Savino Rebek: un olimpionico (in)dimenticato


di Maurizio Ustolin

TRIESTE, 01 ottobre 2010 - Detiene il primato per essere uno dei due singolisti azzurri (l’altro è Romolo Catasta, bronzo ai Giochi Olimpici di Londra 1948), ad aver raggiunto una finale per l’Italia nel singolo nella storia delle Olimpiadi Moderne: da Atene 1896 ad oggi. Si tratta del triestino Savino Rebek, che a Roma nel 1960, raggiunse il 6° posto in una gara dominata da quell’atleta straordinario che fu il russo Ivanov, vincitore di ben tre manifestazioni a 5 cerchi (Melbourne ’56, Roma ’60 e Tokio ’64).

Oggi Rebek è un signore di 70 anni, socio da 50 della Ginnastica Triestina, società per la quale vinse tanto in singolo come in doppio un bel numero di titoli italiani a cavallo degli anni ’60. Un personaggio con la modestia dei forti, che quasi giornalmente esce in barca: in doppio canoè, ma spesso e volentieri anche in singolo. Sì, proprio su una di quelle strettissime imbarcazioni dalle quali facilmente i principianti possono cadere, specialità nella quale tra il ’58 ed il ’62 fu indiscusso protagonista.

Rebek oggi scende dal pontile dopo un’uscita di una quindicina di chilometri, sistema i remi e poi aiuta a sistemare  il doppio.
Saliamo sulla terrazza della Ginnastica Triestina dalla quale si domina un bel panorama sulla Sacchetta.

“I miei primi successi li raccolsi nel 1958, proprio a Trieste, con il titolo italiano in singolo ed in doppio (assieme a Claudio Crusizio), e vincendo poi tutte le gare nazionali della stagione: dai tricolori di Pallanza (ricordo i primi esperimenti televisivi con le riprese delle gare del Campionato), all’internazionale di Klagenfurt.”
Il suo allenatore?
“E’ sempre stato Mario Ustolin.”
I rapporti tra di voi?
“Sempre molto buoni, grande rispetto ed affetto reciproco. Tranne…”
Tranne?
“Tranne che russava come un trombone. All’epoca il 2 senza di Petri e Mosetti (anche loro erano presenti ai Giochi di Roma e nel ’63 furono Campioni d’Europa, n.d.r.), dormivano in trasferta in camera assieme, ed a me, singolista, non rimaneva che dormire con Ustolin…che russava…”

L’anno successivo?
“Nel 1959 vincemmo di nuovo il titolo italiano in singolo come in doppio, l’internazionale di Lecco (che all’epoca era una regata importante, n.d.r.) in singolo ed in doppio contro Kelly e McKenzie, e poi arrivò il 1960 con le Olimpiadi romane.”
Che cosa ricorda dei Giochi Olimpici di Roma?
“Era tutto nuovo per me. Mi rimase impresso il Villaggio Olimpico, con atleti di etnie diverse, che io non avevo mai visto, e poi il clima palpabile delle Olimpiadi.”
E la gara come andò?
“Vinsi a sorpresa la batteria davanti a Finlandia, Austria e Gran Bretagna, ed entrai direttamente in finale. Ero tranquillo, sapevo che non avevo nulla da perdere, e la gara andò molto bene.”

Che tipo di singolista era, uno esplosivo in partenza o un passista?
“In partenza non ero veloce, passavo in genere in quarta, quinta posizione i primi 500 metri e poi venivo fuori alla distanza.”

E poi in finale come andò?
“Avevo il terzo o quarto tempo in batteria e volevo tentare di prendere la medaglia. Partii fortissimo tanto che transitai in testa ai 500 metri. Gli altri recuperarono, e mi trovai a gareggiare nelle posizioni di rincalzo. Sul traguardo arrivai sesto a pochi decimi dagli Stati Uniti, nella gara vinta da Viatcheslav Ivanov secondo il tedesco Hill, terzo il polacco Theodor Kocerka.”

Dopo Roma?
“Nel ’61 continuai ad essere il miglior singolista italiano, fui 9° agli Europei di Praga, vinsi per la seconda volta l’internazionale di Lecco; l’anno successivo, il 1962 ero in procinto di partire per le selezioni per i primi Campionati del Mondo di canottaggio che si svolsero a Lucerna, ma un attacco di peritonite mi costrinse a rinunciare. Passai al gruppo sportivo dei Vigili del Fuoco Ravalico, ma ci rimasi per poco tempo. Ritornai alla Ginnastica Triestina in qualità questa volta di socio.”

Savino Rebek oggi?
“Sono da un po’ d’anni in pensione dalla mia attività di litografo. Non ho mai smesso di uscire in barca, e lo farò fino a quando il mio fisico reggerà questo splendido sport.”
In che senso?
“Vedo che oramai è una consuetudine quella di farsi aiutare ad entrare e ad uscire dalla barca, anche per persone molto più giovani di me. Escono, si fanno un giretto fino a davanti il Faro della Vittoria, rientrano e pensano di aver fatto un allenamento. Io entro ed esco da solo dal mio singolo, quando non ce la farò più non uscirò più in barca. Pratico anche altre attività: la bicicletta soprattutto mi dà molta soddisfazione. Nella mia società siamo rimasti oramai in pochi veri canottieri, ci prendono per brontoloni, ma fa’ male quando, dopo aver gareggiato ai miei livelli, in pochi si ricordino di questo.

  


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