Sportello FIC: risposte a quesiti legali

 

E’ in piena attività lo sportello FIC, numerose le domande che pervengono alle relative caselle di posta elettronica alle quali seguono le risposte dei nostri esperti.
In questo caso, vogliamo evidenziare quesiti di carattere legale di interesse comune: le procedure amministrative nelle associazioni sportive, le responsabilità del presidente per l’attività Master, le responsabilità di dirigenti e allenatori, i certificati medici nei trasferimenti degli atleti. Potrete ritrovare queste indicazioni on-line nell’area Sportello.

 

Tesseramento di atleta in possesso di doppia cittadinanza comunitaria
Obblighi di accompagnamento in capo ai dirigenti sportivi di una società in caso di trasferta che coinvolga atleti minorenni
Responsabilità dei dirigenti nelle A.S.D.
Responsabilità del direttore sportivo nelle A.S.D.
Responsabilità in caso di infortunio di atleta ospite in altra Associazione
Chiarimenti dal Ministero del Lavoro sui collaboratori delle Associazioni Sportive
Le procedure amministrative nelle Associazioni Sportive
Le responsabilità del Presidente per l’attività’ Master
Le responsabilità di Dirigenti e Tecnici
Certificati medici nei trasferimenti degli atleti




 
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LE PROCEDURE AMMINISTRATIVE NELLE ASSOCIAZIONI SPORTIVE

Buongiorno, sono il Segretario della Società Canottieri X e vorrei farvi alcune domande, e precisamente: la redazione del verbale delle sedute del Consiglio Direttivo spetta, a norma del nostro Statuto, al Segretario. La prassi finora tenuta è quella di sottoscriverlo assieme al Presidente della società. Nel caso lo stesso Presidente non volesse firmarlo, è da ritenersi comunque valido nei confronti dei Soci? Può essere comunque consegnato, in visione, ai Soci che lo richiedessero ed eventualmente essere da loro impugnato in Assemblea?

Per il principio di trasparenza ritengo doveroso riportare analiticamente gli interventi, le motivazioni e le discussioni fatte durante le sedute o esiste un modello da seguire?

Può il Presidente imporre un modello di verbale restrittivo nel quale non vengano riportati gli interventi, le discussioni e le motivazioni espresse dai presenti?

Se un membro del C.D. fa un intervento, e chiede che lo stesso venga messo a verbale, può il Presidente impedire che ciò avvenga? Essendo la nostra una Società non riconosciuta e non avendo quindi personalità giuridica, mi chiedo se la responsabilità solidale ricade comunque su tutti i membri del C.D. anche se un componente è  contrario alle deliberazioni della maggioranza, in particolar maniera nelle deliberazioni per impegni finanziari. Esiste un modello di bilancio al quale far riferimento nella rendicontazione annuale delle entrate e delle uscite?

Nel caso in cui di propria iniziativa, alcuni membri del C.D. assumessero impegni finanziari per conto della Società (senza che vi sia stata una regolare deliberazione da parte del C.D), quale responsabilità ricade su loro e quale sugli altri componenti del C.D. che non hanno partecipato alla decisione? Ringrazio anticipatamente per la Vostra collaborazione.

Quesito firmato


Lei pone più quesiti a cui rispondiamo come di seguito.


1) Che il presidente sottoscriva il verbale del consiglio direttivo che istituzionalmente conduce è, più che una prassi, la doverosa assunzione, in prima persona, della responsabilità “politica” che consegue alle decisioni che risultano dal documento.

Il fatto che il presidente non voglia firmare il verbale (per motivi che, nel caso di specie, lei non ci rende noti) può derivare, ragionevolmente, da due possibili cause. Innanzi tutto, la contestazione di quanto verbalizzato dal segretario perché non fedele al corso ed agli esiti del consiglio. In questo caso, se non si dovesse ricomporre il contrasto, in sede di approvazione del verbale nel corso del successivo consiglio, il presidente potrà dare atto del suo dissenso. A quel punto, il documento verrà reso noto ai soci che prenderanno atto della contrapposizione sul punto. Può trattarsi di un evento occasionale, un incidente di percorso, non particolarmente preoccupante per il buon andamento societario.

