Maurizio Ustolin: "Rio de Janeiro, un ricordo indelebile"


TRIESTE, 04 agosto 2016 - Correva l'anno 1976, l’anno dei Giochi Olimpici di Montreal. Tempi bui per il canottaggio italiano, che faticava ad emergere a livello assoluto. La Federazione Italiana Canottaggio quell’anno decise di aderire ad una manifestazione internazionale, anche se poi rimase un risultato a sé stante, e rappresentò per i partecipanti il ricordo indelebile di un’avventura oltre Oceano, rimasta nel cuore e nella testa di chi vi partecipò: la I Copa Latina de Remo, che si disputò il primo week end di maggio (era domenica 2 maggio), all’Estadio de Remo presso Lagoa Rodrigo de Freitas a Rio de Janeiro, in Brasile, lo stesso campo, che oggi, a 40 anni di distanza, accoglie i Giochi Olimpici brasiliani del canottaggio.

I lavori dello Stadio del Remo, iniziati nel 1975, servirono ad ospitare, quell'anno, il Campionato Sudamericano di canottaggio e la Copa Latina, de Remo, prima ed ultima edizione per il canottaggio, che radunò sulle sue acque, rappresentanti di Francia, Italia, Spagna, Argentina, Uruguay, Cile, Perù e Brasile. Il grande protagonista fu il Brasile, vincitore di 4 delle 7 gare del programma, ottenendo 51 punti in classifica, mentre l’Italia con 33 punti fu seconda, e l’Argentina terza con 32 punti. Alla Copa Latina era presente Mr Charles Riollo, segretario generale della FISA, che all’epoca commentò riferendosi allo stadio del canottaggio: “Eccellenti strutture di altissimo livello internazionale, come pochissime al mondo”.

Per la squadra italiana vi parteciparono: l’otto della Fiat (Ustolin, Berto, Palma, Iseppi, Carando, Pacovich, Baima Poma, Berini, timoniere Sajeva), il quattro senza della Firenze (Baldacci, Bani, Biagini, Menini), il due senza della Canottieri Napoli (Capuozzo e Saviano), il singolista (Pappalardo) ed il doppio (Ucci, Villari) della Canottieri Irno, il due con del DLF di Treviso (Marcon e Borsato timoniere Perin), ed il quattro con della Marina Militare di Sabaudia (Brioschi, Burello, Nirosi, Zacchigna, tim. Frascella), Bosdachin il tecnico responsabile e il vicepresidente federale Tosetto, il dirigente accompagnatore della squadra.

Questi i miei indelebili ricordi, che regalo a chi era con me, come a chi avrà voglia di leggerli, e rappresentano un simbolico augurio di In Bocca al Lupo per la squadra azzurra che sulle stesse acque sta per iniziare la Grande Avventura Olimpica. Giorgio corre percorrendo in breve il tratto che dalla sede del Fiat porta alla foresteria, ed ansando urla: “Rio… andiamo a Rio de Janeiro…”. Era fine marzo del 1976, e la stagione era da poco incominciata, anche se l’inverno era passato a decidere se andare o meno in raduno collegiale per i Giochi di Montreal, e alcuni di noi avevano un piede in squadra, e l’altro fuori. “Ma di che cosa stai parlando?” gli faccio io. “C’è la Coppa Latina a Rio de Janeiro e ci andiamo con l’otto. Tra un mese siamo in Brasile” mi risponde il timoniere ancora trafelato. Io pensando mi prendesse in giro non gli badai, anche se l’idea che incominciammo tutti ad accarezzare era di quelle che ti lasciano senza fiato: Rio de Janeiro!
L’informazione era corretta, tanto che a distanza di poche settimane ci trovammo all’aeroporto di Fiumicino, noi dell’otto del Fiat, assieme al quattro senza della Firenze, il due senza del Napoli, il due con di Treviso, il quattro con della Marina, ed il singolo e doppio dell’Irno, tecnico accompagnatore il triestino Bosdachin, mentre il genovese Tosetto, l’allora vicepresidente federale, il dirigente accompagnatore. Imbarcati sul volo della Varig, eravamo pronti per andare a gareggiare dall’altra parte del mondo, che quasi 40 anni fa, non era cosa da tutti i giorni. Fu un volo piacevole, con unico scalo a Lisbona, e con gli immancabili rubacuori che cercavano di fare il filo alle carinissime hostess della compagnia di bandiera brasiliana.

