'NECROPOLI' DI BORIS PAHOR
(FAZI, pp. 288 - 16,00 euro)

''In questo momento vorrei dire qualcosa ai miei compagni, ma ho la sensazione che tutto ciò che riuscirei a dire sarebbe insincero. Io sono vivo, perciò anche i miei sentimenti più schietti sono in una certa misura impuri'' scrive Boris Pahor, scrittore sloveno oggi 93enne e autore di questo libro che Claudio Magris definisce ''magistrale (se e' lecito usare criteri estetici per una testimonianza del male assoluto), che riesce a fondere l'assoluto dell'orrore con la complessità della storia''. E' il suo primo libro che viene tradotto in italiano da un editore di rilevanza nazionale, come spesso accade, dopo il successo ottenuto in Francia, dove Pahor ha avuto al Legion d'onore ed e' stato candidato al Nobel, ed esce in concomitanza con la Giornata della memoria. E' un libro ancora sull'esperienza in un lager nazista: l'autore fu chiuso a Natzweiler, poi a Dachau e a Bergen-Belsen come partigiano. E forse la frase riportata può spigarci come leggere questo tipo di libri, appunto consci della loro impurità, che non lede comunque il loro valore di testimonianza per non dimenticare.

Non a caso Pahor parte da un suo ritorno su quei luoghi, a distanza di anni. Attento ai dettagli, davanti a due innamorati che si baciano vicino al reticolato, disturbato fortemente da un operaio che restaura le baracche, con assi sane e di legno nuovo innestate in ''un putridume morto'' (''Ero per l'intangibilità' della dannazione'', commenta), Pahor si rende conto che nessuno dei visitatori d'oggi potrà mai penetrare davvero nella realtà, nell'orrore che fu. Allo stesso modo capisce e indaga il senso di colpa del sopravvissuto (quello che ha schiacciato all fine anche Primo Levi?) e cerca con lucidità un rapporto 'possibile' col presente e chi e' venuto dopo. Realisticamente rievoca la propria discesa agli inferi, ma assieme cerca di capire cosa si può, se si può, trasmettere a un visitatore, ''assumendo su di sé tale lacerazione'', come annota sempre Magris.


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