Se, invece, ed è altra causa, il contrasto fosse prettamente “politico” il Consiglio Direttivo dovrebbe prendere atto della situazione e decidere di conseguenza (sfiduciare il presidente se non eletto autonomamente; sfiduciare il consigliere segretario; dimissioni della maggioranza dei consiglieri, ecc.).

Si tratta di un contesto che non può non essere portato a conoscenza dell’assemblea dei soci, chiamata a nuove elezioni o, comunque, a discutere della difficile situazione della società.
Tuttavia, ripetiamo, non conoscendo le ragioni del dissenso si può solo rispondere secondo criteri generali. 

2) Le modalità di redazione del verbale del CD di associazione/società sportiva dilettantistica seguono le regole generali di verbalizzazione delle riunioni di ogni organo collegiale.
Quindi dovrà riportare luogo e ora d’inizio della riunione, componenti presenti ed assenti, giustificati o meno, sussistenza del numero legale, indicazione specifica degli argomenti all’ordine del giorno, esposizione sintetica ma completa degli interventi di ciascuno su ogni singolo punto in discussione; esito delle votazioni ed espressa indicazione dei componenti dissenzienti (dato molto rilevante a fini su cui oltre si tornerà); chiara indicazione delle decisioni assunte e delle conseguenti delibere; ora di chiusura della riunione ed eventuale fissazione del nuovo CD.

In breve, il verbale dovrà essere sintetico, completo, chiaro.
Ne consegue il dovere del verbalizzante di inserire ogni intervento proposto dai presenti ed ogni altro accadimento che si verifichi durante il CD, purché sia attinente agli argomenti all’ordine del giorno e, in quel momento, oggetto di discussione secondo la direzione del presidente.    

3) Problema più complesso è quello relativo alla responsabilità patrimoniale dei componenti il consiglio direttivo per obbligazioni variamente assunte dall’ente.
Come da lei correttamente rilevato, il primo discrimine si pone tra associazione riconosciuta e associazione non riconosciuta.
La personalità giuridica è attribuita – mediante la procedura del riconoscimento (DPR 361/2000) - ad un soggetto, distinto dalle persone fisiche, che diviene centro di imputazione di rapporti giuridici.

Con l’acquisto della personalità giuridica si determina, infatti, la separazione tra patrimonio dell’ente e patrimonio personale dei suoi membri i quali non risponderanno delle obbligazioni del comitato se non con quanto conferito.

Tuttavia, la procedura di riconoscimento comporta una serie di oneri, anche patrimoniali, che sono spesso incompatibili con le dimensioni e le possibilità dell’associazione dilettantistica.

L’associazione non riconosciuta non ha autonomia patrimoniale perfetta, perché priva di personalità giuridica, così che la sua responsabilità in sede civile, e più in generale economico-finanziaria, ricade su coloro che hanno agito in nome e per conto dell'associazione.

In particolare l’art. 38 del codice civile prevede che “per le obbligazioni assunte dalle persone che rappresentano l'associazione, i terzi possono far valere i loro diritti sul fondo comune. Delle obbligazioni stesse rispondono anche personalmente e solidalmente le persone che hanno agito in nome e per conto dell'associazione”.

La responsabilità personale e solidale di colui che agisce in nome e per conto dell'associazione non riconosciuta non é collegata, necessariamente, alla mera titolarità della rappresentanza dell'associazione, bensì all'attività negoziale concretamente svolta per conto di essa e risoltasi nella creazione di rapporti obbligatori fra questa e i terzi.

Il dare atto del proprio dissenso formale nel verbale che include la delibera con la quale la società ha assunto la specifica obbligazione è sufficiente ad esimere il soggetto dalla conseguente responsabilità patrimoniale, sempre che non abbia poi egli in qualche modo partecipato, di fatto, all’assunzione del debito.

4) Dal testo dell’art. 20 del codice civile si desume l’obbligatorietà della redazione del bilancio solo per le associazioni riconosciute, senza, tuttavia, che ne sia disciplinato il contenuto, la forma ed i criteri di valutazione.

Per le associazioni non riconosciute varrà quanto previsto e richiesto sul punto dallo statuto, ordinariamente riferibile alla compilazione obbligatoria quantomeno di un rendiconto economico-finanziario.

