La mia Olimpiade: Raffaello Leonardo


ROMA, 09 maggio 2016 - Per le nuove generazioni è la calda voce che racconta le gare nazionali e internazionali nelle telecronache remiere sulle emittenti Rai. Per chi invece il canottaggio lo mastica bene da anni, è quello straordinario atleta capace di mettere in fila cinque partecipazioni olimpiche, addirittura la prima ad appena 19 anni e senza avere ancora in carriera una partecipazione a un Mondiale Assoluto, conquistando tre finali e raggiungendo il sogno della vita al quarto assalto, Atene 2004, bronzo in quattro senza. Raffaello Leonardo, protagonista di questo episodio de La mia Olimpiade, è uno degli atleti agonisticamente più longevi della storia remiera azzurra, e questo suo personalissimo viaggio non può che partire da ciò che ruota intorno alla medaglia dell’Olimpiade greca. “Nel 2002 con i due Mornati, Carlo e Niccolò, e Lorenzo Carboncini iniziammo una marcia che partì con il piede giusto, il bronzo iridato, poi però nel 2003 al Mondiale la prestazione fu sottotono, e così ci rimettemmo nelle mani del Direttore Tecnico. La nuova formazione aveva a bordo oltre a me Mario Palmisano, ancora Carboncini e Dario Dentale, con cui quell’anno formavo un due senza molto veloce, tant’è che alla Combinata Tris, come si chiamava la TRio allora, battemmo anche Dario Lari e Giuseppe De Vita, che nel 2004 vinsero a Lucerna.

Giravamo in continuazione, e a forza di farlo trovammo la quadra nella formazione che poi andò ad Atene. Capii subito che la barca avrebbe potuto far bene, e non ritengo quella medaglia di bronzo una sorpresa. Io e Dentale nello specifico avevamo fatto un quadriennio di grandi sacrifici, e fu proprio nel 2004 che io facevo tutti i miei record nei test al remoergometro, sulla corsa… Non avevo dubbi che potevamo far bene”. Cinque Olimpiadi disputate, e potevano essere sei, "però nella marcia di avvicinamento a Londra la direzione tecnica dell’epoca aveva una gestione diametralmente opposta a quella che era la mia idea, e così alle soglie dei 40 anni, con due figli, era il momento di fare delle scelte, e mi sono chiamato fuori”. Delle cinque, ognuna ha il suo sapore, e il suo ricordo dolce o amaro che sia. “A Barcellona ’92 sull’otto mancammo la finale per pochi decimi, e ricordo che Giovanni Suarez, che era alla terza Olimpiade e sapeva che sarebbe stata l’ultima, scese dalla barca e si mise a piangere sul pontile. Per me era quasi inconcepibile una reazione del genere, non capivo realmente la sua sofferenza tanto ero accecato dalla bellezza dei Giochi Olimpici. Ad Atlanta ’96 invece, reduce da due titoli iridati consecutivi con quel quattro senza che tutti in Italia conoscono (con lui Carlo Mornati, Riccardo Dei Rossi e Valter Molea), piansi io dopo il sesto posto in finale, e penso di aver pianto per i tre mesi successivi.

Purtroppo quattro anni dopo a Sydney non ero su quella barca, ma il quarto posto sull’otto fu un’impresa, e poi si arriva ad Atene 2004, una soddisfazione mia personale, una medaglia che sento molto anche perché i ragazzi seguivano me. Il due senza con Giuseppe De Vita a Pechino 2008 invece è stata, al di là del risultato finale, un’esperienza molto romantica, perché ci qualificammo all’ultima chance, gareggiando da equipaggio societario. Un’altra soddisfazione personale”. Della medaglia di Atene, Raffaello ci ha detto, così come abbiamo accarezzato anche le altre quattro partecipazioni olimpiche. Inevitabile non parlare di Atlanta 1996 e di quel quattro senza che dopo i due titoli iridati consecutivi a Indianapolis ’94 e Tampere ’95 venne ribattezzato una magnifique machine, e dal quale ci si attendeva fuoco e fiamme nell’edizione americana dei Giochi. E invece arrivò un deludente sesto posto, che Raffaello Leonardo, a vent’anni di distanza, spiega così: “Ci furono alcuni fattori che remarono contro, come la logistica. Stavamo al Villaggio Olimpico, molto distante dal campo di gara, addirittura il leggendario Steve Redgrave disse che lui lì non ci sarebbe stato perché era troppo scomodo per i canottieri, e cambiò alloggio.

Non per niente, Redgrave vinse quella Olimpiade in due senza e fu l’unico oro di tutta la spedizione britannica ad Atlanta, nonché una delle due sole medaglie inglesi nel canottaggio (l’altra fu il bronzo nel quattro senza, ndr). Ci volevano due ore di viaggio quasi per arrivare al lago, faceva un caldo pazzesco e questa cosa ci mise addosso molta tensione, e arrivammo alle gare scarichi. Mi sento di dire che in tutt’altro contesto, sarebbe andata diversamente”. Oggi Leonardo, Lello per chi lo conosce bene, è l’apprezzato commentatore tecnico della Rai per il canottaggio. “Lo faccio per divertirmi, è bello perché dopo tutti questi anni mi accorgo che è comunque un mondo che cambia sempre. Ho vissuto tanti cambiamenti nel canottaggio, dalle pale a macon ai big blade, dal legno al carbonio, dagli allenamenti di solo fondo a programmi più strutturati, e ancora oggi è in evoluzione. Mi piace restare nel canottaggio con questo ruolo, ai margini. Non ci si vive, e per questo è un buon modo per continuare a stare in un habitat che ho vissuto per tutta la vita”.

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