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di Paolo Salom
MILANO,
8 aprile 2008 - Prima la rivolta anti-cinese di metà marzo. Poi i
tedofori con la fiaccola a Londra e a Parigi aggrediti al grido «Tibet
libero!». Che cosa succede sul Tetto del mondo? Perché il Dalai Lama
vive in esilio? Quali sono gli obiettivi del suo movimento?
UN PO' DI STORIA - I cinesi affermano che il Tibet è sempre stato
parte del loro impero. I tibetani invece rivendicano un’indipendenza
che, affermano, affonda la legittimità nella Storia. Ora, i tibetani di
fatto hanno conosciuto secoli di alterne vicende, con periodi di totale
indipendenza e periodi di sottomissione ai potentati del tempo (per
esempio alla Cina dominata dai mongoli) sempre, però, mantenendo una
quasi completa autonomia amministrativa. È soltanto nel Diciottesimo
secolo, quando a Pechino regna la dinastia mancese dei Qing (l’ultima
della Cina imperiale), che il Tibet entra a far parte politicamente del
Celeste impero. È allora che il sistema di governo con al vertice un
Dalai Lama (una specie di Papa buddista) viene ratificato
dall’Imperatore cinese (per la cronaca: Qianlong) e che in Tibet, come
monito nei confronti di possibili invasori, stazionano permanentemente
delle truppe di Pechino.
L'INDIPENDENZA - Per il resto, i tibetani sono liberi di vivere
la loro vita e amministrarsi liberamente. Un sistema che andrà avanti
senza particolari scossoni fino al 1911 quando, con la caduta della
dinastia Qing e la nascita della Repubblica, il Tibet dichiarerà la
propria indipendenza formale. Grazie al fatto che la Cina sarà
tormentata per decenni da instabilità, guerra civile, invasioni
(occidentali e giapponesi), Lhasa riuscirà a mantenersi di fatto
indipendente fino al 1949. È la Rivoluzione maoista che cambia tutto: un
anno dopo aver preso il potere, il Grande Timoniere invia il suo
esercito a «riconquistare» un territorio che considera parte della Cina.
L’arrivo dei comunisti, tuttavia, oltre a far perdere l’autonomia,
comporta, per la prima volta, un cambiamento dello stile di vita dei
tibetani (legati a tradizioni ancestrali, definite da Mao
«medioevo»).
Nel 1959, una rivolta anti-cinese repressa nel sangue costringe il
giovane Dalai Lama (Tenzin Gyatso) a fuggire in India: da allora ha
inizio il suo esilio. Più avanti, nel corso della Rivoluzione culturale
(1966-1976), le Guardie Rosse porteranno gravi distruzioni e molti lutti
in Tibet. La morte di Mao, per contro, riporterà una calma relativa
sull’Himalaya.
LA SITUAZIONE OGGI
- Il Tibet è oggi una Regione autonoma della Repubblica popolare cinese
(Xizang zizhiqu). Sulla carta gode di autonomia amministrativa e
culturale. Di fatto, la sua «indipendenza» non è minimamente
paragonabile al «pacchetto» che regola per esempio i rapporti tra Stato
italiano e Alto-Adige (che è stato spesso citato a esempio per una
possibile soluzione della contesa). Pechino, insomma, ha voce in
capitolo attraverso il suo «rappresentante» speciale, che è il
segretario del locale Partito comunista: a lui spetta l’ultima parola su
tutto. Perché è scoppiata la rivolta? In parte le ragioni vanno cercate
nella contingenza politica. I riflettori delle Olimpiadi hanno spinto i
monaci e altri attivisti a manifestare sapendo di ottenere così
l’attenzione del mondo. Ma in parte la situazione è resa critica dal
progressivo aumento di residenti di etnia cinese nelle città tibetane:
una specie di corsa all’Ovest (accade anche nella provincia dello
Xinjiang) facilitata dalla recente apertura della ferrovia Pechino-Lhasa.
I tibetani vedono l’arrivo dei cinesi come una minaccia all’omogeneità
etnica e culturale del loro mondo. I cinesi, dal canto loro, vedono nel
Tibet una regione con buone possibilità di sviluppo.
IL
DALAI LAMA - Il Dalai Lama, dal suo esilio di Dharamsala, in India,
ha più volte detto e ripetuto che non vede con favore il boicottaggio
delle Olimpiadi di Pechino. Si dice disposto a trattare su tutto e, come
capo del governo tibetano in esilio, afferma di non volere
l’indipendenza politica dalla Cina ma solo una reale autonomia. La
rivolta delle scorse settimane è stata spiegata con l’impazienza della
nuova generazione di tibetani che non credono alla non violenza e
spingono per uno scontro aperto. Pechino di fronte a questa situazione,
ha irrigidito i toni, mostrando i muscoli. Non è detto, tuttavia, che
segretamente, non cerchi un accordo con l’unico esponente tibetano che
potrebbe garantire fedeltà alla Cina in cambio di maggiore autonomia. La
partita è tutt’altro che risolta.
FONTE: CORRIERE DELLA SERA
Nelle immagini:
Due giovani
tibetane (Afp); Mao Zedong (Ap); Il Dalai Lama (Afp) |