Luca Agamennoni, L'uomo... dell'ultimo momento!

di Stefano Lo Cicero Vaina
 

ROMA, 26 maggio 2011 - «Nel 2001 mi sono tolto la nomea di “freno a mano” e oggi ho la fama opposta». Sì, perché quella medaglia d’argento mondiale vinta in “quattro con” ha fatto di Luca Agamennoni un atleta diverso, trasformandolo nella marcia in più che ogni barca, di coppia e di punta, vorrebbe avere. Nel 2003, a Milano, qualifica il quattro di coppia per le Olimpiadi, ma l’anno dopo, ad Atene, va in quattro senza. E con la sorpresa di tutti conquista un bronzo che ha il sapore dell’oro. L’anno dopo arriva il bronzo mondiale in due senza, poi, nel 2006, l’argento in otto, e nel 2008 l’altra medaglia olimpica: l’argento, strepitoso, in quattro di coppia a Pechino, confermata dall’argento iridato a Karapiro. Ma adesso l’obiettivo è il mondiale di Bled. Tendinite permettendo. Da alcuni mesi, un’infiammazione al braccio sinistro l’ha costretto a rallentare. E questo fine settimana, in Coppa del mondo a Monaco, gareggerà in doppio con Rossano Galtarossa.
Luca, ti può rallentare solo la tendinite…
«Purtroppo ho questo problema da alcuni mesi, quindi ho dovuto fare allenamenti specifici, cercando di non insistere sulle braccia. Poi ho gareggiato al secondo Meeting, in quattro di coppia, ma il dolore è tornato».
Infortuni a parte, Agamennoni è un nome, una garanzia. Adesso sei quasi insostituibile. Eppure avevi quel brutto appellativo…
«Sì, ma fino al 2001, poi ho iniziato a ingranare. Gli altri dicono che dopo quel momento ho cambiato il modo di ragionare. Perché nello sport non basta essere forti: quel che conta è la testa».
Che cosa serve per essere campioni?
«Non lo so, non mi sento un campione perché mi manca l’oro sia ai Mondiali che alle Olimpiadi. Per ora sono solo un partecipante a delle competizioni. So solo che mi sento bene quando arrivo in finale ai Mondiali o alle Olimpiadi, perché vuol dire che ho raggiunto il mio obiettivo. A quel punto devo dare solo il massimo senza sentire lo stress che mi pressa tutto l’anno. Del resto quando sono in barca mi trovo perfettamente a mio agio».
Parlaci della tua preparazione: sembra che inizi in sordina e poi esplodi…
«Non inizio in sordina, faccio solo quel che va fatto: mi dicono di fare una cosa? Io mi butto a capofitto. Non guardo mai le prime gare, ma sempre e solo quella finale, perché un atleta non può essere pronto per due tre gare in un anno. L’unica che conta è il mondiale, in cui va sparata la cartuccia. Il resto sono petardi… che servono solo a dimostrare che ti stai allenando bene. Gare come la Coppa del Mondo sono solo tappe».

Remi di coppia e di punta come niente fosse e con risultati eccezionali. Come fai?
«Vogo pari e di coppia provando sensazioni bellissime e molto simili: c’è grande affinità tra i due stili. Mi manca solo la voga a dispari per essere completo. C’è chi mi vorrebbe vedere vogare a destra alle Olimpiadi di Londra… Vedremo! Del resto mi hanno soprannominato anche “l’uomo culo”, cioè quello che va all’ultimo momento e prende la medaglia».

Sarà! Ma nei tuoi risultati c’è poco “culo”…
«Credo che ci sia solo tanto allenamento e voglia di fare. Per come sono fatto non esiste la fortuna, ma solo il risultato concepito come ovvia conseguenza di chi ha lavorato bene».

Eppure ci sono atleti che si allenano tanto ma al momento clou non rendono.
«Gli succede perché raccolgono solo quello che hanno seminato. Magari, quando si allenano non ascoltano il corpo, continuano anche se il corpo è sfinito e stanno sempre al 100%. Invece no, io ragiono molto e preparo le gare pensando sempre che mi troverò indietro rispetto agli avversari: del resto, il livello è talmente alto che spesso ti trovi a inseguire. E in questo approccio mi ha aiutato molto il mio allenatore Franco Cattaneo, che per me è come un padre, come il mio migliore amico. Ci fidiamo l’uno dell’altro, parliamo poco e sa quando intervenire. Forse mi conosce meglio lui che io».

A proposito dei tuoi allenamenti: hai una moglie, due figli. Stai molto lontano da loro?
«No, non potrei stare per troppo tempo lontano da loro. Per questo, mi alleno a casa, a Livorno, appoggiandomi alla Canottieri Pontedera. Non mi segue nessuno, ho solo un programma di allenamento e lo seguo. Mi alzo la mattina alle cinque, anche se a volte mi sveglio alle due: succede nei periodi in cui sono più stanco. In quei casi, per fortuna rari, mi alzo e vado ad allenarmi. Mia moglie Anna infatti mi dice che sono fulminato... Ma preferisco fare così, piuttosto che rigirarmi nel letto. Quando torno, alle cinque e mezzo torno e crollo nel letto fino alle 10, ma solo perché i bambini me lo permettono».

Essere un atleta come te vuol dire fare sacrifici immensi. Come vivi il rapporto con la tua famiglia?
«Purtroppo, quando mi preparo per un obiettivo importante, la famiglia passa in secondo piano. È successo nel 2004 e nel 2008. E succederà anche nel 2012».

Restiamo in famiglia… Parlaci di questi due piccoli Agamennoni.
«Si chiamano Achille e Aronne, due nomi particolari che abbiamo scelto legandoli al cognome. Non volevamo nomi comuni, dovevano essere diversi... come me: stravaganti, che tirano fuori la sorpresa dal cappello. Del resto, provo a farlo sempre in gara».

Hai un sogno nel cassetto?
«Intanto non considero Londra l’ultimo obiettivo, non intendo fermarmi nel 2012. Il mio più grande obiettivo, oltre all’oro olimpico, è partecipare ai Giochi in singolo e vincere. Una volta scherzando Giuseppe La Mura (ex commissario tecnico della Nazionale, ndr) mi disse: “Forse un giorno vincerai le Olimpiadi del 2020 in singolo”. Le sue parole mi sono rimaste impresse e sono diventate il mio obiettivo. Mi manca solo qualcuno che mi insegni a far camminare il singolo: ho imparato a remare, a vincere, a essere pronto psicologicamente. Quindi, posso imparare a fare anche questo».


Nelle immagini: Luca Agamennoni; Luca con la medaglia di bronzo a Atene 2004; Luca argento a Pechino 2008; il 4 di coppia azzurro con Raineri, Stefanini, Venier e Agamennoni a Karapiro 2010.

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