Tra Assoluti e Master...La mia Olimpiade con Antonella Corazza


ROMA, 30 giugno 2016 - E’ una tra le pioniere olimpiche del canottaggio femminile italiano. Con Paola Grizzetti, Donata Minorati, Raffaella Memo e Alessandra Borio, e la timoniera Roberta Del Core, ha colorato di rosa l’azzurro remiero ai Giochi Olimpici per la prima volta nella storia. Era l’Olimpiade di Los Angeles, sul Lake Casitas, nel 1984. 32 anni dopo, continua orgogliosa a fare ciò che ha sempre amato, il canottaggio, al punto che domenica scorsa a Ravenna ha colto l’ennesima medaglia della carriera, l’argento sul quattro senza della SC Corgeno ai Campionati Italiani Senior. A cinquantuno anni compiuti è un esempio di dedizione, passione e tenacia. Antonella Corazza è la protagonista di questa puntata de La mia Olimpiade che si pone giusto a metà tra i campionati italiani assoluti e quelli master che si svolgeranno nel week end sul bacino della Standiana a Ravenna. La sua Olimpiade, come già detto, fu Los Angeles ’84. Tutti ricordano l’oggi andato in soffitta 'quattro di coppia con' che arrivò sesto in finale, ma pochi rimembrano che quei Giochi, Antonella, li iniziò sul singolo: “In Coppa Europa – esordisce la portacolori della SC Corgeno – arrivai seconda a tre secondi dalla singolista che l’anno prima ai Mondiali aveva colto il bronzo, e da lì partì tutto. La singolista ufficiale sulla strada di Los Angeles era Raffaella Memo, poi dopo Lucerna ci invertirono e io proseguii sul singolo. 

Facemmo quindici giorni di raduno sul Rotsee, il quadruplo con, io e il nostro allenatore Franco Parnigotto. Già in quel periodo di collegiale Paola Grizzetti iniziava ad aver problemi fisici, però tutti pensavamo che fosse solo una questione di stress e questi vennero forse sottovalutati. Sul Casitas iniziai i Giochi in singolo, feci la prima batteria e, come il quattro di coppia con, non passai e dovevo fare i recuperi. Paola però non ce la faceva e così il direttore tecnico di allora, Thor Nielsen, mi mise a capovoga del quattro. Una scelta che allora feci fatica a condividere, ma che poi ho capito: non era giusto, per far continuare la mia strada, lasciare a piedi altre tre atlete più una timoniera che da quattro anni lavoravano in funzione di quella manifestazione. Ricordo che entrare in finale fu un’impresa, anche perché loro facevano fatica a seguirmi, dopo due mesi in singolo avevo un ritmo completamente diverso…”. I primi due equipaggi femminili nella storia del canottaggio italiano ai Giochi Olimpici. Antonella e compagne stavano facendo la storia, ma non se ne accorsero pienamente. “Eravamo tutte giovanissime, avevamo 19 anni e non avevamo la consapevolezza di quanto importante fosse tutto quello che stavamo attraversando, anche se non fu una partecipazione casuale: la Federazione impostò un quadriennio intero su di noi, facemmo tre anni di college insieme, ci conoscevamo benissimo, con quella presenza a Los Angeles coronammo un progetto nel quale Nielsen credeva moltissimo e che volle fortemente”.

Oggi cinquantenne Antonella continua a gareggiare in Italia ad alto livello. E’ ancora un’atleta, e non si sente inadeguata nel ruolo di chioccia di atlete ben più giovani: “Ci vuole umiltà e semplicità, concetti che cerco di immettere nelle ragazze che abbiamo in società al Corgeno. E poi ci vuole una grande passione per sopportare i duri allenamenti che questo sport impone. A volte in giro per i campi di regata mi sento dare della nonna, ma se da nonna riesco a fare ciò che ancora faccio oggi, a me sta benissimo essere appellata in questo modo. Domenica agli Assoluti di Ravenna dopo la finale del quattro senza una ragazza del GS Cavallini (terze nell’occasione dietro SC Lario e la stessa SC Corgeno di Antonella, ndr), dopo essersi accertata chi ero, mi ha chiesto perché ho ripreso a remare dopo anni e mi ha detto che mi ammira per quanto faccio ancora oggi. Un’affermazione che è valsa più di una medaglia per me, perché vuol dire che ciò che faccio ha un che di fantastico. E’ tutto merito della testa, che è la mia forza. Su di me negli anni in cui ho ripreso sono girate tante voci, che mi dopavo ad esempio… Ho fatto sempre i controlli e sono risultata negativa in tutte le occasioni. La testa è l’unico motore per fare ciò che ancora oggi riesco a fare”. Archiviato l’argento Senior, Antonella torna a Ravenna questo weekend per i Campionati Italiani Master. Una manifestazione che gli si addice per età, ma non per impegno forse: “E’ tutta un’altra cosa, è divertimento puro. Mi prendo anche i rimbrotti dei Master che mi dicono che faccio allenamenti da Senior e che non potrei gareggiare (ride, ndr). Ripeto, è divertente, tant’è che oltre al singolo faccio il quattro di coppia con altre due ragazze e una signora di Roma di 60 anni, desideravamo tanto fare una barca insieme e la faremo, per divertirci”.

Quasi 40 anni di canottaggio femminile vissuti ad alto livello. Antonella, in Italia è stato fatto quel salto di qualità che ci si aspettava quando tu, Paola, Donata, Raffaella, Alessandra e Roberta partiste per Los Angeles, o ancora c’è da fare? “Si può fare di più, assolutamente. Fare movimento è fondamentale. Josy Verdonkschot, per quanti errori possa aver commesso, aveva coinvolto molte atlete, cercando di far crescere il canottaggio femminile. Ma anche quello non basta. Porto l’esempio del Canada, che vedo allenarsi qui a Corgeno. Ogni equipaggio femminile ha il suo allenatore, c’è un preparatore atletico per ogni settore, un nutrizionista e un direttore tecnico, persino la timoniera dell’otto è un’allenatrice (la leggendaria Lesley Thompson-Willie, 57 anni e sette Olimpiadi disputate – a Rio de Janeiro 2016 toccherà quota otto –  con la vittoria di un oro a Barcellona 1992 nell’otto, tre argenti a Los Angeles 1984 nel quattro con femminile, Atlanta 1996 e Londra 2012 nell’otto, e un bronzo a Sydney 2000 nell’otto, ndr). Non esistono differenze di trattamento, ed è un qualcosa che a noi oggi manca, insieme naturalmente ad una cultura sportiva che nei paesi anglosassoni e non solo porta tante ragazze alla pratica del canottaggio già da giovanissime a scuola e nelle università, mentre da noi questo non accade e, laddove invece succede, si prediligono solo sport come la ginnastica artistica o la pallavolo. Lavorare con le donne è difficile, lo vedo anche nella mia società, dove abbiamo tre allenatori giovanili che fanno fatica a seguire le donne, che magari sono più esigenti ma con le quali non bisogna usare un metro diverso rispetto ai maschi. Spesso se una ragazza si lamenta della fatica o della durezza di un allenamento viene fatta riposare, e invece bisognerebbe insistere secondo me. Basterebbe prepararle. Credo che manchi la figura di un educatore. Aiuterebbe le ragazze e tutti quegli allenatori che dovrebbero lavorarci assieme per farle crescere nel canottaggio. Ma il trattamento deve essere uniforme con quello per gli uomini”. 

 

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