Conferenza Allenatori - Elena Oroseanu: spero che la passione
 ritrovata non mi abbandoni più


TERNI, 01 dicembre 2013 - Quella di Elena Oroseanu è senza dubbio una vita profondamente segnata dall’esperienza del canottaggio, sia positivamente che negativamente. Un percorso che, a dispetto delle difficoltà, alla fine l’ha ricondotta tra le braccia del suo amato sport: “Il canottaggio in un certo senso mi si è presentato come una sfida – Spiega Elena – Mio fratello, che ha tre anni e mezzo più di me, venne selezionato a scuola per fare canottaggio. A casa mi raccontava sempre le sue attività in barca, sul fiume, mi diceva del gruppo di amici che aveva conosciuto. La cosa mi incuriosiva tantissimo Quando la prima volta espressi la volontà di remare, mi venne detto che non è uno sport per donne perché troppo pesante. Così da sola, a dodici anni, andai nell’unico circolo in città che fortunatamente offriva la possibilità di remare. E da lì incominciai”. Oggi Elena Oroseanu allena i Master ed il CAS del Circolo Canottieri Roma insieme ad un grande campione, Bruno Mascarenhas: “Sono orgogliosa di lavorare con lui” ci tiene a sottolineare Elena.
 
Hai incominciato la tua attività remiera in Romania. Quali sono le differenze del canottaggio romeno rispetto a quello italiano? “Il canottaggio è sempre uno sport molto pesante a livello fisico. A livello psicologico però, in Romania forse incide di più sugli atleti, specialmente per quello che riguarda i più giovani. I talenti infatti, sin dai primi anni di età, vengono inseriti nella squadra nazionale dei principianti. Già a tredici anni ho avuto un posto in quella compagine. Sin da quei livelli la preparazione comporta una chiusura assoluta verso il mondo esterno. Ci si allena come se si fosse in un college, lontano da casa, dai genitori, dagli affetti. È dura, soprattutto a livello emotivo, perché ci si trova senza le sicurezze che offre il nucleo familiare. Dopo un anno nella squadra di principianti sono passata in nazionale Juniores. Dovevo allenarmi, conciliando gli studi. Il tutto con molto sacrificio. Io ho risentito di questo eccessivo rigore e a ventuno’anni ho sentito il bisogno di allontanarmi dal canottaggio. Volevo vivere come una persona normale. Ero già all’Università e avevo intenzione di godermela a trecentosessanta gradi. Poi però è successa una cosa: lontana dal canottaggio ero a disagio. In effetti l’unica cosa che sapevo fare bene era il canottaggio ero sicura di me in barca, sicura di quello che sapevo fare. Fuori quella sicurezza era venuta meno, nonostante non mi mancasse niente. Volevo tornare a provare quelle emozioni forti che solo il canottaggio sapeva darmi. Scelsi quindi di fare un viaggio in Italia, da mio zio. Mi trovai bene e restai. In Italia pian piano mi sono rifatta una vita e mi sono trovata a vivere un binomio di odio-amore per il canottaggio. Mi mancava ma temevo di riavvicinarmi per la fatica che comportava. Alla fine ho scelto di dedicarmi all’Indoor Rowing, sia come atleta che come insegnante. Poi, due anni e mezzo fa ho conosciuto Bruno Mascarenhas, il quale voleva rimettere in moto tante piccole cose nel settore del canottaggio del Circolo Canottieri Roma, mi ha convinto a collaborare e sono tornata nel canottaggio, non solo come allenatrice ma facendo anche qualche piccola gara. A luglio ho vinto il campionato da capovoga dell’otto”.
 
Cosa ti proponi di offrire, forte della tua esperienza, ai tuoi atleti? “Quando io remavo in Romania, ricordo che tra gli allenatori non c’era una figura femminile che ritengo, soprattutto adesso alla luce della mia esperienza, fondamentale per i ragazzi di quell’età. Spesso i bambini sono fragili e spesso gli adulti non li comprendono. Pongono divieti senza neanche ascoltarli. La cosa che mi ha colpito tantissimo è che nessuno li ascolta, li fa confidare, esprimere i loro problemi. Loro hanno i loro difficoltà a tredici anni e queste molte volte sono sottovalutate dagli adulti. Il problema dell’amico con cui ha litigato o della fidanzatina che ha baciato un altro. E questi problemi li portano in allenamento. E siccome non li possono esprimere a nessun adulto, io mi sono trovata più di una volta ad avere delle confidenze che il genitore non ha avuto. Per me questo è importantissimo. Forte della mia esperienza credo di essere predisposta all’ascolto dei ragazzi, proprio perché ho capito quanto possa essere difficile non avere nessuno che ti ascolta. Soprattutto cerco di non punirli, do ampio spazio al dialogo con loro e credo che questo approccio offra molti più risultati rispetto a metodi più duri. La punizione viene data con troppa facilità e io credo che non funzioni perché stimola la testardaggine dell’adolescente. Col dialogo ho anche scoperto il loro mondo, che ritrovo come il mio di quando avevo la loro età”. Cosa auspichi per il tuo futuro? “L’unica cosa che mi auguro è che la passione che ho ritrovato poco tempo fa non mi abbandoni più e eventi come questa Conferenza contribuiscono certamente a rafforzarla”.

 

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