Il che comporta necessariamente la tenuta di una contabilità che può assumere la forma e le modalità ritenute più opportune in base alle caratteristiche ed alla dimensione dell’associazione e che permetta di usufruire delle agevolazioni fiscali di cui all’art. 148 T.U.I.R. (DPR 917/1986).

Restiamo a disposizione per ogni ulteriore chiarimento ed approfondimento dovesse necessitarvi.

Lo Sportello Legale

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* LE RESPONSABILITA’ DEL PRESIDENTE PER L’ATTIVITA’  MASTER

Salve, riguardo l'attività che gli atleti master (tesserati  FIC) che svolgono in modo autonomo, fuori dagli orari di allenamento della squadra agonistica, voglio chiedere se possa essere utile una loro dichiarazione per limitare le responsabilità del Presidente.  

Quesito firmato


Indubbiamente è questione delicata delimitare con precisione i limiti della responsabilità del dirigente societario.
Si tratta di verificare, caso per caso, se vi siano state omissioni, negligenze, imprudenze, ecc, nella predisposizione dell'apparato di sicurezza in cui si muovono i singoli tesserati della società.
Giustamente, quindi, ci si pone il problema degli atleti master che, solitamente, escono in orari (mattina presto e sera tardi) in cui la tua società non può garantire sorveglianza analoga a quella che ha sicuramente previsto per i giovani.  

Premettiamo che, sovente, gli organizzatori di attività sportive fanno sottoscrivere ai partecipanti dichiarazioni liberatorie per declinare ogni eventuale propria responsabilità in ordine a danni che dovessero occorrere ai soci o a terzi.

Si tratta di clausole che la giurisprudenza ritiene del tutto inefficaci, posto che la dichiarazione di esonero da responsabilità verrebbe a costituire una “esimente negoziale” rispetto alla lesione di beni per i quali l’ordinamento giuridico prevede l’assoluta indisponibilità da parte del loro stesso titolare.
Infatti, l’art. 5 del codice civile vieta gli atti di disposizione del proprio corpo quando questi importino una diminuzione permanente dell’integrità fisica.

In sostanza, la sottoscrizione della liberatoria da parte di tutti quei soggetti che usufruiscono delle attività associative è vista con sfavore da parte dell’ordinamento giuridico, poiché tali soggetti, diversi dall’associazione, così facendo rinuncerebbero alla pretesa di un impegno minimo e inderogabile di diligenza, prudenza e perizia da parte dell’associazione sportiva, nell’espletamento della sua attività e conseguentemente ad ogni tutela risarcitoria.

Tuttavia, va anche ricordato che l’art. 1229 codice civile sancisce la nullità delle clausole di esonero dalla responsabilità del debitore della prestazione (cioè la società) per dolo o colpa grave, vale a dire per gravi mancanze che si dovessero ritrovare nella gestione dell’attività societaria.

Questo premesso, riteniamo che, in un contesto di regolare sicurezza dell’attività e delle strutture della tua società, a fronte di soggetti che siano esperti della disciplina, una specifica dichiarazione possa costituire strumento idoneo ad evitare la responsabilità dei dirigenti societari.
Ovviamente, il socio dovrà essere regolarmente tesserato FIC per godere, comunque, della polizza assicurativa FIC per infortuni e responsabilità civile nei confronti dei terzi.

Qualora lo specchio d’acqua utilizzato presenti maggiori aspetti di rischio (ad esempio, lago di grandi dimensioni), riteniamo necessario che il sottoscrittore, prima dell'uscita, attesti di aver verificato concretamente le condizioni meteorologiche e dello specchio d'acqua interessato all'allenamento, dovendosi astenere qualora esse siano incompatibili con il sicuro esercizio della disciplina remiera.

Lo Sportello Legale

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LE RESPONSABILITA’ DI DIRIGENTI E TECNICI

Vorrei conoscere le responsabilità che hanno gli allenatori e i dirigenti, qualora capitasse un grave incidente ad un atleta in acqua o durante l’allenamento a terra, e le eventuali conseguenze penali.

Desidero sapere anche quali sono le regole da rispettare ed eventuali obbligatorietà come, per esempio, l’uso di salvagente, numero di atleti per allenatore, tipo di barca o altro. Per ultimo, se un atleta maggiorenne, mediante uno scritto da lui firmato, può declinare ogni responsabilità della società.

