Olimpiadi, mancano cento giorni
Non solo contestazioni, la Cina esibisce impianti perfetti e ha migliorato l'aria


GIULIA ZONCA

PECHINO, 30 aprile 2008 - Solo oggi che la fiaccola arriva a Hong Kong, ormai Cina, Pechino si riprende le sue Olimpiadi. Ha vinto il diritto di ospitarle nel 2001 e gli è toccato riconquistarle un giorno alla volta mentre il popolo dei diritti umani cercava di spegnere la fiaccola e il mondo parlava di boicottaggio. Succede ancora e la torcia si è sdoppiata, una viaggia nelle tranquille strade di casa, l’altra è ferma al campo base pronta a scalare l’Everest e altre contestazioni. Eppure in questi mesi la Cina è riuscita a finire tutti gli impianti, spettacolari, efficienti e non così cinesi come ci si aspettava. Quaranta miliardi di dollari spesi per stadi che sono musei dello sport fuori e strutture super tecnologiche dentro.

Il Water Cube, piscina lunare, esce dalla fantasia di un gruppo di architetti australiani, il progetto è stato realizzato da 20 architetti, solo tre cinesi. Il villaggio, anche quello ideato all’estero, conta nello staff di ingegneri un solo cinese. Anche nel rigidissimo impero sono disposti a farsi colonizzare da idee altrui. Come quelle per le Olimpiadi verdi, chieste dal Cio al momento dell’assegnazione e appaltate agli sponsor.

La città più inquinata al mondo non ha perso questo primato però ha piantato 200 milioni di alberi dal 2002 a oggi, ha chiuso 680 miniere e alimenta il 27 per cento dell’area olimpica con energia alternativa. La General Electric ha installato turbine a gas nella centrale di Taiyanggong. Produrranno elettricità e riscaldamento o raffreddamento in tutta la «Olympic Central Area». Il Fengtai Softball Field sarà illuminato dai pannelli solari e 80.000 metri cubi di acqua sporca verranno ripuliti ogni giorno grazie alla membrana installata al «Qinghe Waste Water». Gebrselassie non parteciperà alla maratona, ma l’aria inizia a migliorare. Lentamente, è lo spirito patriottico che si muove rapido.

Gli educati cinesi sono diventati insofferenti, stanchi di sentire critiche appendono bandiere rosse ai balconi senza che sia un ordine di stato e si indignano come non era mai successo. Sono stati sfollati per questi Giochi, però ora li vogliono, depurati dalla politica, dallo smog, dal Darfur e dal Tibet. Hanno inaugurato l’aeroporto e una nuova linea metropolitana e rispondono ai sospettosi con molti numeri mandati a memoria. Ci sono 70 mila volontari che parlano inglese (contati dalla Cnn), e 30 mila giornalisti hanno raccontato questi mesi controversi senza censure. La corrispondente del «Times» che in un’editoriale ha paragonato le Olimpiadi 2008 a quelle del 1936, a Berlino, è la donna più detestata della Cina, la più insultata in rete, però ha continuato a scrivere.

Un anno fa l’ex presidente del Cio Juan Antonio Samaranch pronunciava la logora frase: «Saranno le più belle Olimpiadi della storia», due settimane fa, l’attuale presidente del Cio Jacques Rogge ammetteva: «Questi Giochi sono in crisi». In mezzo c’è stata repressione e paura, solo ieri il tribunale di Lhasa, capoluogo tibetano, ha condannato a pene dai tre anni di reclusione all’ergastolo 30 attivisti tibetani, laici e monaci, tutti accusati di manifestazioni anti-cinesi. Notizia che non rimbalza più contro lo spirito olimpico, quello ha trovato gli anticorpi per emanciparsi e sopravvivere. Si è trasformato, difeso dagli atleti e da molto orgoglio, è uscito dal programma di propaganda governativo. La Cina è sempre un’incognita sotto osservazione, i Giochi, a cento giorni dalla cerimonia inaugurale, sono una certezza.

FONTE: LA STAMPA


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