La mia Olimpiade: Simone Raineri


ROMA, 25 aprile 2016 - Conclusi i primi appuntamenti internazionali, peraltro casalinghi, di Piediluco, Varese e Gavirate, torniamo con la rubrica "La mia Olimpiade" sviluppata dall'Ufficio Stampa e tenuta da Niccolò Bagnoli. Oggi il tema della Rubrica è la mitica cavalcata del quattro di coppia azzurro a Sydney 2000, lontana ormai 16 anni, ma ancora ben impressa nella memoria di tutti gli appassionati come fosse allora. “Sydney è stata un’emozione fortissima, il coronamento di un sogno. Perché vincere l’Olimpiade, credo, rappresenta il sogno di ogni sportivo”. A parlare è Simone Raineri, atleta delle Fiamme Gialle e frequentatore del Corso di Perfezionamento per Sovrintendenti, 39 anni oggi mentre all’epoca, appena ventitreenne, straordinario condottiero di Rossano Galtarossa, Alessio Sartori e Agostino Abbagnale, ovvero i Cavalieri delle Acque che stracciarono, ai Giochi Olimpici di Sydney 2000, qualsiasi concorrenza, regalando all’Italia l’oro nel quattro di coppia.

“Fu una grande felicità – ricorda ancora Raineri – io ero il più giovane e per me già far parte di quella squadra era un successo, perché si trattava di un gruppo molto forte. C’era da scannarsi per salire in barca, e la riprova della potenza del gruppo di allora sta nei risultati di Sydney, dove ad esempio l’otto, che fece una grandissima gara fino a sfiorare la medaglia, era formato da tanti atleti della coppia…”. Ovviamente un’Olimpiade non è solo agonismo, ma è un’esperienza a 360 gradi, ricorda ancora Simone: “Era tutto così irreale, le sensazioni, l’atmosfera… Forse perché eravamo dall’altra parte del Mondo. Ricordo il Villaggio Olimpico, anche se lo vivemmo poco, e il grande calore della gente. In Australia ci sono molti italiani, e non appena ci vedevano in giro con la tuta della Nazionale ci fermavano, ci offrivano il caffè. E’ il bello dell’Olimpiade. E’ l’unico momento in cui un atleta di uno sport minore vive da star. Sei una stella per 15 giorni, poi torni con i piedi per terra (ride, ndr). Forse è per questo, perché non viviamo la celebrità quotidianamente, che viviamo più intensamente quei momenti rispetto a come potrebbe viverli ad esempio un calciatore”.

Ovviamente, al di là dei momenti liberi, ciò che Raineri ricorda meglio, e più volentieri, è la cavalcata verso l’oro olimpico: “Avvertivo una grande responsabilità nei miei confronti, ero il capovoga del quadruplo, il fiore all’occhiello della spedizione azzurra, non potevo permettermi alcuno sbaglio. Insomma, non potevo far perdere Abbagnale… Avevamo vinto a Lucerna in Coppa del Mondo, eravamo l’equipaggio da battere e se solo avessimo chiuso al secondo posto, sarebbe stato un fallimento. Però andò tutto per il meglio, ero tranquillo. Addirittura noleggiai una macchina e andai a farmi un giro, una cosa che oggi sarebbe impossibile! E poi mi rilassavo passeggiando lungo un fiume dove avevamo svolto degli allenamenti nel periodo preolimpico, ne approfittavo per telefonare a casa. Mi sentivo a mio agio, e questo indubbiamente ha aiutato”.

Accanto all’oro di Sydney, nella bacheca di Raineri spicca anche l’argento a cinque cerchi conquistato otto anni dopo a Pechino. “Venivamo da una brutta esperienza, quella di Atene 2004, e a Pechino arrivammo al top della forma e del nostro potenziale, con Andrea Coppola lavorammo benissimo nei due anni precedenti, eravamo motivati e determinati. E quell’argento è stato il massimo che potevamo fare. La Polonia l’avevamo battuta in Coppa del Mondo, ma si vedeva che lì loro vi arrivarono in pieno carico. A Pechino fu un’altra storia. Certo noi eravamo preparati, e ci provammo, partendo forte. Poi però capii che loro erano più forti e che forzando avremmo rischiato anche gli altri gradini del podio a favore di Francia, Australia e Stati Uniti. Diciamo che impostai la gara consapevole della supremazia del principale avversario, e così dopo 1000 metri controllammo, e infatti l’argento non è un rimpianto, lo cercammo. Riscattammo in quel modo una deludente Atene, ricordo che eravamo un bell’equipaggio, molto affiatato”.

Già, Atene. Con Londra 2012, il contraltare negativo della storia olimpica di Simone Raineri, che racconta a riguardo: “Atene fu gestita male, è stata un’Olimpiade sfortunata. Io patii una frattura da stress alle costole, Simone Venier prese la salmonellosi. Peccato perché eravamo una squadra forte, che però vinse poco. Anche nel 2012 avevamo un bel potenziale, ma anche Londra andò male. Succede, non sempre puoi arrivare in forma ad un evento, speri sempre che non succeda a te, ma può capitare e nel 2012 semplicemente andò così”. Il canottaggio è ancora al centro della vita del portacolori delle Fiamme Gialle, che però sta facendo anche altre esperienze sportive: “Ho corso la Maratona di Roma poche settimane fa, ho chiuso in 3h 23’, un grande risultato vista la zavorra dei miei 95 chili da portare appresso! E’ stata una nuova sfida con me stesso, decisa appena un mese e mezzo prima su spinta di un amico, il presidente della mia società, la Canottieri Eridanea, che di maratone è esperto. Avevo bisogno di nuovi stimoli e li ho trovati. A Roma poi corri nella storia, è affascinante, viaggi con la mente. Una manifestazione anche molto ben organizzata”.

Il podismo potrebbe essere dunque il futuro di Simone Raineri, che però ha ancora un presente chiamato canottaggio: “A giugno farò i campionati italiani, poi vedremo. Voglio fare il corso di 2° livello per allenatori, mi piace allenare ed è una cosa che potrebbe interessarmi. Nel frattempo sono diventato anche consigliere della mia società d’origine, l’Eridanea. Non nascondo che farei fatica a stare lontano dal mondo dello sport. Dovrò fare delle scelte, devo dire che ho già una proposta per allenare, vedremo. Mi piacerebbe anche collaborare con la Federazione, se ci dovesse essere un’occasione. Io non chiedo niente, se qualcuno ritiene di voler investire su un prodotto del canottaggio italiano, io ci sono. Devo capire ancora molte cose, di certo mi sento ancora un atleta delle Fiamme Gialle, non un finanziere in divisa”.

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