Quesito firmato


Le responsabilità dei dirigenti e degli allenatori.
A fronte delle numerose richieste, l’argomento oggetto del quesito, assai vasto, sarà, a breve, oggetto di una specifica dispensa elaborata dallo Sportello Legale e diffusa a tutte le società affiliate.
In questa sede sarà forzatamente necessaria la sintesi.

Responsabilità del dirigente
Nel caso specifico, viene in esame, nell’ambito dei vari profili di responsabilità del dirigente, quella concernente un possibile infortunio in acqua dell’atleta tesserato per la società.
Sul punto non esiste, ovviamente, una specifica sequenza di regole da osservare perché le singole realtà sono diverse e non possono ricondursi ad unità.
Cercheremo, comunque, di dare alcune indicazioni generali. 
Chi gestisce una società sportiva, una palestra, chi organizza gite in montagna, chi predispone corsi per l’avvio ad uno sport è responsabile del buon esito della sua organizzazione.

Pertanto, il tesserato della società, utente del servizio erogato, può esigere l’adempimento dell’obbligazione da parte dell’organizzatore anche quando questo servizio consista in un’attività sportiva.

Per tutte, riportiamo la seguente decisione (Trib. Genova, 4 maggio 2000) che ben esprime il principio: “la società sportiva ha l’obbligo di garantire con mezzi organizzativi idonei l’incolumità fisica degli allievi e deve, pertanto, organizzare i corsi vigilando sull’attività degli istruttori e sull’andamento delle lezioni, al fine di impedire che vengano superati i confini del rischio connaturato all’attività sportiva stessa”.

Minori cautele dovranno essere predisposte quanto più l’atleta sia maturo ed esperto, abile a destreggiarsi (anche) da solo nelle situazioni di eventuale pericolo che dovessero prospettarsi nell’esercizio remiero.

Cercando di fissare alcuni concreti criteri generali di cautela, il dirigente dovrà verificare che
- Le strutture della società e le attrezzature utilizzate siano in condizioni di idonea sicurezza (es. pontili, discese all’acqua, pallina a prua, ecc.). 

- L’atleta sia effettivamente capace di nuotare (requisito, ricordiamolo, necessario per partecipare alle regate, art. 5 Cod. Regate FIC) in modo da saper superare, anche psicologicamente, un rovesciamento dell’imbarcazione e, qualunque altra ipotesi di caduta in acqua in allenamento.

- Le uscite degli atleti siano accompagnate, in proporzione alle capacità ed alle esperienze degli stessi, da un idoneo controllo in acqua, tale da consentire un pronto intervento in caso di difficoltà. Giova ripetere, ancora una volta, che ben diverse saranno le esigenze di tutela di un giovane inesperto a fronte di un atleta agonista di esperienza. Sul punto, il dirigente, in accordo con l’allenatore, dovrà predisporre delle regole di comportamento a cui attenersi caso per caso.    

- Le dotazioni di sicurezza dell’imbarcazione di appoggio – preferibilmente un gommone che consente migliori operazioni di salvataggio - comprendano almeno un salvagente, una coperta ed un mezzo marinaio, così da rendere superflua una particolare protezione sull’atleta.

- In caso di uscita notturna, l’imbarcazione sia dotata di apposita luce di segnalazione.

Alle ragioni di responsabilità del dirigente si affiancano le

Responsabilità dell’allenatore

In via preliminare, è necessario specificare il significato dei termini “istruttore” e “allenatore”.
L’istruttore, categoria generale nella quale rientrano gli allenatori ed i maestri sportivi, ha un potere di direzione e di controllo tecnico e disciplinare sull’atleta e la sua responsabilità si manifesta ogniqualvolta si verifichi un’omissione o un difetto nel suo esercizio, ovvero qualora egli si sia astenuto dall’adottare e dal far adottare le cautele necessarie in relazione alle capacità del singolo praticante ed allo stato delle attrezzature eventualmente utilizzate.

In questi casi, se il fatto dannoso patito dall’allievo o dall’atleta è riferibile alla condotta di tali professionisti, sorgerà a loro carico una responsabilità di natura civilistica e, qualora l’evento integri una fattispecie di reato (per esempio, lesioni colpose, art. 590 codice penale), anche una responsabilità penale.