Atterrati a Rio, fummo accompagnati all’Hotel Plaza, a Copacabana, adiacente ad una delle più famose spiagge del mondo: un albergo di lusso, dove a noi dell’otto fu riservato un appartamento con camerette doppie. Ci sistemammo a seconda della composizione delle barche corte: io e Paolo, Gino e Marco, Bebo e Paco, Maurizio con il Ciciu, Giorgio il timoniere, non so con chi stesse, ma tanto era piccolo e avrebbe dormito ovunque. Ottimo il ristorante, nel quale, era ricorrente il piatto di carne che battezzammo “petti di scimmia”. La stessa sera, andammo al Maracanà, lo stadio degli stadi, ad assistere a Brasile-Uruguay. Entrammo noi, francesi e spagnoli, sedendoci sulle poltroncine riservate. Un tifo incontenibile: per fortuna sedevamo in una zona protetta da una grande pensilina, perché ad un certo punto iniziarono gli scazzottamenti in campo, gli spettatori iniziarono a rumoreggiare, iniziarono ad arrivare molto vicine, lattine piene di pipì.

In via precauzionale ci invitarono a lasciare lo stadio e ci riportarono in albergo, scortati dalla polizia perché i tifosi brasiliani ci scambiarono per quelli uruguagi visto l’azzurro delle nostre maglie. I francesi fecero ritorno in albergo con l’autobus distrutto dalle sassate forse perchè non si alzarono in piedi durante l’inno. Il secondo giorno fummo accompagnati, ma è più corretto dire scortati, perché le auto della polizia locale erano davanti e dietro il nostro pullman e vennero con noi, fino all’Estadio de Remo Lagoa Rodrigo de Freitas, una struttura eccellente a poca distanza dal centro, con il Cristo sul Corcovado perfettamente visibile. Un campo di gara e relative strutture che ci lasciarono senza fiato. Una grande tribuna che alla vista, noi poco abituati al folto pubblico, ci si chiedeva che cosa ci facesse in un posto dedicato al canottaggio (alla domenica saremmo stati accontentati).

Caldo umido ma sopportabile, ci mettemmo a preparare le barche, mentre i responsabili locali si facevano in quattro per accontentarci. Una splendida vasca voga nuova di zecca interrata, spogliatoi accoglienti, e poi una città vista solo in cartolina o nei film. Iniziarono gli allenamenti sotto lo sguardo del Bosdachin. Caldo. Sete. Eravamo seguiti, noi italiani in particolare, dai reporter brasiliani sui motoscafi, le cui testate giornalistiche dedicarono pagine al canottaggio della Copa Latina, tanto che negli articoli apparivano i lavori che avevamo svolto in barca, con relativi riscontri cronometrici, e poi foto ogni giorno… Ricorda Paolo: “Le imbarcazioni erano state fornite dall’organizzazione locale, e a noi, se ben ricordi ci avevano affibbiato un otto completamente “svergolato” alzavi il tuo scalmo e vibrava come un budino tutta la barca!!

Avessimo avuto il nostro Karlisch la gara sarebbe potuta anche andare in maniera diversa... Comunque bella esperienza lo stesso!!” Accanto alla vasca voga, trovavamo quotidianamente un grande recipiente con bottiglie nel ghiaccio di coca cola, fanta ed un prodotto simile al succo d’uva (prodotto in Brasile dalla Cocacola), sponsor della manifestazione, del quale ne volevamo approfittare, ma dopo il primo giorno, l’allenatore ne proibì il consumo per evitare spiacevoli congestioni. Il “Bosda” si arrabbiò molto quando sulla pubblicità della stampa locale, il giorno successivo apparve Marco dopo l’allenamento che ne beveva a garganella. L’organizzazione si superò anche dal punto di vista turistico. Fummo scortati sul Pan di Zucchero, alla spiaggia di Ipanema, alle favelas ed alla giungla tropicale, ma oramai eravamo alla vigilia della gara.

Tutte le squadre nazionali erano pronte all’Estadio de Remo, e noi incominciavamo ad affilare mente e corpo perché ci tenevamo a fare la miglior figura possibile. In cuor nostro avevamo ancora una speranza, seppur ridotta al lumicino, di partecipare ai Giochi Olimpici di Montreal, ed eravamo convinti che un buon risultato ci avrebbe aperto la strada alle Olimpiadi canadesi (sic...illusi!). Il clima continuava a regalarci giornate calde e con parecchia umidità, tanto che l’abbigliamento della nazionale, in purissimo tessuto sintetico, stentava ad asciugarsi. C’è anche chi, per affrettare tale processo, mise la maglietta azzurra sulla abatjour del comodino, dalla quale ben presto salì un fil di fumo, ed un discreto buco apparve sull’azzurro della maglia. Nel tempo libero, sempre meno, girovagamo per le vie del centro, in cerca del souvenir da portare in Italia. Molto gettonate erano le pietre cosiddette preziose. Anche in questo campo, c’era chi si accontentava e chi no.

