La mia Olimpiade: Primo Baran


ROMA, 01 marzo 2016 - Con questa prima intervista inizia oggi un percorso che vedrà la pubblicazione di una serie di dialoghi dedicati agli olimpionici che hanno contribuito a fare la storia del canottaggio italiano. Con questa iniziativa è intenzione di canottaggio.org ricordare i protagonisti che, riposti i remi nella rastrelliera, continuano a calcare le scene del canottaggio italiano, oppure hanno lasciato l'ambiente remiero per dedicarsi alla loro professione. Lo spirito di questo lavoro è solo quello di riportare alla memoria l'atleta, l'uomo, il personaggio, insomma il canottiere che non ha mai riposto nel cassetto i propri ricordi remieri, ma allo stesso tempo non ne è rimasto imprigionato. Iniziamo questo percorso che ci accompagnerà fino alla vigilia dei Giochi di Rio de Janeiro con Primo Baran. Buona lettura!

Alle soglie dei 73 anni è uno dei grandi "vecchi" del canottaggio italiano. Un uomo tutto d’un pezzo, che potrebbe squadrare il mondo remiero nazionale dall’alto in basso comodamente seduto sul suo ricco palmares – un oro olimpico, un oro, due argenti e un bronzo ai Mondiali – e che invece sui campi di gara, dov’è presente come allenatore della Canottieri Sile di Treviso, rimane uno dei personaggi più simpatici e alla mano, sempre sorridente e soprattutto disponibile. Tra l’epoca d’oro del pre e del dopo guerra e quella dei successi dei fratelli Abbagnale, c’è il suo due con: Baran, Sambo, timoniere Cipolla. Baransambotimonierecipolla, da quarant’anni la filastrocca preferita di ogni appassionato italiano di canottaggio che si rispetti. Primo Baran, campione olimpico a Città del Messico nel 1968, ci racconta la sua Olimpiade.

“Non è semplice raccontare un’esperienza simile, perché da sempre l’Olimpiade è un qualcosa di particolare. Non possiamo fare neppure paragoni con oggi, perché all’epoca non c’era il sistema odierno di qualificazione, bensì dovevamo rispettare la tabella federale dei tempi. I tecnici di allora ci chiesero di farlo entro i Campionati Italiani che precedevano i Giochi, ma noi eravamo già pronti, da tempo in Italia nel due con eravamo l’armo da battere, a Lucerna arrivammo secondi al fotofinish ed eravamo competitivi. Insomma se non mandavano noi, chi dovevano mandare?”. Mexico City 1968, sul lago Xochimilco, è forse l’unica edizione dei Giochi Olimpici a cui può essere paragonata quella alle porte, Rio de Janeiro. In attesa di toccare con mano l’Olimpiade brasiliana, Primo ci regala i suoi ricordi di quella messicana.

“Conoscevo già la città e il campo di regata perché nel ’67 vi facemmo la preolimpica, ma era la mia prima Olimpiade, per cui non avevo termini di paragone; però ricordo una grande accoglienza, disponibilità totale, roba d’altri tempi! Se stavamo fermi ad una fermata del bus in attesa che passasse il mezzo, capitava che si fermava un auto, e dopo averci riconosciuto come atleti ci chiedevano dove dovevamo andare, ci caricavano su, giravano la macchina e ci portavano dove saremmo andati proprio col bus. Addirittura ricordo che per sdebitarci dei passaggi e del farci da guida nelle rovine Maya che andavamo a visitare, regalavamo loro i biscotti e le bibite che il CONI aveva spedito in Messico come fornitura, ma loro non bevevano né mangiavano niente: conservavano tutto perché per loro erano dei souvenir”.

Sono passati 48 anni dai Giochi di Città del Messico, ma in Primo Baran i ricordi sono nitidi. “Ricordo la difficoltà nel gareggiare ben al di sopra dei 2000 metri, in condizioni che da noi erano impensabili. A quell’altezza da noi c’è poco o niente, lì c’è una metropoli d’alta montagna, che condita dalle rovine della civiltà dei Maya e dalla loro tradizione ti lascia un’immagine impressionante. Positiva naturalmente, e sono convinto che sarà la stessa impressione che Rio lascerà ai nostri atleti quest’anno”.

Già, Rio. Manca sempre meno, e Primo, come ogni tifoso azzurro che si rispetti, guarda all’Olimpiade brasiliana con buoni auspici, fornendo però, da grande atleta e allenatore, la propria ricetta: “Spero naturalmente che l’Italia vinca più medaglie possibili, ma occorre fame. Alle Olimpiadi vince chi ha più fame, e chi incappa nella giornata migliore della sua carriera, in cui tutti i fattori quadrano in uno stato di forma ottimale. Non vince semplicemente chi è il più forte, vince chi è più pronto fisicamente e di testa per andare a vincere”.

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