Le figure dell’istruttore in senso proprio e del maestro si distinguono da quella dell’allenatore: i primi si occupano di soggetti poco o per nulla esperti della disciplina con funzioni prevalenti di insegnamento, mentre quest’ultimo
pur conservando una funzione didatticaha per obiettivo il conseguimento della migliore forma fisica e psichica per ottenere il più alto risultato agonistico.

È, pertanto, evidente, come già si è detto, che diverse debbano essere le attenzioni che si devono riservare ad un allievo alle prime armi rispetto ad un atleta esperto della disciplina con il quale, di consueto, l’allenatore, il medico sportivo ed il dirigente federale o di società sono usi discutere i metodi e le caratteristiche della preparazione.

Se, peraltro, è indiscutibile che si debba rispondere del danno arrecato all’allievo o atleta sottoposto alle proprie cure, non è pacifico in dottrina e giurisprudenza quale sia la norma applicabile.

Taluno individua la fonte della responsabilità nell’art. 2048, comma 2, del codice civile che prevede, sia pure con formula antiquata, che “i precettori e coloro che insegnano un mestiere o un’arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi ed apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza”.

Si tratta di una vera e propria presunzione di responsabilità che il “precettore”, istruttore, ecc., può vincere solo dimostrando di non aver potuto impedire il fatto.

Così si è affermato, ad esempio, che “il maestro di sci risponde degli infortuni subiti dagli allievi ai sensi dell’art. 2048, comma 2, cod. civ.”.

Tuttavia, altri obiettano che la disposizione, che si applica solo per i minori di età, sarebbe riferibile ai danni cagionati da questi a terzi e non a quelli causati a sé medesimi, anche se, per giurisprudenza consolidata, la responsabilità degli istruttori sportivi comprende non solo i danni subiti dagli allievi ma anche quelli procurati dagli allievi ai terzi.

Residua, quindi, l’art. 2043 del codice civile, disposizione generale in tema di danno non contrattuale, ove si prevede che “qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”.

In questo caso, la responsabilità non è presunta, ma deve essere provata anche con riferimento alla sussistenza di un nesso di causalità, talvolta non facile da individuare, tra la condotta dell’allenatore e l’evento dannoso.

Altri ancora individuano, in ipotesi particolari, la disposizione di riferimento nell’art. 2236 c.c., ove si dispone che se la prestazione d’opera implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o colpa grave. A fronte, quindi, di questioni particolarmente complesse e di conseguenti scelte, anche azzardate, dell’allenatore, questi risponderà solo nei casi in cui, appunto, versi in colpa grave, se non
addiritturaquando vi sia stata intenzionalità.

In sede penale, la condotta illecita che arreca un danno fisico o psichico è punibile a titolo di colpa e può integrare la fattispecie di lesioni o quella di omicidio se ne consegue la morte del soggetto.

Ad esempio, “L’istruttore di nuoto abilitato anche all’assistenza bagnanti in servizio presso una piscina, è titolare di una posizione di garanzia, ai sensi dell’art. 40, comma 2, del cod. pen. («Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo») collegata alle sue qualifiche professionali, in forza della quale è tenuto ad assicurare l’applicazione, nella piscina, delle norme di prudenza prescritte dalla Federazione italiana nuoto” (Cass., Sez. IV, 18.4.2005, Morichetti).

Talora può avvenire che l’evento lesivo sia addebitabile a due soggetti distinti. In tal caso, entrambi potranno essere dichiarati anche penalmente responsabili del fatto lesivo e obbligati in solido al risarcimento del danno.

L’art. 2055 del codice civile prevede, infatti, che quando il fatto dannoso è imputabile a più persone, tutte sono obbligate in solido al risarcimento. Colui che avrà in concreto risarcito il danno alla parte lesa avrà poi azione di regresso nei confronti di ciascuno degli altri soggetti, secondo la gravità della rispettiva colpa e delle conseguenze che ne sono derivate.

È possibile, infatti, che più persone siano soggette al dovere di evitare situazioni di danno: si pensi all’allenatore che abbia eccessivamente caricato l’atleta ed al medico sportivo che, con accertamenti negligenti, abbia mancato di rilevarne i nefasti effetti sul fisico dell’atleta.