Io entrai in uno dei tanti negozi specializzati, e ne uscii con una modesta acquamarina, credo, pagata il giusto prezzo. Ci fu chi invece, sperando di fare l’affare, si fece buggerare. Erano i ragazzi trevigiani del 2 con che fermati da un sedicente paralitico, questi gli offrì una bella ametista grossa, ad un prezzo stracciato, che i due si affrettarono a pagare. Con i soldi in tasca, l’uomo prese le stampelle sottobraccio, e lasciò velocemente la zona. I due che iniziarono a sospettare qualcosa, entrarono in uno dei negozi, per così dire ufficiali, dove il titolare confermò che il loro incauto acquisto altro non era che comunissimo vetro colorato. “A me rubarono 70 $” racconta Paco, “ e fui costretto tornare a casa con i soldi di Paolo (credo che glieli debba ancora).” Ed infine arrivò la domenica della gara. Giunti a Lagoa Rodrigo de Freitas fummo subito accontentati in merito alla capienza delle tribune che a poche ore di distanza dal primo via erano piene zeppe di spettatori vocianti e provvisti di grandi bandiere.

Iniziò a salire sul podio il 4 con della Marina (2°), a cui seguirono il 2 senza del Napoli (4°), il singolo dell’Irno (3°), il 2 con del DLF Treviso (3°), il 4 senza della Firenze (3°), il doppio dell’Irno (2°). Noi dell’otto andammo in acqua per ultimi, convinti, decisi. La gara si risolse con un testa a testa tra noi e l’Argentina, che sul traguardo ci precedette di poco meno di due secondi. Calcolando che il nostro era comunque un equipaggio societario, si trattava di un risultato discreto. Complessivamente 3 argenti, e 3 bronzi ed un quarto posto, per l’Italia, che ci consentì il secondo posto in classifica dietro al Brasile e davanti all’Argentina. Rientrammo in albergo, dove pranzammo, dopodiché ci fu il “rompete le righe” che significò una partita di calcio sulla spiaggia di Copacabana Italia/Argentina (tra canottieri). Si alternava il bagno con onde di discreta portata a frullarci i sentimenti, alle sgambate con il pallone su una spiaggia che aveva nel senso della lunghezza un campo di calcio dopo l’altro.

La domenica sera ci portarono fuori Rio ad uno spettacolo di musica e folclore brasiliano molto bello e alla fine tra le file dalla platea passarono i ballerini con delle “figone” assurde, uno di noi provò allungare una mano sul sedere di una di queste, ma il ballerino maschio che la seguiva nella fila, passando gli appioppò un manrovescio. Noi cercammo, alla fine dello spettacolo, di avvicinarci al palco, ma dei poliziotti non ce lo consentirono almeno non nella misura che noi volevamo, ma ci divertimmo moltissimo. Iniziava quindi per noi un tour per la Rio by night, a gruppi più o meno consistenti. Le luminarie si sprecavano, come anche il numero dei locali notturni. Noi da giovani imberbi, con pochi soldi e gli ormoni a mille, entravamo da uno ed uscivamo dall’altro fino a notte tarda… o forse un po’ di più… Al mattino presto, prima di tornare in albergo, passammo da una caffetteria… sul bancone decine di tazzine di caffè già pronte per il loro utilizzo aspettavano gli avventori. Una tazzina e via a dormire per quello che ancora rimaneva prima della partenza.

“Il ritorno fu molto bello,” ricorda ancora Paco, “ partimmo la sera da Rio e arrivammo a Roma intorno a mezzogiorno. Alcuni in aereo fraternizzarono con il personale di volo e ottennero come regalo e ricordo, delle posate firmate che si usavano in prima classe. Io no. Fu comunque un viaggio leggendario che non dimenticherò mai più, con un paesaggio da urlo. Tutto unico, tutto bellissimo, soprattutto l’oceano e la spiaggia. Come li ho sempre sognati.” A Fiumicino ognuno prese il suo “volo domestico” per rientrare a casa, con la speranza, di poter vestire qualche mese dopo la maglia azzurra a Montreal, non sapendo, che il Brasile aveva rappresentato, per noi del “un piede dentro e un piede fuori”, il contentino che sarebbe poi proseguito a luglio con il Match des Seniores, ma non con i Giochi Olimpici.

Ad oggi sono passati 40 anni da allora, e questo ricordo indelebile vada da una parte come augurio a tutta la nazionale italiana a Rio de Janeiro, dall'altra per ricordare Bebo Carando e Ciccio Baima Poma che oggi non ci sono più, ma che avevano fatto della trasferta brasiliana, con il loro contributo in barca e con la loro amicizia, un'esperienza indimenticabile. Maurizio Ustolin assieme agli altri canottieri “brasiliani”. Per chi vuole immergersi nelle atmosfere remiere brasiliane degli anni '70 basta vedere il video del 1976 di tutti gli sport della Copa Latina e dal minuto 11'28" al minuto 13'05" è possibile vedere alcune gare.


Maurizio Ustolin

 
   

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