gorgo delle pale è diventato un puntino impercettibile fino a confondersi con l’acqua, il gruppo si ricompatta, si allarga e si restringe, disegnando in mare geometrie sempre diverse, in attesa che un’altra barca ripassi, che qualcosa o qualcuno brilli argenteo sotto di loro, per muoversi stavolta verso la cena. Un po’ come noi… Maurizio Ustolin |
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