Si devono, comunque, rilevare i problemi di prova giudiziaria nell’individuazione del collegamento tra il danno fisico-psichico e le prescrizioni di allenamento, con la conseguente necessità di accurati accertamenti medico-legali da effettuarsi caso per caso.

È necessario qui ricordare che, con decorrenza 31 marzo 2009, la FIC ha concluso la “Convenzione multi rischi per l’assicurazione infortuni, responsabilità civile generale a favore della federazione italiana canottaggio, dei suoi organi centrali e periferici, delle società affiliate e dei suoi tesserati”.


La dichiarazione liberatoria

Spesso gli organizzatori di attività sportive fanno sottoscrivere ai partecipanti dichiarazioni liberatorie per declinare ogni eventuale propria responsabilità in ordine a danni che dovessero occorrere ai soci o a terzi.

Si tratta di clausole che la giurisprudenza ritiene del tutto inefficaci.

Infatti, la dichiarazione di esonero da responsabilità verrebbe a costituire una «esimente negoziale» rispetto alla lesione di beni per i quali l’ordinamento giuridico prevede l’assoluta indisponibilità da parte del loro stesso titolare.

Infatti, l’art. 5 del cod. civ. vieta gli atti di disposizione del proprio corpo quando questi importino una diminuzione permanente dell’integrità fisica.

In sostanza, la sottoscrizione della liberatoria da parte di tutti quei soggetti che “usufruiscono” delle attività associative è vista con sfavore da parte dell’ordinamento giuridico, poiché tali soggetti, diversi dall’associazione, così facendo rinuncerebbero alla pretesa di un impegno minimo e inderogabile di diligenza, prudenza e perizia da parte dell’associazione sportiva, nell’espletamento della sua attività e conseguentemente ad ogni tutela risarcitoria.

Tuttavia, va anche ricordato che l’art. 1229 cod. civ. sancisce la nullità delle clausole di esonero dalla responsabilità del debitore della prestazione (cioè la società) per dolo o colpa grave, vale a dire per gravi mancanze che si dovessero ritrovare nella gestione dell’attività societaria.

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Una trattazione più completa su questi temi, con indicazione di casi pratici, è contenuta nel “Manuale delle associazioni sportive” che il Consiglio federale ha deliberato di consegnare in omaggio a tutte le Società affiliate che ne hanno fatto richiesta, come ampiamente pubblicizzato sul sito federale (http://www.canottaggio.org/web_FIC_2009/2009_2news/0407_manuale.shtml).

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*CERTIFICATI MEDICI NEI TRASFERIMENTI DEGLI ATLETI

Abbiamo tesserato un atleta della Canottieri X con regolare nullaosta di trasferimento ma ora suddetta Canottieri non ci rilascia l'originale della visita medica ancora valida perché dice che la deve conservare per 5 anni.

Come ci dobbiamo comportare noi? Possiamo usare la copia per l'atleta durante le gare o sono obbligati a darci la copia per la società visto che ora è un nostro atleta? Cosa dice il regolamento a riguardo? Sicuri di una vostra esauriente risposta porgiamo distinti saluti.

Quesito firmato


La normativa in vigore prevede che la conservazione per cinque anni della certificazione medica di idoneità agonistica e, soprattutto, della documentazione medica sottostante sia conservata, non già presso la società di tesseramento, ma presso la struttura sanitaria o il medico dello sport libero professionista che ha attestato l'idoneità stessa.

Questo significa che l'atleta dovrebbe ricevere, all'atto del trasferimento presso altra società, la copia del certificato, unico documento che è presso la società di provenienza.
Se così non avviene, per ragioni che - come detto - non rispondono a quanto previsto dalla specifica normativa sul punto, all'atleta non resta che richiedere un duplicato presso la struttura sanitaria o il medico rilasciante.

In alcune strutture, a quanto ci consta, non viene rilasciato duplicato se è già decorso un certo tempo (sei mesi) dall'avvenuto primo rilascio.
In ogni caso, il tesseramento è già di per sé prova dell'idoneità agonistica dell'atleta ai sensi dell'art. 7 comma 3 Regolamento sanitario FIC.

Tuttavia, a fronte di sopravvenuti dubbi circa le reali condizioni fisiche e psichiche dell'atleta, la società di arrivo dovrà sottoporre lo stesso a nuova visita, non potendo avvalersi acriticamente della prima certificazione.

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