L’Africa che bussa alla porta


PIEDILUCO, 12 aprile 2015 - Rachel Davis è l’allenatrice della squadra nazionale dello Zimbabwe al Memorial d’Aloja: il suo incarico è quello di Direttore Tecnico e collaboratrice della Federazione Internazionale Canottaggio per lo sviluppo di questo sport. Qual è il futuro del canottaggio africano? “In Africa ci sono grandi potenzialità umane nel senso fisico del termine, ma bisogna farle sviluppare. Ci sono buoni parametri antropometrici: sono alti, sono forti e quindi potenzialmente ottimi canottieri”. In questo ambito cosa significa partecipare al Training Camp di Piediluco? “E’ importante perché vediamo i livelli tecnici, le disposizioni degli allenatori, gli equipaggiamenti che si utilizzano e soprattutto ci si confronta con altri atleti, con particolare riferimento a coloro che praticano questa disciplina a livello di vertice. Questi aspetti sono molto importanti per lo sviluppo delle attività remiere in Zimbabwe”.

È la prima volta che partecipa al Camp di Piediluco? “No questa è la quarta volta”. Ha trovato miglioramenti nei suoi atleti dopo queste esperienze? “L’importanza di questi raduni non è tanto il progresso che puoi avere durante una settimana, perché il tempo è ristretto, ma questi campi di allenamento ti danno preziose indicazioni per continuare il lavoro una volta tornati a casa. Queste iniziative proposte dalla FISA sono fondamentali per paesi come lo Zimbabwe: non è la stessa cosa mandare all’estero atleti in maniera isolata, partecipare ad un raduno collegiale ci sono stimoli maggiori”. Quali sono le difficoltà maggiori a praticare il canottaggio nello Zimbabwe? “Sono soprattutto tre: presenza di allenatori preparati, equipaggiamento e materiale tecnico specifico, atleti da far progredire. Un’altra difficoltà, tipicamente africana, è la presenza di coccodrilli nel bacino di allenamento. Ci sono anche elefanti che attraversano lo specchio d’acqua, ma questi sono meno pericolosi, basta evitarli”.

In caso di rovesciamento delle imbarcazioni ci sono istruzioni precise che l’atleta deve seguire? “In primo luogo non deve avvicinarsi alla riva perché generalmente è infestata da questi animali, in secondo luogo non bisogna stare attaccati all’imbarcazione per non divenire facile bersaglio di questi sauri, ma occorre cercare di prendere il largo ed attendere l’imbarcazione di soccorso e l’aiuto della carabina del cacciatore addetto alla sicurezza. Un altro aspetto importante è che in Africa non esiste una tradizione remiera a parte il Sudafrica con la sua storia anglosassone. Occorre elevare il livello culturale per far crescere il canottaggio: l’idea stessa di remare deve essere creata. Non ci sono modelli pregressi che possono fare da traino alle giovani leve”.

Potrebbe essere una domanda stupida, ma tra quanto tempo potrà essere pronto un equipaggio per conquistare un alloro olimpico? “Abbiamo già partecipato ai Giochi Olimpici, ma un conto è partecipare ed un altro è entrare nel podio. È una risposta difficile perché se il prossimo anno avessi l’atleta potenzialmente giusto potrei già rispondere. In questo momento ho un solo candidato: un’atleta che ha già partecipato ai Giochi arrivando a vincere la finale C, però fare previsioni è veramente difficile. Noi stiamo creando una tradizione che manca e stiamo cercando atleti di talento. Uno sport in cui si prevede l’uso di una palla come il calcio, la pallavolo, che costa poco, riesci ad allenare contemporaneamente anche trenta persone, per il canottaggio occorrono investimenti molto importanti in attrezzature, barche e tecnici. In un paese povero è davvero molto difficile trovare queste cose. In tutta l’Africa, con l’aiuto della FISA ed anche nazioni come l’Italia, che è direttamente coinvolta in questo programma di aiuti, si possono sviluppare sinergie che nel tempo porteranno ad affermare il canottaggio in questo continente. A questo va aggiunta anche la partecipazione al progetto di soggetti privati come il cantiere Filippi con la fornitura di materiali gratuiti”.

Quali condizioni ha trovato qui a Piediluco in occasione del Memorial? “In questa occasione del Memorial il soggiorno è stato finanziato dal Comitato Organizzatore di questa regata con il coinvolgimento delle amministrazioni locali della Regione Umbra. Inoltre in questi Training Camp si creano delle relazioni di amicizia che risultano particolarmente utili. Se ho bisogno dell’aiuto di un allenatore, di un attrezzo, di un medico so di poter contare sul supporto di molte persone in totale normalità. Tutto questo crea la possibilità di crescere. Oltretutto questi rapporti danno fiducia per affrontare il futuro ed andare avanti. Penso che poche discipline sportive presentino queste caratteristiche: il canottaggio è portatore di una cultura collaborativa davvero unica. In tanti altri sport non esiste dare la mano ad un allenatore avversario, nel mondo remiero, invece, ci sentiamo in famiglia”.

 

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